Leon Battista Alberti fiorentino (n. 1401), bello, robustissimo, destro a giuochi, a cavalcate, alla musica, versatissimo nel diritto civile e canonico, autore del Philodoxeos, commedia che fu creduta antica, dettò libri latini e italiani sul dipingere; dei ritratti reputava merito primo la somiglianza, onde ne cercava il giudizio a’ bambini. Avendo l’accorgimento d’imparare dagli ignoranti, travestito girava le botteghe, informandosi dell’arti e involandone i segreti per migliorarle. Fece una cassa, in cui guardando per breve pertugio vedeansi monti e piani e notturni aspetti di costellazioni; cioè la camera ottica, che suole attribuirsi a Giambattista Porta. Elaborò Vitruvio, malconcio dal tempo e dai copisti; e conoscendo che il migliore commento n’erano gli antichi edifizj, andò ad osservarli, disegnarli, misurarli per tutta Italia, viaggiando con Lorenzo Medici, Bernardo Rucellaj, Donato Acciajuoli; e riscontrate le teoriche dell’arte, ne scrisse pel primo (De re ædificatoria, 1485).
Era però rimasto inedito un trattato di Averulino Filarete fiorentino verso il 1450; il quale nel divisare una città non perde mai di vista il concetto simbolico, e il Nisi dominus ædificaverit civitatem. Fa la chiesa in forma di croce con cupola e decorazioni a modo del San Marco, e vuole che, come l’uomo, sia bella, utile, perpetua. La casa del principe resti inferiore, ma più ricca di pitture religiose, simboliche, allegoriche, storiche, sicchè egli ritragga continue istruzioni sui proprj doveri verso Dio, verso i popoli, verso se stesso: v’avrà un portico per la storia sacra, uno per la profana, e tutto dai migliori pennelli. Vicino staran le memorie degli eroi cristiani, cioè le chiese de’ santi Francesco, Domenico, Agostino, Benedetto, e una casa di Carmelitani, una di Clarisse. Vengono poi gli ospizj in forma di croce; la casa d’un patrizio, quadrata con una torre a ciascun angolo; e circo, e porta, e anfiteatro, e ponte, e una carcere dove tenere i condannati, invece di farli morire; e un ginnasio per la gioventù, che principalmente venga avvezzata alla preghiera, al digiuno, ai sacramenti. Le fanciulle s’insegnino a cucire, filare, tessere, ricamare. La città, oltre le fortificazioni, avrà sentinelle avanzate che la custodiscano coll’arma migliore, la preghiera; cioè santi eremiti.
Tali concetti mistici cedevano all’arte più materiale; e l’Alberti, occupati i primi libri intorno al terreno, alle misure, ai materiali, agli operaj, ai modi di costruzione, alle cerimonie degli antichi, nel quinto dà norme pei castelli dei cattivi e i palazzi de’ buoni principi, per tempj, accademie, scuole, spedali e gli altri edifizj civili e militari, campagnuoli. Empiono il sesto la storia dell’arte, e la scienza delle macchine; il settimo gli ornamenti architettonici, in particolare per le chiese. Nell’ottavo son notevoli le sue idee religiose e morali intorno alle tombe; nel qual libro e nel nono informa delle vie, de’ sepolcri, delle piramidi e d’altri pubblici edifizj, e sul decorare i palazzi. L’ultimo s’aggira sulle acque: ed a lui crediam dovuto l’ingegno delle chiuse o conche, non a Leonardo da Vinci, nè a Dionigi e Pierdomenico Orologieri di Viterbo, poichè esso le descrive quali appunto oggi le usiamo, e non come trovato nuovo[3].
Semplicità, grandezza, variata invenzione, solido costruire, convenienza d’ornamenti egli aveva imparato dagli antichi, se non la castigatezza. Dei principi favorito, non cortigiano, gli innamorava del bello. Dal signore di Mantova, cui la protezione delle arti valse il titolo di Augusto, applicato a molti lavori d’architettura in quella città già ricca di opere antecedenti, disegnò San Sebastiano a croce greca (1460), e Sant’Andrea (1472), regolare di pianta e ben distribuita; imitato nella facciata l’arco di Rimini, nell’interno volea dar lume soltanto dalle finestre della facciata, della cupola e dello sfondo del coro, siccome egli avea dimostrato convenire agli edifizj religiosi. Da Nicola V fu molto adoprato a Roma; a Firenze fece la porta di Santa Maria Novella, il palazzo Rucellaj colla loggia rimpetto, e migliore quella dell’altro palazzo Rucellaj strada della Scala, ove non voltò l’arco sopra colonne, il che tenne pure nella cappella d’essa famiglia in San Pancrazio.
Sigismondo Malatesta, che ornava Rimini col fiore d’uomini e donne e colle arti, destinò alle ceneri degli illustri la chiesa di San Francesco, già ben avanzata alla gotica, e con altissimi pilastri tripartiti, a teste d’elefanti, e nicchie ed altri fregi di eletto lavoro. L’Alberti, chiamato a ridur quella fabbrica, cercò dare maestà all’insieme, rialzando con uno stilobate e guidando lunghe linee di portico, le quali ai lati sono interrotte da sarcofagi, lavorati alla classica.
Simile mistura del classico col gotico ricorre nel palazzo d’Ancona, e a tacere altri, nell’ospedale di Milano, condotto dal Filarete con egregia distribuzione e proporzioni[4], e con finestre gotiche a fregi classici. La quale unione del pieno sesto coll’acuto, dell’arte medievale colla romana e con ricchi ornati di cotto, ove, pretendendo rifarsi all’antico, si secondava però l’alito nuovo e cercavasi l’effetto pittoresco delle masse, forma un genere più proprio della Lombardia.
Lo intitolano bramantesco, da un Bramante, di cui e casato e patria e tempo sono mal sicuri: nè è fuori probabilità che vengano attribuite ad un solo le opere di tre, o natii od oriundi milanesi. Finchè il dubbio non sia chiarito, ripeteremo colla vulgata che Bramante de’ Lazzari d’Urbino (1444-1514?), da Lodovico Moro chiamato a Milano, vi eseguì l’elegante canonica di Sant’Ambrogio, la pittoresca cupola delle Grazie, il cortile peristilo di San Celso, il Lazzaretto, la sacristia di San Siro, e a Pavia la chiesa di Canepanuova. Serbando dell’architettura gotica l’indipendenza, la sveltezza ardita delle elevazioni, la maestria delle volte, dai classici deduceva l’euritmia, la decorazione regolata, che accompagna la costruzione senza mascherarla, e la prudente scelta delle proporzioni, che dà rilievo ai più semplici edifizj. Così fosse rimasto più fedele al medioevo, anzichè surrogare simboli, allegorie, teste ideali alle sante sembianze! Chiamato a lavorare a Roma, i diruti della villa Adriana e le vestigia antiche della Campania lo resero più severo nel palazzo della Cancelleria, nel tempietto a San Pietro Montorio, nel chiostro della Pace, ove però non si fece scrupolo d’interporre una colonna sul falso ai pilastri del secondo ordine troppo distanti: come alla Consolazione di Todi, croce greca di quattro tribune semicircolari, variò ne’ capitelli e negli ornamenti. Alessandro VI gli fece eseguire la fontana di Transtevere e quella di San Pietro ed altri lavori. Giulio II gli diè campo di giganteggiare in Vaticano, dove la valle fra il palazzo e i due casini del Belvedere ridusse a cortile, dissimulando la china con ingegnosa combinazione di terrazzi e scale; e vi diede aspetto teatrale mediante due ale di gallerie, svolgentisi per trecencinquanta metri; a un estremo del cortile la gran nicchia con galleria circolare; all’altro un anfiteatro per giuochi.
La scala spirale, sostenuta da colonne di ordini succedentisi, è accessibile sino a cavalli. Ma, forse per secondare la furia di Giulio II, talvolta difettò di solidità.
Gli fan merito dei ponti da fabbrica sospesi, non attaccati alla volta; e delle centinature portanti l’impronta de’ rosoni, che così trovatisi begli e finiti, e incorporati colle volte. Scriveva e improvvisava versi; onesto e retto, amò gli emuli, incoraggiò i talenti nuovi. Il suo allievo Ventura Vitoni pistojese in patria eseguì il gentilissimo tempio ottagono dell’Umiltà, che, quantunque poi guasto dal Vasari, forma la compiacenza di quella città, ricca d’altri monumenti sì romanzi sì del risorgimento.
Scolaro del Bramante s’intitola Cesare Cesariano milanese (-1542), che primo vulgarizzò ed illustrò Vitruvio, pretendendo riscontrarne le regole negli edifizj gotici. Con più bizzarra idea Francesco Colonna, nato a Venezia da famiglia lucchese, volle rendere famigliari le dottrine di Vitruvio, mediante uno strano romanzo (Cap. CXXI, fine), dove illustra molte antichità, iscrizioni e pietre incise. Anche frà Giocondo veronese commentò l’architetto latino ed altri scrittori d’arte, quali Frontino, Catone, Cesare, Aurelio Vittore, l’Ossequente, e venne in riputazione nel fabbricare ponti, come forse a Verona quel di pietra, e a Parigi il Piccolo e quel di Nostra Donna di sasso a pieno sesto[5]; ove pure fece la corte dei Conti, la villa di Gaillon, e forse quella di Blois. Di Venezia specialmente ben meritò, sia fortificandola contro la lega di Cambrai, sia regolando il Brentone; divisò un bel ponte colle fabbriche a Rialto: ma avendo i soliti intrighi fatto preferire lo Scarpagnino, egli indispettito migrò a Roma, dove, morto Bramante, fu posto architetto di San Pietro[6].