[22]. È noto che l’intaglio in legno fin al 1795 consistette nell’abbassare col temperino tutte le parti che non fossero disegnate: dopo d’allora vi si adoprò il bulino, e perciò vi si richiede esercizio, come in arte particolare. Nella splendida opera Holzschnitte berühmter Meister, Rodolfo Weigel vuol dimostrare che i grandi pittori d’ogni età amarono e coltivarono l’intaglio in legno.

* Nel Kunstblatt del 1835, nº 58, è riferita un’immagine coll’iscrizione S. Nicola d’Tholentino. Il santo porta un libro ov’è scritto precepta pris mei servavi. 1446. È l’anno appunto in cui quel santo fu canonizzato: e se quella data sogna il tempo di tale incisione, sarebbe un documento antichissimo dell’intaglio in legno, fatto, secondo tutte le probabilità, in Italia.

[23]. Le ragioni dei Tedeschi sono sostenute principalmente da Rumohr, Untersuchung der Gründe für die Annahme, dass Maso di Finiguerra Erfinder des Handgriffs sei, gestochene Metalplatten auf genetztes Papier abzudrucken. Lipsia 1841.

[24]. È forse anteriore alla Crocifissione della galleria Fesch. Anche dopo il Vasari, Duppa, Braun, Rumohr, Nagler, Rehberg, Quatremère de Quincy, Passavant (Rafael von Urbino und sein Vater Giovanni Santi), resta a desiderarsi una compiuta monografia di quel genio della bellezza armonica.

[25]. «Gl’ignudi, che fece nella camera di Torre Borgia, ancorchè siano buoni, non sono in tutto eccellenti. Parimenti non soddisfeciono affatto quelli nella volta del palazzo Chigi». Vasari, Vita di Rafaello.

[26]. Il parallelo fra i pittori antichi e i nostri fu da molti istituito, e ultimamente con più sistematica erudizione da M. H. Fortoul (Etudes d’archéologie et d’histoire, 1854). Alla prima epoca paragona Polignoto con Giotto; alla seconda, Apollodoro con Masaccio; alla terza, dell’imitazione esatta, Aristide e Pamfilo con Leonardo da Vinci, Eupompo e la scuola Sicionia col Mantegna e coi Veneti, Melanto con frà Bartolomeo, Aetione col Correggio, Pausia con Giorgione; nelle scuole dell’imitazione dotta, Asclepiodoro col Ghirlandajo, Eufranore col Michelangelo, Nicia con Andrea del Sarto; nelle scuole dell’imitazione bella, Apelle con Rafaello, Protogene col Francia; nella quarta epoca, Nealco, Timomaco e gli altri imitatori vanno coi Caracci.

[27]. Non s’accordano nel descrivere quel monumento. Doveva esser lungo diciotto braccia, largo dodici, isolato; di fuori girava un ordine di nicchie, tramezzate da termini che sostenevano colla testa la prima cornice; e ciascuno con bizzarra attitudine teneva legato un prigione ignudo, posato co’ piedi sul risalto d’un basamento; i quali prigioni rappresentavano le provincie riunite al dominio pontifizio. Altre statue pur legate figuravano le Virtù e le Arti, soggiogate dalla morte come il papa che le favoriva. Sui canti della prima cornice andavano quattro statue grandi, la Vita attiva, la contemplativa, san Paolo e Mosè. Alzavasi l’opera sopra la cornice, diminuendo con un fregio di storie di bronzo, e con altre figure, puttini e ornati diversi. In cima due statue; una il Cielo sostenente sulle spalle una bara, e ridente che l’anima del papa fosse passata alla gloria; l’altra Cibele dea della terra, reggendo anch’essa la bara, ma dolente per la perdita fatta. Si entrava ed usciva per le teste della quadratura dell’opera, di mezzo alle nicchie; e dentro si trovava un tempio ovale, nel cui mezzo il cadavere del papa.

Si tacciano gli eredi di Giulio II di non averlo fatto compire: però aveano con lui stipulato lo finisse per sedicimila ducati. Vedi le prove in Gaye, Carteggio, tom. II.

[28]. Al Cicognara queste nudità parvero effetto dell’innocente semplicità del cinquecento! Ma che anco allora scandolezzassero, e non solo i pusilli, appare, a tacer altri testimonj, da un manoscritto della Magliabechiana, cl. XXV. 274, ove si legge: «19 di marzo 1549 si scoprì le lorde e sporche figure di marmo in Santa Maria del Fiore di mano di Baccio Bandinello, che furono un Adamo ed un’Eva; della qual cosa ne fu da tutta la città biasimato grandemente, e con seco il duca che comportasse una simil cosa in un duomo dinanzi all’altare, e dove si posa il santissimo Sacramento. — Nel medesimo mese si scoperse in Santo Spirito una Pietà, la quale la mandò un Fiorentino a detta Chiesa, e si diceva che l’origine veniva dallo inventor delle porcherie, salvandogli l’arte ma non la devotione, Michelangelo Bonarruoto. Che tutti i moderni pittori e scultori per imitare simili capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipigne o scarpella che figure da sotterrar le fede e la devotione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili idolatrie come queste».

Dell’Aretino una lettera, tra di senno e di baja, è prodotta dal Gaye alquanto diversa dalle edite: