CIVILTÀ GRECA

Fra una gente siffatta buttate d’improvviso cumuli di ricchezze, mostrate gli esempj d’una corruzione raffinata, d’un lusso degenerato in mollezza, e qual non deve seguirne funesto cambiamento! Così fu, appena che i Romani conobbero i Greci, e ammirandone i modi, le arti, il sapere, se ne posero imitatori a scapito dell’indole e della coltura nazionale. E di là vennero ben presto persone che, mettendo a lucro le cognizioni e traendo profitto dall’ignoranza, vendicavansi dei vincitori della loro patria.

GRECI FAMILIARI

Alla famiglia degli Scipioni va il merito delle prime sollecitudini date al dirozzamento de’ Romani, e dell’aver protetto i letterali della Magna Grecia, fossero condotti prigionieri, o attaccatisi a qualche famiglia. Fin allora i giovani di famiglie ricche si mandavano a scuola in Etruria per impararvi que’ riti augurali, senza cui non acquistavano efficienza i pubblici atti; e in quel tanto vi conosceano alcuna amenità di lettere. Ben presto ogni casa grande volle alimentare, come il cuoco e il celliere, così uno schiavo greco che insegnasse ai fanciulli la lingua d’Omero e la generosità: uno schiavo! E tosto il greco divenne la lingua del bel mondo; greco parlavasi nelle sale, greco scrivea chi volesse lode d’uomo educato. Dafni Lutazio, maestro di greco, fu compro per ducentomila sesterzj da Quinto Catulo. Livio Salinatore, così severo che nella sua censura ammonì ventiquattro delle trentacinque tribù, teneva per ajo de’ suoi figliuoli il tarentino Livio Andronico, il quale voltò in latino l’ Odissea, e primo espose sulla scena imitazioni di drammi greci. Di Paolo Emilio la casa era piena di pedagoghi, sofisti, grammatici, retori, scultori, pittori, scudieri, cacciatori, tutta merce greca. Plauto e Terenzio, scrittori di commedie, furono protetti da Scipione Africano e dal suo amico Lelio, e forse Terenzio ne fu coadjuvato nel comporre le sue, perciò di graziosa ed elegantissima dicitura: il filosofo Panezio e lo storico Polibio accompagnavano que’ due prodi nelle loro spedizioni[270].

TRADIZIONI

Un popolo, del quale i cruenti trionfi crescono continuamente la gloria e la potenza, dovea desiderare di conservarne ricordanza. Ma l’incendio al tempo dei Galli avea distrutto gli antichi documenti; e le memorie de’ primi secoli rimanevano privilegio delle famiglie o de’ sacerdoti, che a loro senno le alteravano; il vulgo non sapea de’ fatti antichi se non quel che avea serbato nelle canzoni popolari, alterandoli, ingrandendoli, abbellendoli, mescolandovi prodigi e divinità, come sogliono la tradizione e la poesia.

Però i deboli cominciamenti di Roma, creata da un branco di fuorusciti, sollevatasi dal nulla a grado a grado, non lusingava abbastanza la boria della gente che si vedeva arbitra omai di tutta Italia e sgomento degli stranieri. Forse, fedeli alla nazionale tradizione, poco l’avranno blandita quegli Italioti, che primi scrissero intorno alle origini italiche, come Teagene da Reggio contemporaneo di Cambise, Ippi suo compatrioto vissuto al tempo della guerra Medica, Antioco di Senofane siracusano coetaneo di Erodoto. Ma ad appagare la vanità, ecco i vinti Greci, e primo Diocle di Pepareto, cercando nella storia non tanto il vero, quanto il bello, e di blandire la loro propria nazione e i patrizj romani. La tradizione di Trojani e Greci venuti in Italia dopo la impresa iliaca, forse avea fondamento di vero, certo correva da un pezzo, e quegli autori v’annestarono tutte le cronache municipali, le genealogie, le etimologie: ogni paese deduceva il nome dalla nave, dal figlio, dal compagno, dal piloto, dalla nutrice d’Enea; ogni casato ascendeva dirittamente fino a questo, e in conseguenza agli Dei; i Mamilj derivarono da Ulisse, i Sergj da Sergeste compagno d’Enea, i Nauzj da un suo seguace, i Lamj da Lamo re de’ Lestrigoni, i Fabj da un figliuolo d’Ercole; e nessuno dubitava di queste genealogie, come nel nostro Cinquecento non chiamavasi in disputa la derivazione dei Visconti dai re d’Angera, e degli Estensi da Ruggero paladino o da Rinaldo crociato.

PRIMI STORICI E POETI

Piacevano alla boria aristocratica queste propagini semidivine; piaceva alla politica del Tevere il mostrarsi in parentela colla vantata Grecia, che abbracciando come sorella, voleva incatenare come serva; piaceva alla Grecia consolarsi della perduta indipendenza col riguardare la vincitrice qual sua creatura. In questo consenso d’interessi non è meraviglia se le origini greche prevalsero nelle credenze, e fatti e nomi nuovi o alterati mescolarono ed elisero le indigene tradizioni[271].

Di Scipione Africano fu cliente, compagno nelle spedizioni, e inesauribile panegirista Quinto Ennio, 210-169 di Rudia in Calabria, centurione in Sicilia e nella Spagna, e donato della cittadinanza per cura di Fulvio Nobiliore, Ennio studiava Omero di giorno, lo sognava la notte, e credeva l’anima di quello fosse in lui trasmigrata; poi vantava d’avere tre anime perchè sapeva osco, greco e romano; e volendo all’Italia aggiunger la gloria de’ carmi, scelse per tema di un’epopea la prima guerra punica; imitando però i Greci, de’ quali introdusse il verso eroico. Da’ suoi frammenti egli trapela austero repubblicano e buon amico. Diceva che Roma durava perchè conservatrice degli antichi costumi, Moribus antiquis res stat romana, viresque: eppure questi da’ suoi Scipioni più che da altri erano inforestieriti; ed egli stesso contribuì alla corruttela latinizzando l’opera di Archestrato sulla cucina, e quella dove Eveemero combatteva la religione, dimostrando che gli Dei erano uomini vissuti e morti.