Altri indaghi perchè generalmente i lirici, dai siculi cominciando, abbiano velato l’amore, mentre agli epici, come ai novellieri, piacque voluttuoso ed osceno, e persino il Tasso, anima candidissima e in poema sacro, non isfuggì lascivia di pitture ed epicureismo di consigli. Ma nessun peggio dell’Ariosto, zeppo di lubriche ambiguità e d’immagini licenziose qui come nelle commedie. Chi ci tacciasse di non collocare l’uomo in mezzo a’ suoi tempi, sarebbe smentito da tutta l’opera nostra, e noi conosciamo i vizj di quell’età mezzo pagana e mezzo superstiziosa: ma dietro agli errori e ai pregiudizj sta il genio dell’uomo e la poderosa sua volontà; poi scagionando l’autore, rimane il difetto dell’opera, nè alcuna apologia potrà togliere che sia giudicata bellissima e perversissima.
Dissero che l’Ariosto abbraccia tutti gli stati e le condizioni: ma per entro quel barbaglio di meraviglie perde di vista l’uomo, fallisce ed esagera il linguaggio della passione, e la donna virtuosa, la madre di famiglia, l’amante casta o in lotta con se stessa non t’offre mai; sibbene sozze Gabrine e Origille, o tirannesche madri di Bradamante, o voluttuose amiche, fra le quali è a relegare fino Isabella, che resiste alla violenza, ma nulla ha negato all’amore.
Dopo la prima edizione del 1516, un’altra ne fece l’autore nel 1532, dopo vissuto lungamente a Firenze[120], con moltissime mutazioni e indicibili miglioramenti, massime di stile; e corrente quel secolo, sessanta volte fu ristampato, sì caro diventò. Perocchè, se pochissimo quanto ai fatti, moltissimo inventò l’Ariosto quanto allo stile, e alle particolarità che sono la vita d’un racconto e ch’egli sceglie con finissima arte, come pittore che storie vecchie riproduce con disegno e colorito nuovo; onde quel ritrarre così vivo, così vario, che lo renderà miniera inesaurabile di quadri. Ridendo con una dabbenaggine arguta, a guisa d’un beffardo che racconta stravaganze tenute per serie da altri, ma che non vuol parerne nè complice nè zimbello; signore delle armonie quanto il Petrarca; mirabilmente versatile nell’espressione, senza la pretendenza, troppo ordinaria negl’Italiani, senza la frase tessellata, senza abuso di classiche rimembranze, discernendo per istinto le eleganze dall’affettazione, il vezzo natìo dell’idioma parlato dal ribobolo mercatino; falseggia qualvolta tocca il figurato, ma quando procede per la piana e fuor di metafora, meravigliosamente produce quel piacere che nasce dal conversare alla domestica con uno de’ più begl’ingegni, non d’Italia solo, ma del mondo. È la maggior prova che i libri vivono per lo stile; e da questo il Galilei confessava avere appreso a dar chiarezza e grazia a’ suoi dettati filosofici; un uomo di buon senso dichiarava la lettura dovrebbe concedersene soltanto a quelli che fecero alcuna bella azione a pro della patria: ma Silvio Pellico lo qualificò un uom vulgare con sommo ingegno. E degli ingegni è grande, è incalcolabile la potenza; e guaj a chi la sconosce, peggio a chi l’abusa! L’uomo, allorchè si accinge a scrivere, tremi delle conseguenze d’ogni sua parola. Ai pensamenti del Machiavelli è debitrice Italia di lutto e d’infamia oh quanta! Dagli scherzi dell’Ariosto, che stravolge le idee di virtù, che divinizza la forza, che fa delirare il raziocinio, che imbelletta il vizio e seconda gl’istinti voluttuosi, forse la patria trasse più mali ch’ella stessa nol sospetti.
E noi giudichiamo inesorabilmente i sommi, non per menomarne la gloria, ma per iscaltrire la gioventù, che speriamo c’intenda, e che chiediamo giudice altrettanto austera di noi e de’ contemporanei[121].
Rigorosissimi verso questo grande, che diremo de’ suoi imitatori, sprovvisti del genio che tanto a lui fa perdonare? Luigi Alamanni da Firenze (1495-1556), oltre la Coltivazione, una sequenza di poemi cavallereschi compose non per altro che per secondare il gusto d’Enrico II; il Girone Cortese, versificazione d’un romanzo francese; l’Avarchide, o l’assedio di Bourges (Avaricum), dove Agamennone, Achille, Ajace traveste da Arturo, da Lancilotto, da Tristano, ricalcando interamente i fatti e i detti e le descrizioni omeriche; onde la sua condanna sta nella lode datagli da suo figlio, di toscana Iliade. Aggiungete satire, stanze, elegie, salmi, tutto mediocre. Alfine si ritirò in Provenza, povero di fortuna, e perciò rifiutato da una fanciulla di cui invaghì[122].
Lodovico Dolce veneziano, scrittore instancabile di grammatiche, retoriche, orazioni, storia, filosofia, satira, lirica, traduttore, editore, commentatore, correttor della stamperia del Giolito, fece sei poemi, fra cui le Prime Imprese d’Orlando, che sarebbero i precedenti del Bojardo. Il seguito ne sarebbe l’Angelica Innamorata di Vincenzo Brusantini ferrarese; e mettetevi insieme i Reali di Francia dell’Altissimi, la Morte di Ogero danese, la Trebizonda, Dama Rovenza dal Martello, Marsiglia Bizzarra. D’ogni dove pullulavano imitatori dell’Ariosto, fin tra’ ciabattini; e l’Aspramonte, il Dragoncino, l’Altobello, Anteo Gigante, l’Antifior d’Albarosia, l’Oronte Gigante, il Falconetto delle battaglie, i Fioretti de’ Paladini, lo Sfortunato, e le Marfise, e le Bradamanti, e i Ruggeri, e tutti i paladini della favola ariostesca ebber poemi che vissero quanto i romanzi de’ nostri giorni. Il Bernia fece l’Artemidoro, dove si contengono le grandezze degli Antipodi, e l’Erasto, le Pazzie amorose di Rodomonte secondo, Parigi e Vienna. Giambattista Pescatore di Ravenna scrive in venticinque canti la vendetta, e in quaranta la morte di Ruggero; «giovanile fatica fatta in breve tempo, piuttosto per esercizio di mente che per vaghezza di fama»: eppure più volte ristampata, benchè flacida di stile e povera d’armonia. Francesco de Lodovici veneziano volle qualche novità coll’abbandonare l’ottava, e cantò i trionfi di Carlo Magno in due parti di cento canti ciascuna, e ciascun canto di cinquanta terzine: a Dio surrogando l’Amore, il Vizio, la Natura, la Fortuna, Vulcano; alle lodi dei re quelle del doge Andrea Gritti.
In quella folla d’epopee, fatte tra il riso e lo sbadiglio, per reminiscenze ed imitazione, come si facevano sonetti amorosi perchè Petrarca fece l’innamorato, e dove alle adulazioni e alle lascivie si trovava scusa nell’esempio dell’Ariosto, non si toglieano di mira che le industrie materiali di mestiero. Il bisogno di creare, d’innovare, non si sentiva; perduta l’intelligenza del medioevo, nè ancora all’ingenua contemplazione della natura surrogata quella finezza di osservazioni, quell’analisi dell’uman cuore che costituisce la poesia dei secoli colti; i personaggi sono o ribaldi o virtuosi tutti d’un pezzo, con vizj e virtù generiche, non quella mistura che è propria della povera nostra umanità.
Poniamo tra questa pula anche l’Anguillara, che traducendo le Metamorfosi[123] con espressione facile al par del suo testo, potè riuscire più prolisso e più sconcio di quello; eppure ebbe in quel secolo trenta edizioni. Morì di miseria e libidine.
La memoria del miglior figlio conserva quella di Bernardo Tasso (1443-1569). Alcuno trarrebbe la famiglia di lui dai Della Torre di Valsassina, che signoreggiavano a Milano, e che al prevalere de’ Visconti ricoverati nelle montagne di Tasso fra Bergamo e Como, v’ebbero in signoria Cornello. Al 1290 un Omodeo Tasso stabilì le poste, invenzione perdutasi nel medioevo, e che da’ suoi discendenti diffusa in Germania, in Fiandra, in Ispagna, valse a quella casa un’illustrazione di genere particolare e il titolo di principi, conservato finora nei signori Della Torre e Taxis. Un Agostino Tasso era generale delle poste d’Alessandro VI, e da un suo fratello nacque Gabriele, da cui Bernardo. Questi, senz’altro patrimonio che la nobiltà e una diligente educazione datagli dallo zio vescovo di Bergamo, s’affisse di buon’ora alle Corti; e prima servì da secretario e da messo a Guido Rangone generale della Chiesa, poi alla duchessa Renata di Ferrara, indi a Ferrante di Sanseverino principe di Salerno; e colmo d’onorificenze e di pensioni, partecipò alla spedizione di Carlo V contro Tunisi e a quelle del Piemonte e di Fiandra. Ma il Sanseverino, essendo deputato a Carlo V da’ Napoletani per isviare il flagello dell’Inquisizione spagnuola, cadde in disfavore a questo, sicchè gettossi coi Francesi. Bernardo il seguì; come ribelle ebbe confiscati i beni; e mentre il Sanseverino andava a Costantinopoli a sollecitare il Turco, Bernardo a Parigi in prosa e in versi confortava Enrico II all’impresa di Napoli, ma invano. Tornato in Italia, vi perdette la moglie Porzia de’ Rossi[124], e ne’ disastri della guerra d’allora si trovò sul lastrico, finchè Guidubaldo duca d’Urbino non l’accolse, e gli diede agio a finire il suo poema: di poi visse a Mantova, e governò Ostiglia.
Vita sì tempestosa non interruppe il suo poetare. Fra le altre, fu amoroso d’una Ginevra Malatesta, e quando essa sposò il cavaliere degli Obizzi, egli espresse la sua disperazione in un sonetto che tutte le colte persone d’Italia ebbero a mente. Compose poi due poemi, il Floridante, di cui più non si parla, e l’Amadigi. Il soggetto gli era dato dalla moda, e dalle lodi attribuite all’Amadigi, settant’anni prima pubblicato dallo spagnuolo Montalvo. Volea farlo in versi sciolti, ma gli amici e i principi lo persuasero all’ottava; volea farlo aristotelicamente uno, ma avendo letti i dieci canti alla corte, gli sbadigli e il diradarsi dell’uditorio attribuì alla regolarità, onde intrecciollo di tre azioni e moltissimi episodj. Finito, lo sottopose a varie persone: col qual modo non si cerca profittare d’un buon giudice, ma avere consenso e lode, comprata con condiscendenze. I cento suoi canti cominciavano tutti con una descrizione del mattino, con una della sera si chiudeano, se gli amici non l’avessero indotto a sopprimerne alcune. Avendo dapprima diretto il poema a onor e gloria di Enrico II e della Casa di Francia, cui derivava da Amadigi, di poi, per secondare il duca d’Urbino, lo dedicò a Filippo II, cambiando moltissime parti ed episodiche ed essenziali. Non era egli dunque trascinato da genio prepotente, ma deferiva all’opinione altrui, e tanti cambiamenti elisero ogni spontaneità del primo getto. Alfine il Muzio, l’Atanagi, Bernardo Cappello, Antonio Gallo furono a Pesaro convocati dal duca per esaminare l’opera, la quale era aspettatissima: l’accademia di Venezia il pregò lasciarla stampare da essa, ma egli preferì farlo per proprio conto. Eleganza e morbido stile ne sono il carattere, ond’egli medesimo diceva: — Mio figlio non mi supererà mai in dolcezza». E veramente d’immagini e d’espressioni è ricco quanto n’è indigente Torquato; ma sempre vi scorgi studio e non natura, artifizio non ispontaneità; esatto ai precetti grammaticali e retorici, corregge ed orna lo stile, ama le descrizioni, ripiego de’ mediocri, ma non interessa mai, mai non palesa il vigore che viene dalla semplicità. Lasciamo che Sperone Speroni lo anteponga all’Ariosto, come il Varchi facea col Girone Cortese; sta a mille miglia da quella smagliante varietà d’intrecci e da quella limpidezza di stile; tu il leggi da capo a fondo senza che un’ottava ti resti in memoria o ti lasci desiderio di rileggerla.