Le molte opere sue lo attestano dotto di greco e d’ebraico, e versato nelle quistioni teologiche, benchè privo di gusto e d’eleganza. Parecchie sono pubblicate a Poschiavo, dov’era stamperia che dava giusta ombra ai nostri, e Pio IV spedì ai Grigioni il prevosto della Scala di Milano nel 1550 per domandarne la soppressione. È notevole quella sulla morte del Fanino di Faenza (non Fanno, come dice il Tiraboschi) e di Domenico Cabianca di Bassano. Quest’ultimo avea militato con Carlo V, e, bevute le dottrine nuove, se ne fece apostolo: a Piacenza le predicò apertamente, ma arrestato e non volendo ritrattarsi, fu appiccato nel settembre 1550. Un’altr’opera è la traduzione latina del caso di Francesco Spiera da Cittadella, giureconsulto (non medico), padre di undici figli, il quale apostatò; poi citato da monsignor Della Casa, fece pubblica ritrattazione in patria. Dissero i religionarj che per castigo impazzisse, e urlando e maledicendo cercava uccidersi, finchè terminò miseramente.

Ma l’opera più famosa del Negri è la tragedia intitolata Libero arbitrio, 1546, poi 1550, poi in latino 1559. È un’azione drammatica, alla quale sono intessute le controversie religiose. Ne diamo l’analisi negli Eretici d’Italia.

Vuolsi che il suo carteggio fosse, or fa alquanti lustri, trovato in Isvizzera e portato a Bassano; ma per quante ricerche ne facessimo, non poterono esserci additate che due lettere, tra quelle onde il Baseggio arricchì quella biblioteca; una di nessun interesse, l’altra da Strasburgo il 5 agosto 1530 al M. R. maestro Paolo Rossello di Padova, ove gli parla del molto che, dopo spatriato, ebbe a soffrire per Cristo; e come la quaresima precedente si fosse recato incognito a Venezia e in altri luoghi d’Italia, ove trovò «diversi fratelli, alli quali narrai (dic’egli) diffusamente tutte le cose sì mie quanto dell’Evangelio. Li nomi di essi fratelli sono questi. In Venezia parlai con prè Alovise dei Fornasieri de Padoa, olim in monachata chiamato d. Bartolommeo. In Padoa parlai con pré Bartolommeo Testa, al quale lassai el benefizio mio, che al presente è maestro de casa de monsignor Stampa. Deinde in una villa sul Veronese, appresso Lignago tre ovver quattro miglia, il nome della quale al presente non mi soccorre, parlai per dui giorni copiosamente cum pré Marino Gujoto, qui quondam monachus, dicebatur d. Pietro de Padoa. Ultimo loco, a Brescia ragionai cum d. Vincenzo di Mazi per un giorno continuo. Da questi adunque potrete intender tutto». Dategli poi le nuove di Germania, conchiude: «Non potiamo se non aspettar qualche gravissima croce. Orandum sine intermissione nobis ac vobis est, ut Dominus ipse negotium suum defendat. In Venezia non potei parlar con frate Alovise, come desiderava, imperciocchè l’era andato a star a Treviso, prout mi disse sua madre. Altro non mi occorre se non instantissimamente pregarvi che vui et gli altri fratelli cristiani preghino enixissime Dio per nui».

Era agostiniano, non benedettino come dicemmo noi sulla fede del Nuovo Dizionario istorico, pubblicato in Bassano il 1796, dov’è un esteso articolo su questo apostato. Abbiam cercato notizie delle persone nominate in questa lettera; ma solo potemmo raccogliere dal sullodato signor Baseggio che il Fornasiero era agostiniano e bassanese, come anche il Testa; fuggirono di patria nè più se ne seppe; nè si potè raccapezzare la corrispondenza ch’essi tenevano collo Spiera di Cittadella; la cui storia fu tradotta in latino, non dal Vergerio, ma dal Negri.

[312]. Vuolsi ricordare con lode la sua opera De methodo, sive recta investigandarum tradendarumque scientiarum ratione (Basilea 1558), ove, lasciando la dialettica ordinaria, propone un nuovo metodo di giungere al vero collo scomporre e ricomporre più volte la cosa, e sotto aspetti diversi esaminarla, salendo dal noto all’ignoto.

[313]. Vedi Lettere d’uomini illustri conservate nel regio archivio di Parma, 1853. In questo vi ha di molte lettere concernenti il Vergerio.

[314]. Ivi, 4 aprile 1545. Tutti capiscono che allude alla violenza di Pierluigi contro il vescovo di Fano, riferita dal Varchi al 1537. Ora, ben otto anni dopo, il Casa dubita che il papa possa averne avuto sentore: il che per lo meno smentisce la bolla che si vorrebbe avesse egli stesa per assolverlo. Del resto il fatto medesimo vien impugnato con buone ragioni dall’Amiani, Memorie di Fano, vol. II, p. 149.

* Nel 1856 a Brunswick fu pubblicata una monografia di Pier Paolo Vergerio da C. H. Sixt (P. P. Vergerius papstlicher Nunzius, katholischer Bischof, und Vorkämpfer des Evangeliums: eine reformationsgeschichtliche Monografie) col ritratto e quarantaquattro lettere originali; e Findel ne fece un compendio popolare.

Si ha un Catalogus hæreticorum dell’Arcimboldo, con note del Vergerio che il rendono curioso.

[315]. Così Celio Curione nel proemio alle Cento considerazioni divine del Valdes napoletano. Credonsi del Vergerio le «Due lettere d’un cortigiano, nelle quali si dimostra che la fede e la opinione di Roma è molto più bella e più comoda che non è quella dei Luterani. Terza lettera d’un cortigiano, il quale afferma che a suo parere la messa del papa è più bella che la comunione che si fa in alcun loco della Germania. Quarta lettera d’un cortigiano, nella quale gli si dice che si comincia ad accorgere che la dottrina ch’ei chiama la luterana sia la buona e la vera, e che quella del papa sia la corrotta e la falsa». Tutte ironie, che giravano per Italia; e a Pavia si riprodusse nel 1550 dalla stamperia Moscheno il Latte spirituale, col quale si debbono nutrire ed allevare i figliuoli de’ Cristiani a gloria di Dio, opera forse del Vergerio, comparsa l’anno avanti a Basilea. Vedi Apologia pro P. P. Vergerio adversus J. Casam. Ulma 1754.