Qui non bisogna ordir sottil lavoro
Per adempir le sue bramose voglie,
Chè ricchezze mostrar basta con loro.
[123]. Gli furono pagate ducento scudi romani.
[124]. A lei scriveva tra le altre belle cose: — Non fate come per avventura fare a Torquato vostro alcune volte avete visto, che sendogli tolto un pomo o alcun altro frutto per forza, tutti gli altri che si ritrovava in mano per dispetto ha in terra gettati; volendo voi per questo fuggire e gettar via ogni specie di consolazione e di piacere».
[125]. Lettera 4 maggio a Girolamo Ruscelli: — Non dubito che lo scrittore di questa leggiadra e vaga invenzione l’ha in parte cavata da qualche istoria di Bretagna, e poi abbellitala e ridottala a quella vaghezza che il mondo così diletta; e nel dare quel nome della patria ad Amadigi, tengo per fermo che abbia errato, non per dare quella reputazione alla Francia, ma per non aver inteso quel vocabolo Gaula, il quale nella lingua inglese vuol dir Gallia. Nè io per altro (se non m’inganno) credo che il primogenito del serenissimo re d’Inghilterra si faccia principe di Gaula nominare, che per le ragioni che detto re pretende d’avere sopra il regno di Francia. E che sia vero che l’autore si sia ingannato nell’interpretazione, o meglio dir traduzione di quella parola Gaula, e che chi prima scrisse questa istoria volesse intender della Francia, vedete nel II libro al cap. 20, dove Gaudanello, invidioso della gloria e grandezza d’Amadigi, dice al re Lisuarto queste parole: — Già sapete, signore, come gran tempo fu discordia fra questo regno della gran Bretagna e quel di Gaula, perchè di ragione quello deve essere a questo soggetto, come tutti gli altri vicini vi sono, e ci conoscono voi per superiore». Dalle quali parole si può agevolmente conghietturare, che costui non volesse intendere d’altro regno che di quello di Francia. Ma perchè potrei facilmente in questa come in molte altre cose ingannarmi per non aver pratica nelle cose d’Inghilterra più che tanto, vi supplico che, avendo comodità, o dall’ambasciadore d’Inghilterra o da altri che più di questo particolare vi possino dar notizie, d’informarvene, me ne scriviate».
[126]. E non il Rucellaj; il quale nella dedica delle Api gli scrive: — Voi foste il primo che questo modo di scrivere in versi materni liberi dalle rime poneste in luce».
Io son pur giunto al desiato fine
Del faticoso e lungo mio poema,