Dalla mistura del carattere bellicoso colla devozione e colla storia religiosa, quando la nobiltà sentivasi superiore ai vulghi, e credeva all’onnipotenza della forza e volontà propria sovra le turbe, che le andavano dietro nelle battaglie, e pensava che Dio e i Santi assistessero anche materialmente gli eletti, era derivato nel medioevo un eroismo, differente da quello dell’epopea greca e latina, eroismo d’onore, d’amore, di fedeltà, non incarnato in qualche tipo reale, ma finzioni forse provenute da Levante, certo modificate all’indole nostra. Quegli eroi sono prodi come gli antichi; ma il coraggio non mettono a servigio d’un interesse reale, bensì della fantasia e d’un sentimento profondo di personalità, svolgendosi in fatti rischiosi. L’onore, ignoto agli antichi, si fonda sull’opinione che l’uomo ha di sè, e sul valore che si attribuisce: e poichè esso è infinito, d’ogni cosa si risente, ogni cosa riferisce a sè.
L’amore, istinto ridotto a sentimento, che fantastica un mondo destinato solo a servirgli d’ornamento, concentra tutta la vita intellettuale e morale, di modo che non è o leggerezza o colpa, ma un identificarsi colla persona amata; in conseguenza starebbe in opposizione coll’onore, se non si riducesse ancora alla personalità che vuol trovare tutto se stesso nell’oggetto amato. La fedeltà d’un vassallo verso il signore non somiglia al patriotismo nè all’obbedienza del suddito; ma in una società dove il diritto e la legge esercitano debole impero, fondasi sulla libera scelta, sulla personale promessa, lasciando interi l’indipendenza e l’onore dell’individuo, il quale può resistere al suo signore, disdirne la fedeltà, non essendo un dovere che possa pretendersi davanti a un tribunale. Sin l’amore della patria o del principe, l’attuazione della giustizia si considerano sol come impegni personali; arbitrarj sono i fini, nè s’indaga se un’azione sia moralmente buona, ma se conforme all’onore; e poichè questo dipende dall’opinione, è estremamente puntiglioso; altera a voglia la gravezza dell’offesa e della riparazione; anche nell’offensore non considera un reo, ma un uom d’onore, giacchè riparazione non si potrebbe ricevere se non da un proprio simile. Insomma è la coscienza d’una libertà illimitata, che ritrae unicamente da se stessa.
L’interesse dunque delle invenzioni cavalleresche versa tutto sull’uomo indipendente, perfino nei casi ove molti seguono un impulso mistico, come nelle crociate; sono azioni individuali, aventi per iscopo la sola persona. Ma a quella grande indipendenza manca la realtà sostanziale ch’è propria de’ personaggi di Omero, e non è possibile ridurla all’unità artistica di questo e de’ suoi imitatori.
In Italia, dove i baroni non soverchiarono i mercanti, la poesia d’amore e di fede prevalse alla cavalleresca, di cui poche tradizioni rimasero[114]; ma queste rivissero quando appunto lo spirito della cavalleria degradavasi nelle piccole Corti. L’ingegno arguto dei nostri prese in beffa quelle imprese iperboliche; pure nel bisogno di espandere l’amore del bello, e non volendo faticare in cerca di soggetti meditati, da quei romanzi si dedussero poemi. La fantastica rappresentazione dell’assoluta indipendenza individuale attagliavasi al rinnovato paganesimo; a quelle azioni tutte personali non facea mestieri di connessione, cominciate ove si vuole, finite ove si può, atteggiando personaggi di cui erano tradizionali i caratteri e i precedenti, come avvien nelle maschere: vi s’innestò l’adulazione, altra peste di quel secolo, traendo genealogie principesche o da Troja o dai paladini di Carlo Magno. Dai Reali di Franza, scritti o tradotti in italiano fin dal Trecento, rampollò una delle prime epopee, il Buovo d’Antona, canti XXIV in ottava rima; dalla supposta cronaca di Turpino, la Spagna historiata di Sostegno di Zanobi fiorentino, la Regina Ancroja e centinaja d’altri nojosamente prolissi. Ma nessuno penetrò nella vita cavalleresca, nel culto della donna, nell’entusiasmo della prodezza; fermandosi alla sopravvesta, desumendone i nomi e poco più, e le bravure stravaganti, e un incondito soprannaturale, colle persone stesse e le stesse valenterie: e fossero pur bizzarre e stravaganti, erano permesse non solo, ma lodate a scapito del buon senso; riuscendo ridicoli senz’esser buffi, giacchè affettano buona fede, e mescolando il devoto all’osceno.
Alla Corte de’ Medici, mentre si rintegrava la cultura classica, non erasi ancora dimenticata quella del medioevo; e come piacea leggere Virgilio e Terenzio, così godeasi de’ Misteri, de’ Carnevali e delle finzioni cavalleresche. E forse i concetti cavallereschi si discutevano nelle sale di Lorenzo de’ Medici, quando Lucrezia Tornabuona sua madre domandava: — Non potrebbesi da quelle leggende cavar della brava e originale poesia?» Luigi Pulci, fiorentino (1432-87), di famiglia tutti poeti, si fa legge di quel desiderio, e fra pochi giorni porta il primo canto d’un poema, il Morgante. Forse alla lettura assistevano il Poliziano, il Bruno, il Rucellaj, certamente il Magnifico Lorenzo; e risero di quella mistura di sacro e profano, di frasi classiche con riboboli fiorentini, dell’evangelio di san Giovanni con panzane di Turpino; trovarono bella quella veste, fantastici que’ passaggi, e il poeta incoraggito seguitò, senza un disegno nè un fine nè una orditura, come l’usignuolo che canta pel bisogno di cantare: non conoscendo altro canone che la fantasia, non altra regola che di dar nel genio degli uditori, e allo spirito, alla celia sacrifica l’arte e il sentimento, fin il gusto e la creanza e il pudore, benchè canonico e di cinquant’anni; moltiplicando valenterie di eroi nient’altro che forti, cuor di draghi e membra di giganti, non curasi più che tanto di ragguagliare le parti col tutto, d’acquistarvi interesse, e nè tampoco credenza; mette in riso e le imprese e il modo onde le canta; balza dal patetico allo scurrile; pazzescamente accumula trivialità e scienza; diavoli scipiti ravvolge in dispute interminate sopra ciò che di più astruso presentano la teologia e la filosofia; invoca i celesti in capo di canti ne’ quali mena a strapazzo le cose più sacre. Come doveva esser l’uso de’ cantastorie, poeti che per le piazze e nelle sale declamavano quelle imprese, volgesi all’auditorio, e nel finire lo congeda. Forse è il primo che la epica sembianza di Carlo Magno travestì da infingardo credenzone. Se gli chiedi come fosse tanto balordo da lasciarsi abbindolare da Gano, le cui tranellerie costituiscono la parte prevalente del poema, egli risponde ch’era fatalità[115]. Quando ne sballa di troppo sonore, le rigetta sul conto di Turpino. Tratto tratto ti vien di domandare s’e’ beffa o dice serio; poi al fine non sai quel ch’abbiasi voluto con quell’incoerenza d’invenzioni, con quel delirio d’immaginativa. Eppure il fa delizioso a leggere quell’ingenuità di lingua ch’e’ tenea dalla cuna, nè dallo studio fu guasta.
Ne difettò invece Matteo Bojardo conte di Scandiano (1434-94), che in latino e in greco lasciò liriche, di pensieri e di modi peregrini. L’Orlando Innamorato dedusse dal solito Turpino, ma volle raccogliere il ciclo romanzesco in un gran tutto attorno ad Orlando, pretendendo alla simmetria delle antiche epopee sottoporre queste storielle, per lor natura balzane e interminabili. Riuscì dunque troppo vario pel genere classico, troppo grave pel romanzesco; però caratterizza i suoi personaggi, espone con forza; d’immaginativa supera l’Ariosto: ma è disarmonico, inelegante, frondoso, mentre sol dall’incanto dello stile le opere d’immaginazione possono sperare immortalità. Alcuno pretese vedervi allusioni argute di morale e politica, e censure alla Chiesa corrotta: ma egli non voleva se non quel che gli altri del suo tempo, divertirsi e divertire. Alle avventure applicò i luoghi del suo feudo e i nomi strepitosi de’ suoi villani, di modo che i Rodomonti, i Mandricardi, i Sacripanti furono scritti indelebilmente coi grand’uomini che veramente patirono e fecero patire. — Strani capricci della gloria!
De’ cento canti che dovean essere, soli ottantasei finì, lasciando così in tronco le favole; onde molti s’accinsero a raffazzonarlo e proseguirlo. Fra essi Lodovico Ariosto di Reggio (1471-1533), il quale, per la lode de’ primi canti conosciuto e conoscendosi poeta, prosegue, e ne forma un poema, cui la posterità conservò il titolo di divino. Il prosastico trascinarsi in piccoli impieghi, in minute ambascerie, in servidorie di corti, svigorì questo grande ingegno, che le contraddizioni e la sventura avrebbero sublimato; disavvezzo d’ogni attività interiore, lasciando fare, e vivacchiando alla spensierata, instabile non solo in amore ma in ogni sentimento, quell’incomparabile suo istinto poetico non diresse a scopo veruno, o ad un solo, l’adulazione[116]. Se questo accattapane dei fiacchi disabbellì le scritture ne’ cortigiani de’ Tolomei e ne’ Latini della decadenza, nei grandi non s’era ancor veduta mai così meretricia. Virgilio canta gli eroi per cui Roma crebbe e stette, e deriva da loro la gente Giulia, ma gli encomj dati a quelli sono encomj a Roma; nè inventa avi al nuovo Augusto; prostrandosi all’ara di questo che gli restituì il camperello, pur gli dipinge lo squallore de’ poderi da lui donati al veterano, e il guerriero che usurpa i colti novali e soppianta i possessori dai paterni vigneti. Orazio celebra Augusto, ma perchè riordina in pace la patria; e non dimentica o l’intrepido Regolo, o l’invitto animo di Catone. Lo stesso Lucano sotto Nerone esalta le repubblicane virtù. Ma l’Ariosto non altro loda che casa d’Este, «il seme fecondo che onorar dee l’Italia e tutto il mondo; il fior, la gioja d’ogni lignaggio ch’abbia il ciel mai visto». Or chi fossero costoro, chi il giusto Alfonso o Ippolito benigno, chi Lucrezia Borgia, da lui messa più in su della romana, la storia cel disse.
Tre fatti principali camminano di fronte nel suo Orlando Furioso: Carlo Magno assediato in Parigi; la pazzia d’Orlando; gli amori di Bradamante e Ruggero. Ma il primo direbbesi piuttosto l’imprimitura su cui dipingere; il secondo è un episodio, che comincia a poema inoltrato e finisce prima di questo; rimane prevalente l’amor di quei due, inventato per glorificare gli Estensi, di cui quella coppia dovea fingersi capostipite. Sicchè soggetto è l’adulazione; adulazione bassa a principi immeritevoli, e per la quale inventa quegli Enrichi, quegli Azzi, quegli Ughi, che mai non esistettero se non nelle elucubrazioni di qualche genealogista.
Italia boccheggiava sotto il calcagno straniero, il tradimento era diritto, il manto di Pietro stracciato, i Turchi minacciosi, i costumi pervertiti. Qual dignità per un poeta che fosse comparso a rialzar la coscienza nazionale; ed elevandosi nelle serene regioni dell’eterna bellezza, avesse espresso il lato serio della vita, gl’impeti sublimi del cuore, la grandezza morale dell’uomo e della nazione, celebrato le benefiche virtù, il ben usato valore!
Orlando, il quale non dà il titolo al poema se non per fare riscontro a quel del Bojardo, comincia con lamenti bellissimi, ma da vagheggino; abbandona Carlo quando di lui avrebbe maggior uopo; le sue pazzie il rendono un flagello di Francia; senza di lui si vince la guerra; nè rinsavisce che per distruggere le reliquie del nemico e uccidere Agramante, re che fugge senza esercito più nè regno, e già mal condotto da Brandimarte; del resto non una battaglia dirige, non un assalto, salvo consigliare Astolfo nell’impresa d’Africa, agevole impresa contro un regno sprovveduto e con esercito creato per miracolo. Avvegnachè tanto valore de’ paladini non approda se non sostenuto da continui prodigi, di soccorsi arrivati alla guida d’angeli, di sassi conversi in cavalli, di foglie in navi.