Chi abbia veduto il coro di fanciulli cantanti che sta nella galleria degli uffizj a Firenze, e le porte di bronzo alla sacristia del duomo, non esita a porre in prima altezza Luca della Robbia. Inventò di vetriare le terre cotte, e se ne ammirano per tutta Toscana, e le migliori ne’ SS. Apostoli e sulla porta maggiore d’Ognissanti a Firenze e sullo spedale di Ceppo a Pistoja[11], se pur non sono della sua famiglia o d’alcuno dei tanti imitatori che ebbe, finchè il magistero perì nel 1565 con Sante Buglione. Il Vasari non rifina di lodar quell’arte: e divenuta oggetto da commercio, se ne posero fabbriche principalmente ad Urbino, a Pesaro, a Casteldurante, massime ducando Guidubaldo II, ove stoviglie e piatti erano condotti or sopra soggetti di Rafaello e Giulio Romano, ora con modelli appositi di Rafael del Colle e Battista Franco; e la maggior raccolta è quella che dai duchi d’Urbino passò alla pia casa di Loreto.

Di Mino da Fiesole nel duomo della sua patria, oltre un altarino d’ineffabil grazia, la testa di Leonardo Salutato vescovo è vera pelle e carne. Bello è pure il cenotafio di Paolo II nella cripta della basilica Vaticana, e in badia a Firenze il monumento di Ugo marchese, svelto nell’insieme, con una Madonna ed angioletti graziosissimi. Il mausoleo di Bernardo Giugni vogliamo accennare per l’iscrizione che lo chiama publicæ concordiæ semper auctori et civi vere populari.

Questi esempj fecero estendere i sepolcri suntuosi, e anche da vivi se li prepararono i cardinali, principalmente gli spagnuoli venuti coi Borgia; e può indursene il più certo e originale andamento della scoltura. Sono per lo più composti architettonicamente con zoccolo e frontone, il morto disteso, angeli che sorreggono un panneggiamento, molli ornati, qualche bassorilievo, e in alto madonne e santi, e spesso fiori che di tranquillità e speranza consolano la morte. Non v’è chiesa che non se n’abbelli; ed oltre i menzionati sono insigni i depositi del Coleone a Bergamo per Antonio Amedeo pavese, d’Ilaria del Carretto a Lucca per Jacopo della Quercia, a Roma del cardinale Consalvi in Santa Maria Maggiore, e di Bonifazio VIII per Giovanni Cosmate, a Verona de’ Torriani in San Fermo per Andrea Ricci, architetto di Santa Giustina di Padova, e autore del più ricco e grandioso candelabro di bronzo nel Santo. Bernardo Rosellini in Santa Croce fece il deposito del cancelliere Leonardo Bruni, Desiderio da Settignano quello de’ Marsuppini; quasi riscontri l’un dell’altro, abbandonando l’arco acuto, sdrajando il morto sopra un letto, in alto due angeli che sorreggono la Madre della misericordia. Un più magnifico eseguì Antonio Rosellini in San Miniato al Monte per un cardinale portoghese, morto di venticinque anni il 1459, occupando l’intera cappella, ricchi marmi il pavimento, smalti la volta, il defunto giacente in abito vescovile sopra un letto sostenuto da due angioletti, in alto l’urna, e più in su la Madonna fra gli angeli; tutto marmi a vario colore, festoni e ornati, la cui sobrietà è offesa dallo smanioso drappo funereo aggiunto nel secolo seguente.

Fin allora ai monumenti e alle pitture s’accompagnavano iscrizioni, che insinuassero le virtù pie e le patriotiche, e soprattutto raccomandassero la pace e la concordia. Nel palazzo della repubblica di Siena[12], sotto Curio Dentato leggesi la sua lode per aver disprezzato l’oro, che adesso, ahimè! corrompe il mondo (Et spretum auram, proh! quod nunc inficit orbem): sopra una porta di Padova il podestà Giovanni Ardizzo metteva il consiglio di evitar le discordie, per le quali le città sono disfatte[13]: al tribunale di Milano un’iscrizione rammentava ai litiganti come dai processi nascano nimicizie, si perda denaro, si cruci l’animo, si stanchi il corpo, ne derivino disonestà e colpe, e oblio delle buone e utili opere; e quei che credono vincere, spesso soccombono; o se vincono, alla fine non hanno che un pugno di mosche[14]: a Siena suddetta, sotto a Cesare e Pompeo è rammentato come la costoro rivalità traesse a ruina Roma[15]; e fra le immagini d’altri grandi romani, una scritta insiste perchè da loro s’impari come fu grande il popol di Marte per l’unione, e scadde per le scissure[16]; ma insieme un’altra intìma: Quodcumque facilis in verbo aut in opere, in nomine domini nostri J. C. facite.

Ormai però le belle arti, intimamente associate nel medioevo, si disunivano, e quelle del disegno raffinavansi una separatamente dall’altra. La pittura ai vivi colori e ricisi della orientale ne preferiva di degradati e misti; alla convenzione surrogavasi la realtà; a’ segni delicati ma fantastici de’ fondi, il paesaggio e le architetture; e Giotto (tom. VII, pag. 199), pur conservandosi monumentale, staccavasi dai tipi jeratici per accostarsi al ritratto, non cercando però nella materia un maestro troppo grossolano, nè dipartendosi dal sentimento di pietà. Quai gli mancarono qualità di gran maestro? I visi femminei più pudicamente colora; piega elegantemente gli abiti; disegna a meraviglia, come può vedersi ne’ monocromi della cappellina degli Scrovegno a Padova; studiò caratteri, donde scaturisce la forza delle rappresentazioni simboliche, di cui egli si piaceva; e infatti variatamente gli espresse nella Cena di Santa Croce, con guisa meno scientifica di Leonardo, non meno sentita. Se non dava ancora profondità ai quadri, nè posa ben equilibrata alle figure, le composizioni sue, siano le minute sugli armadj della sacristia di Santa Croce, o le gigantesche di Assisi e di Padova, sono bene aggruppate ad un’azione comune, con altitudini espressive e scorci arditi, quali il San Giovanni che alla vista di Lazzaro resuscitato gitta indietro le braccia: e Michelangelo affermava «non poter esser dipinta più simile al vero di quel ch’era» la sua morte della Madonna.

Estesa influenza esercitò per tutt’Italia, ma presto cominciarono a dividersi quei che voleano esprimere il sentimento e quei che miravano all’effetto, e per esso all’anatomia. Paolo Uccello, così detto per l’abilità in ritrarre bestie, considerava merito supremo il situar figure su piani diversi, e farle scortare; e tanto s’affaticava in tirar di prospettiva cerchi armati di punte, triangoli differentemente combinati, palle a settantadue faccie, che la moglie facevagliene serj rimproveri, e Donatello gli diceva: — Cotesta tua prospettiva ti fa lasciare il certo per l’incerto».

I pittori, quando, mercè di lui e di Pietro della Francesca, trovaronsi in possesso della prospettiva, la credettero mezzo supremo di ben esprimere le forme vere, alle apparenze esatte della realtà, agli scorti ben indovinati, al rilievo evidente posponendo l’espressione. Masolino da Panicale in Val d’Elsa, avvezzo all’arte dell’orafo, diede insigne rilievo ai dipinti per mezzo delle ombre, e morendo a soli trentasette anni lasciò imperfette nella cappella Brancacci al Carmine le storie, ritratte con maestà di sembianze e morbido panneggiare. Le compì Masaccio (Tommaso Guidi 1402-43) con belle attitudini, vivaci movenze, contorni sinuosi, toni robusti di colorito forte e ricco, felici combinazioni di chiaroscuro, per cui i suoi gruppi movonsi liberamente anche su spazj ristrettissimi: al che vuolsi aggiungere la buona rappresentazione degli affetti[17].

Dalla devozione unicamente ispirato, il beato Giovanni Angelico da Fiesole (1387-1455) la pittura guardava come un’elevazione della mente a Dio, e commoveasene fin al pianto. Sebbene fin nella dolcezza ponga austerità, innamora colla soavità de’ volti, e con que’ santi che anche fra i crucci del martirio serbano la pace che il mondo non può rapire. Coprì il convento di San Marco d’affreschi da cui non si staccherebbe mai l’occhio, e nella grandiosa storia del Capitolo unì maravigliosamente il sentimento antico con un disegnare che nessuno eguagliò fino a Rafaello. Per la storia dei santi Stefano e Lorenzo in Vaticano il papa gli offerse l’arcivescovado di Firenze, ed egli preferì la povertà del convento. Semplice uomo e santissimo ne’ suoi costumi, volendo una mattina papa Nicola V dargli desinare, si fece coscienza di mangiar della carne senza licenza del suo superiore, non pensando all’autorità del pontefice (Vasari).

La finitezza di Masaccio col sentimento del beato Angelico cercò accoppiare Benozzo Gozzoli, che nel camposanto di Pisa rappresentò ventiquattro grandi storie, tutte movimento e fantasia, ed altre altrove con serenità e vaghezza sbizzarrendo in accessorj. Frà Filippo Lippi (1412-69) cede appena a Masaccio nelle figure al Carmine, nella tribuna di Spoleto, e nell’Assunta, con toni vigorosi, aria grande, proporzioni eroiche; ma secondò il genio voluttoso del rinascimento col sostituire alle ascetiche i ritratti di belle, sviato com’era da avventure romanzesche. Offerto frate a otto anni, fuggì di convento; caduto schiavo de’ Barbareschi, col ritrarre il suo padrone guadagna la libertà; rimpatriato, dipinge nelle monache di Santa Margherita da Prato, e ne rapisce una educanda, e n’ebbe un figlio cui trasmise il nome e l’arte sua, e ne fu superato per scioltezza di composizione, dignità e grazia, qual si ammira ne’ due grandi affreschi della cappella Strozzi in Santa Maria Novella.

Domenico Ghirlandajo (1485-1560) pose un’accuratezza direi fiamminga agli accessorj e all’esatta imitazione della natura[18]; e colle severe forme architettoniche rialzò i suoi affreschi, pure mostrando maschia nobiltà e varietà nelle composizioni estese, quali la gran Cena della cappella Sistina, ove dipinse con Filippino, figlio non degenere di Filippo Lippi, con Luca Signorelli e con Cosimo Roselli. Quest’ultimo in Sant’Ambrogio di Firenze frescò gruppi rafaelleschi, ma poi si voltò ai guadagni sì col lavorare in fretta, sì col darsi alle ciurmerie degli alchimisti.