La dipintura a fresco predominava sull’altre, obbligando a studiare le vaste proporzioni, le leggi della disposizione e la prospettiva. I quadri di solito faceansi sul legno, scegliendo tavole compatte e capaci di fina levigatura; se occorresse commetterle di varj pezzi, vi si stendeva una tela, sopra cui uno smalto finissimo, o talvolta una foglia d’oro che diveniva il campo; alla quale si surrogarono paesaggi o cieli. Vuolsi derivato dai Greci, vale a dire che è molto antico fra noi l’uso di dipingere i cassoni e cassapanchi che si teneano nelle camere da piè del letto, e massime quelli in cui la sposa portava il suo corredo; con soggetti semplici dapprima e generalmente devoti, poi recati ad ampiezza dai gran maestri: ne fece Andrea Tafi, poi Spinello di Arezzo, Taddeo Gaddi, e di più grandi Mariotto Orcagna, Dello fiorentino, il Lippi, l’Uccello, il quale pure dipingeva certi taglieri, sopra i quali si offrivano doni alle puerpere. Sui mobili della camera di Pierfrancesco Borgherini, magistralmente intagliati da Baccio d’Agnolo, più tardi esercitarono a gara il pennello Andrea del Sarto e Jacopo Pontormo; Neri di Bicci pitturò l’armadio ove a Firenze si custodivano le Pandette; l’Angelico quello dei vasi sacri in Santa Maria Novella e all’Annunziata; Antonio Razzi a Siena i cataletti; altri le predelle degli altari.

Ricchezza di colori già possedeano i Bisantini; e crebbe poi così, che alla tavolozza di Masaccio non mancava alcuna gradazione. Che gli antichi non istemperassero i colori coll’olio ce n’è prova il silenzio di Plinio: nel medioevo sì; e Teofilo, monaco del XIV secolo, vivente in Lombardia, suggerisce l’olio di linseme per pitturare case e porte; se non che, essendo il dissolvente meno essicabile, riusciva lungo e difficile il ripassarvi sopra. Il Cennino, nel trattato, della pittura del 1437, «insegna a lavorar d’olio in muro o in tavola, che usano molto i Tedeschi»; e suggerisce di cuocer l’olio di lino, e valersene a stemperare i colori e velarli. Giovanni Van-Eyck surrogò olio di noce e di papavero, mescendovi un essiccante che permettesse di immediatamente passare sopra lo stesso colore. Fu dunque considerato inventore della pittura a olio; e aggiunsero che Antonello da Messina, presa con lui dimestichezza, ne succhiellasse il secreto, che poi recò in Italia, insegnandolo a Domenico veneziano, che nol tacque ad Andrea del Castagno fiorentino, il quale l’ammazzò per rimaner unico possessore d’un artifizio che «ancora in Toscana non si sapeva»[19], e che fu surrogato alla tempera.

A Venezia fin dal secolo VI una colonia bisantina ornava di musaici le chiese di Grado e di Torcello; una migliore fu chiamata dal doge Orseolo a decorare San Marco nel 1000; altri artisti vi accorsero dall’espugnata Costantinopoli: de’ musaici in San Marco, se alcuni sono di mano greca, altri s’accertano di nazionale; è memoria d’una confraternita di pittori, erettavi sin dal 1290; e in tutte le città venete ricordansi dipinti in muro o in tavola anteriori a Giotto. Del quale poi appare l’influsso in Giovanni e Antonio padovano, nel Semitecolo, nel Giusto, nell’Altichieri, nel Guariento, che dipinse il palazzo ducale, e tutto cura ed espressione il Crocifisso a Bassano.

I Vivarini di Murano, che per quasi un secolo fiorirono attorno al 1400, han bello e schietto fare, ma stecchito, formato men sugl’italiani che su Fiamminghi e Tedeschi, molti de’ quali operarono a Venezia, e massime Giovanni da Brugia e l’Hemmelink, il più grazioso pittore mistico di quel secolo[20]. Di maniera propria lavorarono Paolo veneto e Lorenzo; e Carlo Crivelli sfoggiò di colorito in gemme e rabeschi.

Gentile, da Fabriano nella marca d’Ancona, formatosi sul beato Angelico e sulle tradizioni dell’Umbria, fu invitato dalla Signoria a dipingere il palazzo dogale, decretandogli un ducato al giorno, e il diritto di portar la toga senatoria. Egli educò Giacomo Bellini, e questo i due suoi figliuoli Giovanni e Gentile; i quali a concorrenza con Luigi Vivarini, col Carpaccio, col Pisanello rappresentarono nel palazzo dogale i patrj fasti. Ricchi di pratica, pittori insieme e architetti, miniatori, orefici, armonizzavano i loro quadri coll’ordine della chiesa per cui li facevano, colle cornici di cui gli ornavano, sicchè lo spostarli è un corromperli. Gentile (1421-1507) fu chiamato a Costantinopoli; e narrano che, per dargli un modello di decollazione, Maometto facesse balzar la testa d’un paggio. Più acconcio alle scene popolose e alle cose di prospettiva, come si vede nel miglior suo quadro che sta in Brera, egli cercava l’arte classica, benchè non fallisse alla poesia religiosa[21]: mentre Giovanni (1426-1516), disegnatore più savio, più intelligente del chiaroscuro, tutto devozione, escludeva qualunque leziosità potesse frastornare il patetico severo, la dignitosa gravità e l’intensa espressione; nella lunga vita andò sempre migliorando, talchè immenso divario corre dalle prime alle ultime opere sue, e fu dei primi a dare colla pittura a olio vigor nuovo ai dipinti. Aveva ottant’anni quando fece la mirabile tavola in San Zaccaria, e divenne contemporaneo ai rinnovatori dell’arte.

Capitava in quel tempo a Venezia (1506) Alberto Dürer, insigne pittore e incisore tedesco, per domandar riparazione di certe sue stampe, contraffatte da Marc’Antonio. I Veneziani, innamorati del colorito, in lieve conto presero lui incisore, ma Giovan Bellini il suffragò presso i patrizj. — Deh poteste voi esser qui!» (scriveva Dürer a un amico). Quanto amabili sono gl’Italiani! mi si fecero attorno, e ogni dì più mi s’affezionano; di che in cuor mio provo indicibile contentezza. Sono gente educata, istruiti, eleganti, bravi sonatori di liuto, tutti spirito e dignità, affabili e buoni con me oltre ogni dire. Vero è che non vi è difetto di sleali, mentitori, bricconi, che non hanno i pari sotto il cielo; e a vederli li scambiereste pei migliori del mondo; ridono di tutto, fin della loro cattiva reputazione. Io fui avvertito in tempo da’ miei amici di non mangiare nè bere con costoro, nè coi pittori del loro mazzo. Tra questi alcuni si sono messi a farmi guerra, e copiano sfacciatamente i miei quadri nelle chiese e ne’ palazzi, mentre gridano ch’io rovino il gusto allontanandomi dall’antico. Ciò non tolse a Gian Bellini di largheggiarmi elogi in numerosa brigata; inoltre egli volle qualche cosa di mio, venne a trovarmi in persona e domandarmi un disegno, aggiungendo ch’era geloso di pagarlo bene. Egli è amato, riverito, ammirato da tutti, e non si parla che della bontà e dell’ingegno suo; e benchè vecchio, ha pochi uguali».

Il sentimento di Giovan Bellini si trasfuse nel Cima da Conegliano, non inferiore a verun quattrocentista per bella convenienza ed intensa espressione, mentre la grazia di Vittore Carpaccio commove anche gl’ignari dell’arte in molti soggetti leggendarj, e principalmente nelle storie di sant’Orsola, piene di popolo e di addobbi, come doveva esser Venezia allora.

Pellegrino da San Daniele udinese, scolaro di Gian Bellini, così povero che chiese dalla città sua il posto di portiere, promettendo, se gliel concedessero, di dipinger le arme de’ luogotenenti, il pallio della comunità e gli stemmi su tutte le fabbriche nuove, le porte, gli stendardi ove occorressero, lavorò principalmente a San Daniele; e in Sant’Antonio (1497) una Crocifissione è grandemente ideata, ben colorita e piena d’espressione, non men che altri soggetti evangelici.

Anche Marco Basaiti friulano, Giovanni Mansueti, Bartolomeo Montagna vicentino si tennero alla castigatezza antica. Cominciò a traviare il padovano Francesco Squarcione, che li superava in dottrina, in prospettiva, in espressione, quanto n’era dissotto nel colorito, nella dolcezza di contorni, nelle arie gentili e nel sentimento religioso. Dal Levante, ove trovava intatte molte opere, da poi mutile o distrutte, recò in patria la più bella raccolta di disegni, statue, urne, bassorilievi, e sostituì il culto classico alle tradizioni cristiane, coadjuvato in ciò dai professori dell’Università padovana; sicchè vene e muscoli diligentati, pieghe architettate, pose artifiziose parvero merito supremo.

Tali effetti spinse al massimo grado Andrea Mantegna (1430-1506), il quale, negligendo la leggiadria dei frammenti greci per non vederne che l’esattezza, riuscì secco come il suo maestro, fin quando sui bronzi del Donatello acquistò un segno più libero e men convenzionale, e pareggiò i migliori, mentre a tutti sorvolava per l’accorta convergenza delle linee al punto di vista, non solo negli edifizj, ma nelle varie posizioni e mosse del corpo umano: della qual maestria è il colmo il suo scorcio del Cristo morto in Brera a Milano. Per Luigi Gonzaga a Mantova dipinse molte opere in castello, e a chiaroscuro il trionfo di Cesare, divenuto per l’incisione il suo più celebre lavoro, come lo stupendo trittico della tribuna degli Uffizj, condotto con diligenza da miniatore. Con larga erudizione e buona estetica scrisse sopra i giganti, dipinti in chiaroscuro da Paolo Uccello nel palazzo Vitaliani a Padova, e ottenne fama e lodi più di qualfosse contemporaneo.