Di Giuliano da Majano è il palazzo a Roma ordinato da Paolo II e da lui regalato a Venezia, estesissimo e pesante, con grandiosi compartimenti: come anche Poggio Reale presso Napoli, con giardini, boschetti, giuochi d’acqua, insidie d’uccelli, e quanto può lusingare una regia residenza. Benedetto, suo fratello ed ajuto, fece lavori di tarsia, e l’altare dell’Annunziata a Montoliveto nella stessa città; operò alla corte di Mattia Corvino in Ungheria; a Firenze eseguì il pulpito in Santa Croce colla storia di san Francesco, e cominciò il palazzo Strozzi, finito da Simone Pollajuolo, detto il Cronaca, il quale vi pose il cornicione più bello che ancor siasi eseguito. Al Cronaca deve pure Firenze la elegante sacristia ottagona di Santo Spirito, il salone dei Cinquecento, ed il San Francesco al Monte.

Non ancora si erano segregate le tre arti del disegno, e in tutte dovea valere chi alto aspirasse. Andrea Orcagna alle pitture sottoscriveasi sculptor, alle sculture pictor, e fu inoltre poeta, architetto, orafo; raccomandò il suo nome alla loggia dei Lanzi, che, se girasse l’intera piazza, non avrebbe la pari al mondo; ai Novissimi del cimitero di Pisa, invenzioni severe dantesche, con contorni rigidi ma non senza prospettiva; al Giudizio, che servì di tipo per quello di Signorelli a Orvieto, e per quel di Michelangelo nella Sistina; in fine al tabernacolo in Or San Michele, capolavoro di quel secolo, indipendente da modelli classici, e con facile e maestosa ricchezza. In questa chiesa il corpo de’ mercadanti fiorentini sfoggiò una magnificenza, che i principi posteriori non emularono; ed oltre il Battista, il Santo Stefano ed il San Matteo del Ghiberti, bronzi ammirati, v’ha fatture insigni di Nicola d’Arezzo.

Pietro e Paolo aretini, allievi di Angelo ed Agostino senesi, primi (1346) eseguirono opere grandi a cesello, e per un arciprete del loro paese condussero una testa d’argento quanto il vivo. Poco poi, Cione faceva l’altare d’argento in San Giovanni di Firenze, cavando molte storie ragionevolmente in argento a mezzo rilievo, e che fu poi ornato dal Finiguerra, da Antonio Pollajuolo e da altri. Ugolino di maestro Pieri senese aveva già prima finito un preziosissimo reliquario pel santo Corporale d’Orvieto, di seicento oncie d’argento, con graziosi dipinti sopra smalto. Insigne è pure l’altare di san Giacomo nella cattedrale di Pistoja, lavorato da molti fra il 1314 e il 1466.

A Perugia ben da antico fioriva l’oreficeria, se fin dal 1296 il consiglio concedeva a quell’arte di eleggersi il proprio rettore, purchè sotto la tutela dell’arte del Cambio, sicut fuerunt in temporibus retroactis. La tazza dell’insigne fontana, le tre ninfe del piede, i due grifi, i due leoni di bronzo portano Rubeus me fecit A. D. MCCLXXVII, indictione V: il tabernacolo in Santa Giuliana, di rame dorato a smalti e figure rilevate, è del secolo XIV uscente: poi nel cinquecento Cesarino Roscietto non la cedeva a qualunque miglior cesellatore per abilità e gusto[7]. A Lanciano nel regno di Napoli ammiravano una croce del 1360, coperta di lamina d’argento, con figure sbalzate ad alto rilievo e smalti.

Come Nicolò ebbe soprannome dall’arca di San Domenico a Bologna, da lui ornata, così Jacopo della Quercia dalla fonte di Siena. Quivi un elegante tabernacolo eseguì nel duomo Lorenzo Vecchietta nel 1492, e un Redentore in croce, oltre compire il fonte battesimale in San Giovanni. Il Brunelleschi col Filarete condussero le porte di bronzo della basilica Vaticana.

L’arte spiegò le ale quando i Fiorentini decretarono mettere al battistero porte di bronzo che accompagnassero quelle disegnate da Giotto ed eseguite da Andrea di Pisa. In concorso col Brunelleschi, con Jacopo della Quercia e con quattro altri, ebbe la preferenza Lorenzo Ghiberti; e la meritò. Decretate nel 1400, solo nel 1413 furono compiute, avendovi egli adoprato con diligente lentezza, tutto copiando dal vero, ogni pezzo esponendo al pubblico, ascoltando i pareri, distruggendo i modelli meno perfetti, e così con purezza di forme, nobile semplicità d’espressione, naturale varietà di pose, movenze eleganti, felice aggruppamento de’ fatti e chiarezza ad esprimerli, sostenne la poesia della composizione. Il metterle in posto fu una solennità per Firenze; alla casa dell’artista si portò trionfalmente il gonfalone della giustizia: un secolo più tardi, Michelangelo le diceva degne dell’entrata del paradiso; e dopo quattro secoli e mezzo noi le ammiriamo come il primo giorno.

Il Ghiberti, non che superare gli antichi nella prospettiva lineare ed aerea, pretese raggiungere gli effetti della pittura: e quivi e nel sarcofago di san Zanobi in duomo avventurando molte figure in profondità, e mescolando l’alto, il basso, il mezzano rilievo, come gli antichi mai non aveano osato. A siffatte illusioni aspirò pure il Donatello fiorentino, lodato pei pulpiti in San Lorenzo, i putti cantanti con sì gaja ingenuità nel Santo di Padova, a Napoli l’adorazione de’ Pastori in Montoliveto e altri nella cappella de’ Brancacci. Invaghitosi del vero, cercò l’anatomia e la forza muscolare: del che se lo ammirava poi Michelangelo, il Brunelleschi, a cui mostrò un suo Crocifisso fatto di quel gusto, lo trovò somigliare a un facchino; e tolse a far quello che sta in Santa Maria Novella; veduto il quale, Donatello sclamò: — Tu sai fare dei Cristi, io dei villani». D’allora pose maggiore studio all’espressione, come si vede nella Maddalena, nel San Giovanni, nel San Giorgio d’Or San Michele, nello Zuccone sul campanile, e nella Giuditta.

Statue equestri, che sono il monumento eroico per eccellenza, non s’erano fatte da Giustiniano in poi[8], ed ecco in trent’anni eseguirsene quattro da fiorentini: da Donatello quella di Gattamelata a Padova nel 1453; da Antonio di Cristoforo e da Giovanni Baroncelli quelle di Nicolò e Borso d’Este a Ferrara nel 1445, abbattute poi nel 1799; e nel 1479 il Coleone in Venezia, modellato da Andrea Verocchio, fuso da Alessandro Leopardi, che vi sottopose elegantissima base[9].

Andrea Verocchio, valoroso orefice, insegnò ad accurar un giojello quanto una statua; introdusse di formare di gesso sul vivo, col che poi si levarono le maschere de’ morti, e si fecero anche figure intere di cera; cioè al naturalismo s’immolava interamente il concetto. Di Andrea, oltre molti argenti e bronzi, sono l’Amore abbracciante il delfino per la fontana di Palazzo vecchio, il san Tommaso di bronzo d’Or San Michele, il mausoleo ornatissimo di Giovanni e Pietro di Cosmo de’ Medici in San Lorenzo, con flessibili festoni fusi.

Desiderio da Seltignano impresse alle figure il riso e la capricciosa finezza che più tardi rinnovò il Correggio. Di Matteo Civitali ammirano a Lucca il San Sebastiano, l’altare di san Regolo con statua e bassorilievi accurati, il sepolcro di Pier da Noceto segretario di Nicola V, con grandiosa architettura e ornamentazione finita: l’elegantissimo suo tempietto ottagono in duomo, ov’è riposto il santo Volto, precede di diciassette anni l’ammirato di Bramante a San Pietro Montorio[10]. Antonio Pollajuolo pittore e orefice, vivace e sicuro disegnatore, dall’anatomia imparò a dar movimento e posa alle figure, come si vede in Vaticano nei depositi d’Innocenzo VIII e Sisto IV, quello più semplice, questo più faticato. Lavorò attorno alle porte del Ghiberti, e massime una quaglia ammirata, e molti nielli e medaglie: ed è rinomato un suo grande intaglio di dieci uomini nudi combattenti colla spada.