Del libro attribuito al Paleario, Del beneficio di Cristo crocifisso, dapprima diffuso come di retto sentire, poi severamente proibito, si moltiplicarono le edizioni e le traduzioni in tutte le lingue: eppure asserivansi distrutte tutte le copie, quando ne fu trovata una nella biblioteca di Cambridge, e ristampata il 1856 a Londra per cura di Churchill Babington con una traduzione francese e una inglese del secolo XVI: e gran rumore ne fan oggi principalmente i Tedeschi.

Il Paleario stando professore a Milano, propose a due suoi allievi di combattere e di difendere la legge Agraria. Abbiamo a stampa la tesi colla traccia data da lui, e le due declamazioni di Lodovico Raudense e di Carlo Sauli; uno che fa da Tiberio Gracco, l’altro da Marco Ottavio. Milano 1567.

[340]. Alla stamperia dei Giunti lavorò Francesco Giuntini fiorentino (1522-90) carmelitano, che scrisse d’astrologia, poi apostatò in Francia, poi ravvedutosi fece pubblica abjura in Santa Croce di Lione. Quivi stette correttore di stampe, ma guadagnò con una banca sessantamila scudi, di cui tremila lasciò ai Giunti; ma sepolto sotto le ruine della propria biblioteca, di tal somma non si rinvenne traccia. Fu balzano e libertino, e il Possevino non crede guari alla sua ritrattazione; pure allo Speculum astrologiæ antepose una lettera diretta ai vescovi e agl’inquisitori protestando Ego revoco et tamquam a me nunquam dictum volo ciò che avea scritto contro la Chiesa.

Da un Giunti fiorentino, stabilitosi a Troyes in Sciampagna, nacque nel 1540 Pietro De Larivey, il primo che scrivesse commedie in Francia, e nella ristampa fatta il 1855 si attesta l’efficacia di lui sopra il teatro francese, specialmente sopra Molière, e si mostra quanto abbia tratto da’ nostri. Tradusse pure le Notti facete dello Straparola.

[341]. È poc’altro che una revisione di quella del Brucioli la Bibbia novamente tradotta da la hebraica verità in lingua toscana, per maestro Santi Marmochino fiorentino dell’ordine dei Predicatori (Venezia, Giunti 1538 e 46). Anche Filippo Rustici lucchese apostato, a Ginevra fece o rivide una versione della Bibbia sopra i vulgarizzamenti del Vatable, del Pagnini, del Brucioli.

[342]. Il residente veneto ai 27 settembre 1567 scriveva alla Signoria: — Fu fatto domenica l’atto solenne della Inquisition nella Minerva, con intervento di tutti i cardinali che qui si trovano, segondo che sua santità nel concistoro precedente li haveva esortati, eccetto che il cardinale Boncompagno, che non vi volse andar per rispetto d’un suo nepote che doveva abjurar. Ed un altro cardinale anchora prese licentia dal papa per andar fuori della terra, per non si ritrovare, dubitando di poter essere da tutti riguardato, per rispetto della stretta amicitia e conversation che havea avuta col Carnesechi, che dovea comparer tra condannati. Forono i rei diecisette, de’ quali quindici si sono abjurati, restando condannati, chi serrati in perpetuo fra dui muri, chi in prigion perpetua, chi in galea perpetua, o per tempo, et alcuni appresso in certa somma di danari per la fabrica, che s’ha da far d’un hospital per li heretici, et tra questi vi sono stati sei gentil’homeni bolognesi; ma li altri dui sono stati remessi al fôro secular, e conseguentemente destinati alla morte et al foco: l’uno di loro è da Cividal di Bellon, frate di san Francesco conventuale, maestro di theologia, condannato come relasso, e l’altro il Carnesechi, incolpato di aver tenuta già lungo tempo continuamente la heresia di Lutero e de Calvino, e d’aver più volte ingannato l’officio della Inquisitione, fingendo di pentirsi, ma in fatto essere stato sempre impenitente e pertinace, et in fine d’haver havuto stretta conversatione et intelligentia con heretici e sospetti d’heresia, scrivendo loro spesse volte, ed agiutandoli con denari. E tra sospetti di heresia si è nominato qualcuno, che è morto, del quale universalmente si ha già avuta ottima opinion di bontà e santità, ma pare che si abbia premuto assai in tassar la corte del cardinal Polo, non havendo rispetto di nominar alcuno, con intention principalmente di far parer che con qualche causa Paulo IV havesse cercato di procedere contro di lui e contra i suoi dipendenti, e per tassar anco con questo forse qualche cardinale. Così è passato questo atto di inquisitione, sopra ogn’altro che s’abbia fatto notabile. E il Carnesechi, al qual per maggior infelicità è occorso di essere stato condannato dinanzi la sepoltura di papa Clemente VII che sopra ogn’altro lo haveva caro e favoriva, fò vestito di fiamme, come si usa, insieme col frate, e condotto alla sagrestia a desgradar, e poi menato in torre di Nona pregione, dove anchora si ritrova per esser quest’altra settimana giustiziato. Hanno i cardinali dell’Inquisitione fatta ogn’opera per salvarli la vita, ma, come dicono, egli in pregione anchora dimostrandosi impenitente, ha scritto fuori lettere per avertir altri sui complici, et ha negata ogni verità, anchor che chiarissima, lasciandosi convincere sempre colle proprie lettere sue, onde sono stati astretti far questa sentenza. Si desiderava ch’egli non morisse, per rispetto di dar qualche satisfattion al duca di Fiorenza, che lo diede a sua santità, e si saverìa che la regina di Franza, ricognoscendo in parte da lui la sua grandezza, desiderava la sua salute, se ben ha avuto rispetto di domandarla; ma egli ne’ suoi costituti ha avuto a dire, che la regina dovea ricercar la serenità vostra che intercedesse per lui. Delle entrate de’ sui benefizj già riscosse, o che si devono riscuoder fin questo dì, le quali dicono che importano circa cinquemila scuti all’anno, sua santità in gratification del duca di Fiorenza ha fatto grazia alli sui parenti. Ma li beneficj che vacano, che sono principalmente due buone abbadie, l’una nel reame di Napoli, e l’altra nel Polesine, sua santità non ha voluto in modo alcuno conferir.....

«Mercor fò qui giornata per diversi accidenti assai notabile. Perciò che la mattina per tempo fò tagliata in ponte la testa al frate di Cividal et a Carnesechi, e l’uno e l’altro poi abbrusciato. Morite il frate di Cividal assai disposto; ma se ’l Carnesechi havesse dimostrato perfetto pentimento, haverìa salvata la vita, che tale era la inclination del pontefice e dei cardinali della Inquisitione. È stato egli tanto vario nel suo dir e forse nel suo creder, che egli medesimo in ultimo confessò non aver satisfatto nè alli heretici, nè alli cattolici... Fu fatto domenica passata l’atto della inquisitione nella Minerva con la presentia di ventidue cardinali. Sono stati quattro impenitenti condannati al fuoco, uno dei quali pentitosi quando era per esser giustiziato, hebbe gratia della vita, altri dieci sono abjurati e condannati a diverse pene, e fra questi Guido Ginetti (Zanetti) da Fano, che fu già mandato qua da Venetia, il quale è stato forse venti anni immerso nelle heresie, et ha avuto parte in tutte le sêtte, è stato condannato in prigion perpetua, e li è stata salvata la vita, parte perchè dicono che per lui si ha havuto notizia di molte cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può haver per relapso, se ben ha continuato nell’errore tanti anni, e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».

[343]. Quali Giovanni, Carlo e Alessandro Diodati; Burlamachi Federico e il famoso Gian Giacomo; Gian Lodovico Calandrini; Benedetto, Francesco, Michele, Gian Alfonso, Samuele Turrettini, Vincenzo Minutoli; Giacomo, Bartolomeo e Francesco Graziano Micheli; Gian Lodovico Saladini. Dai Turrettini scesero molti uomini rinomati, e principalmente Giovanni Alfonso, che si fece ammirare viaggiando per Europa, come uno de’ luminari della Chiesa riformata, e procurò conciliare le dissidenti.

[344]. Raynaldi, ad annum 1562. Una riformagione del 1270 contiene i nomi di essi banditi, che sono Giofredo di Bartolomeo Cenami, Nicola Franciotti, Giuseppe Cardoni, Salvatore dell’Orafo, Antonio fratello di Michelangelo Liena, Gaspare e Flaminia Cattani, Cesare di Vincenzo Mei, Benedetto di Filippo Calandrini, Michele di Francesco Burlamachi, Giuseppe Jova, Lorenzo Alò Venturini, Marco di Clemente di Rimino.

Fra gli apostati indicheremo qui Nicola Balbani di Lucca, che nel 1581 stampò a Ginevra la vita di Antonio Caracciolo (p. 477), la quale da Vincenzo Minutoli fu tradotta il 1587 in latino e in inglese, e molto si diffuse.