Dal nome di Carlo Magno in fuori, tutto v’è favoloso; Carlo stesso non era imperatore quand’ancora non era calato in Italia[117]; e somiglia a un tralignato rampollo di razze vecchie, sprovvisto di carattere proprio, amico del far nulla; uno scaltro lo corbella grossolanamente, impunemente l’insulta un valoroso; spada e scettro abbandona a chi li sa ghermire; dà ordini che non sono obbediti; trova in discordia i suoi paladini, e non vale a ricomporli in pace; ha bisogno estremo di loro, ed essi, invece di accorrere alla chiamata, esercitano coll’armi le private querele; nè egli ricupera la sdruscita potenza se non sacrificando la propria dignità. Tanti dotti splendeano alla corte di Carlo, e l’Ariosto non sa rammentare che un Alfeo, il quale dorme al campo, non si sa perchè (c. XVIII). Vuol imitare il Niso ed Eurialo di Virgilio, e li trasporta fra Mori, ove l’amicizia di Cloridano e Medoro non è meno spostata che la libertà onde vagano Angelica, Marfisa, altre donne orientali. Nè Parigi era allora città di conto, nè fu mai assediata da Mori; nè i Mori avevano in mano Gerusalemme, nè già fondato era il regno d’Ungheria; e non che tutti quei re mori, sono baje l’imperator greco Costantino e suo figlio Leone, che han per insegna l’aquila d’oro a due teste, e che pugnavano per ricuperare Belgrado dai Bulgari.
Vivendo in sì gran lume d’arti belle e di scienze, in queste vaneggiò affatto, di quelle mostrò ignorare e pratica e teorie. I suoi palagi sono bizzarre mostruosità; le pitture esprimono azioni successive[118]. Conducendo Astolfo nella luna, falla negli elementi di cosmogonia; crede quell’astro eguale o poco minor della terra perchè non ha luce. Altri viaggiatori «lasciando Tolemaide e Berenice e tutta Africa dietro, e poi l’Egitto, e la deserta Arabia e la felice, sopra il mar Eritreo facean tragitto» (1º dei cinque canti).
Della cavalleria, al tempo suo, si vedevano ancora scene serie, come le sfide di Carlo V con Francesco I, come il torneo dove fu ucciso Enrico II di Francia; e appena un anno prima che il suo poema si stampasse, Bajardo armava cavaliero il re Francesco dicendo, — Venga come se fosse Orlando od Oliviero, Goffredo o Baldovino». Non poteva egli dunque proporsi di metterla in discredito; oltrechè, nel mentre in un canto egli la beffa, nell’altro ne ragiona seriamente; e qualora c’inebbria di sangue e dipinge il macello di migliaja d’inermi, noi restiamo indignati contro gli eroi non meno che contro il poeta, il quale ha coraggio di ridere fra carnificine di ottanta e centomila il giorno, ove molti dei cristiani e quasi tutti gli eroi musulmani finiscono a morire, ove le stragi sono così continue che il poeta stesso pare talvolta stancarsene e grida: — Ma lasciamo perdio, signore, omai di parlar d’ira e di cantar di morte» (c. XVII); noi fa però che per cantare altre ire ed altre uccisioni.
Gli dan lode d’immaginoso: ma nei precedenti, e massime nel Bojardo, già erano ordite le favole ch’egli tessè, e che talvolta sciolse, per verità, stupendamente, e abbandonando (eccetto nelle avventure di Ruggero con Alcina) l’allegoria, con cui il Bojardo avea creduto dover sorreggere l’immaginazione[119]. Comincia con versi di Dante, finisce con versi di Virgilio; dai predecessori imitò i rapidi e crudi passaggi, e la sconnessione, e il mancar d’un cominciamento e d’uno snodo.
D’altra parte, qual cosa è più facile delle invenzioni fantastiche, quando non devano essere riscontrate dalla ragione? E coll’Ariosto versiamo in un mondo perpetuamente falso, tra eroi che si tempestano di colpi senza mai ferirsi, che randagi per foreste selvagge, pure conoscono le cortesie del Cinquecento; fra donne che avvincendano l’amore e le battaglie; fra maghi ed angeli che alternamente sovvertono l’ordine della natura, sicchè nelle buffe inverosimiglianze il fantastico distrugge se medesimo. Eroi uccisi in un canto, ne’ seguenti ricompajono ad uccidere. Angelica, causa di tante risse, scompare a mezzo del poema; e inerme bella, va da Parigi alla Cina, siccome il poeta andò astratto da Modena a Reggio in pianelle. Direste che col balzar di meraviglia in meraviglia, voglia torre alla riflessione di appuntarne le sconvenienze; nè comprende che la grand’arte d’ogni poesia sta nell’ammisurare la finzione al vero in tal guisa, che il meraviglioso s’accordi col credibile.
Rinaldo e Astolfo vanno traverso agli spazj del cielo e all’Italia, eppure non s’imbattono mai in arti, in mestieri, in leggi, in quello di che vive l’umanità, in quello di che era pieno il Cinquecento. D’Italia insigne vanto sono Colombo, Americo, il Cabotto; e l’Ariosto, parlando della scoperta di nuovi mondi, non accenna che a Portoghesi e Spagnuoli, e ne trae occasione di encomiare Carlo V, «il più saggio imperatore e giusto che sia stato e sarà mai dopo Augusto» (c. XV). Una sola volta e’ ricorda d’avere una patria, per rimbrottare i Cristiani che esercitano l’ire fra sè e contro la terra nostra, invece di respingere l’irruente Musulmano. Poi, come uno di quei meschini che mendicano la lode col prodigarla, nell’ultimo canto affastella ai gloriosi contemporanei altri bassi nomi, talchè gran lamento se gli levò incontro, quali lagnandosi d’essere dimenticati, come il Machiavelli, quali credendosi mal qualificati, quali confusi alla turba o male accantati.
E poemi e ogni altro libro, in tanto son lodevoli in quanto porgono un concetto utile e grande: sparpaglia il sentimento, e n’avrai impressioni diverse, che, come i circoli dell’acqua percossa con una pietra, l’una cancella l’altra, nessuna rimane. Ora l’Ariosto, ridendo di sè, del soggetto, de’ lettori, diresti siasi proposto distruggere i sentimenti man mano che li suscitò: ti vede atterrito? eccoti una scena d’amore; commosso? ti fa il solletico; devoto? ti lancia una lascivia. E celiasse solo degli uomini; ma non la perdona alle cose sante; mette in beffa Iddio (c. XIV) facendogli dare puerili comandi; l’Angelo, servo balordo e villano, vistosi tradito e ingannato dalla Discordia, cerca questa, e «poste a lei le man nel crine, e pugna e calci le dà senza fine, indi le rompe un manico di croce per la testa, pel dorso e pelle braccia» (c. XXVII). Continua empietà è quell’aereo viaggio, dove san Giovanni ad Astolfo mostra le Parche, il Tempo ed altrettali gentilità, e dove esso evangelista è paragonato agli storici che travoltano il vero (c. XXXV); e Dio a Mosè sul Sinai insegna una erba, «che chi ne mangia, fa che ognun gli creda» (IIIº dei cinque canti). Motti degni dell’Aretino.
Triviale è la moralità de’ capocanti, allorchè non sia ribalda. Or t’insegna che il simulare è le più volte ripreso (c. iv); ora che «il vincere è sempre mai laudabil cosa, vincasi per fortuna o per ingegno» (c. XV). Se esorta le donne a non dare orecchio agli amadori, i quali, conseguito il desiderio, volgon le spalle, tosto se ne ripiglia spiegando ch’esse devono dunque fuggire i volubili giovanetti, e attaccarsi alla mezza età. Stranissime idee del vizio e della virtù: unica gloria la forza militare; talchè Ruggero, Marfisa, che più? Gradasso, Sacripante, Rodomonte, le cui carnificine non sono tampoco discolpate dal dovere della difesa, pajongli «drappello di chiara fama eternamente degno» (c. XXVII). Il buon Ruggero di virtù fonte, ama colla volubilità di un sergente; appena Bradamante sua con tanti affanni lo liberò dal castello di Atlante, egli vola ad Alcina, e dimentica «la bella donna che cotanto amava»; poi dalla maga non si spicca per ragioni, siccome da Armida Rinaldo, sibbene perchè altri incantesimi gliela discoprono vecchia e sformata. Guarito n’esce, e campa Angelica dal mostro; ma non istà da lui di toglierle il fiore, che ad una donzella è seconda vita. Quella sua cortesia di gettar nel pozzo lo scudo incantato, che vale, s’egli ritiene l’altr’arme e la spada, tutte fatate al par di quelle d’Orlando, e che tolgono ogni merito al valore? Fin la donna egli abbandona, per restar leale ad Agramante; poi quando gli è affidato il duello con Rinaldo, decisivo di quella guerra, combatte lento, più difendendosi che aspirando alla vittoria. O ricusar doveva, o non mancar dell’usato valore. Bella è l’azione sua verso Leone, ma egli s’era dritto colà per torgli le corone, e così esser degno sposo: ottima ragione di rovesciare troni! Poi, come il magnanimo Leone in un subito divenne così vilissimo da mandare altri a combattere per sè? Quando Ruggero e Bradamante tengono in mano lo scelleratissimo Marganorre, il difendono da chi volea dargli la morte, ma per qual fine? perchè «disegnato avean farlo morire d’affanno, di disagio, di martire» (c. xxxvii). Zerbino di virtù esempio, gravissimamente offeso da Oderico, pregato da questo di perdono, pare v’inchini l’animo riflettendo «che facilmente ogni scusa s’ammette quando in amor la colpa si riflette»: voi credete di applaudire finalmente a un atto di virtù; niente! egli non l’uccide per obbligarlo a girare un anno con Gabrina, certo che «questo era porgli innanzi un’altra fossa, che fia gran sorte che schivar la possa» (XXIV).
Se i duchi d’Este aveano senso morale, doveano stomacarsi di discendere da razza, ove, non gli uomini solo, ma le donne erano ferocemente micidiali. Bradamante, per consiglio di Melissa, uccide Pinabello; vendetta inutile: e poniam fosse giusta secondo la guerra, è di buona cavalleria il trucidarlo mentre fugge, nè si difende che con alti gridi e con chiedere mercede? (c. XXIII). Nè solo ella e Marfisa sono fiere nel combattere per la loro causa, ma pigliano vera dilettanza del sangue; e quando Ruggero e Rinaldo combattono per la risoluzione del gran litigio, elle tengonsi in disparte, frementi che il patto le freni dal metter la mano nelle prede adunate (c. XXXIX); e appena vedono rotte le tregue, liete si tuffano nella strage.
Io non amo si spogli la donna delle naturali sue qualità per cacciarla fra l’armi; ma se tale fantasia sorride ai poeti, non dimentichino almeno la gentilezza d’un sesso fatto per l’amore e la pietà.