Siamo entrati con costoro nelle fogne della letteratura militante, corrispondente alla giornalistica d’oggi, fin d’allora chiassosa, intrigante, vaniloqua, superba, carezzatrice de’ mediocri e di chi paga, implacabile a chi mostra ingegno o dignità. E ce ne verrà a mano di tali, che il classare fra i letterati sarebbe vergogna, come il mettervi la plebe degli odierni giornalisti.
CAPITOLO CXLII. Poeti del secolo d’oro. Il teatro.
Nella Divina Commedia, solida e sistematica struttura di compatta unità, avente per fine assoluto l’amor divino, per teatro l’inferno, il purgatorio, il paradiso, per attori le passioni e le azioni dell’uomo, assorte già nell’esistenza che più non si muta, per istromento quanto allora si sapeva, l’individualità è rappresentata nella interezza, siccome già compita dalla retribuzione che il poeta vi assegna in nome di Dio, condannatore o purgatore o glorificatore delle anime. La collera dell’onest’uomo contro i vizj, l’espressione sobria, lo stile rattenuto, la meravigliosa intelligenza della natura, quelle melanconie che, dal cuore traducendosi nell’opera del poeta, vi aggiungono il diletto d’una conversazione intima, quell’accordo delle ragioni del calcolo colle ragioni del bello, formano pregi immortali a quel dramma ove atteggia l’universo, a quella gran sinfonia dove si rispondono tutti i toni, a quella vera epopea del medioevo, dove s’intrecciano storia e favola, teologia e libero pensare, Olimpo e paradiso. È insomma il pensiero fatto arte; ma già questa separavasi da quello; e gli uni vagheggiavano il pensiero senza mondo, siccome i devoti e gli eretici; i più il mondo senza pensiero negli interessi, nella politica, nella guerra. All’amor della regola e della correzione soccombeva quel simbolismo che richiede freschezza di idee, diffusa nelle moltitudini e da queste passata nello spirito de’ vati e degli artisti, eredi di quella poesia popolare che tutti fanno e non è fattura di nessuno: l’allegoria e la fede cedevano il campo alla mitologia, che introdotta non più come accessorio, ma come essenza, conduceva la gentilesca individualità colla chiarezza serena.
Era dunque naturale la preferenza data al Petrarca, il quale versa in un sentimento universale. Ma se il poetare sopra tutti gl’incidenti della vita è facile quanto lo scriver lettere, difficile è l’uscire dalla vulgarità, vedere il lato profondo o bello o lepido di ciò che tutti vedono, animare le situazioni, identificarsi con quelle, e trarne l’originalità sia nel modo di concepirle, sia nel modo d’esprimerle. Il Petrarca avea saputo, nelle mille contingenze dell’amor suo, conservare la libertà del suo sentimento e le nobili aspirazioni, e difendere i tesori del suo genio ne’ piaceri della creazione artistica. I suoi imitatori no, appunto perchè imitatori; e su lui nelle poesie, come sul Boccaccio nella prosa si modellò il Bembo; e dietro a questo imitatore divenne universale il poetare imitando, sicchè abbiamo raccolte rime di principi, rime di artigiani, di calzolaj, di tessitori, di fruttivendoli; raccolte secondo le provincie, secondo le città, secondo le accademie o le famiglie. Giambattista Giraldi Cintio cantò le Fiamme amorose, e Lodovico Paterno vi soggiunse le Nuove fiamme, egli che già avea pubblicato il Nuovo Petrarca. Il Muzio in dieci canzoni celebrò distintamente il viso, i capelli, la fronte, gli occhi, le guance, la bocca, il collo, il seno, la mano, la persona della sua amata. Luca Contile, dietro alle canzoni sorelle del Petrarca, fece le Sei sorelle di Marte, per le quali il Patrizj, non che agguagliarlo al suo modello, lo anteponeva a qualsifosse erotico latino e greco. Frà Girolamo Malipiero veneziano fece il Petrarca spirituale.
In questi scritti a musaico, imitanti sino al plagio, si smarrisce la personalità degli autori, che avendo impressioni, non s’accorgono d’aver anima; guardano al modello non mai alla natura: cantano un amore senza progresso o regresso, e tutto generalità di visi e costumi angelici, ovvero di empie tigri in volto umano, e la crudeltà delle coetanee della Imperia e della Borgia, e il morire per metafora. C’è alcuno cui sa di insulso questo sbadigliare pastorellerie? sottiglia di spirito celebrando i miracoli dell’amore che di due forma uno, o fa gelare il fuoco, e divampare il ghiaccio. Pompeo della Barba di Pescia ha «l’esposizione d’un sonetto platonico fatto sopra il primo effetto d’amore, ch’è il separarsi l’anima dal corpo dell’amante». Angelo di Costanzo chiama la donna sua dolce mia morte e dolce male; ed evita d’accostarsele, per paura che la forza degli occhi di lei nol guarisca; e che, se quella il risana al comparirle davanti, essa non creda che la salute sua sia altro che un riflesso della divina sua beltà. Altrove si querela che amore per torgli la vita s’annidò negli occhi della sua dama; il cuore ferito chiama l’anima al soccorso; l’anima non ascolta, perchè dalla bellezza di lei rimase stordita; e quando la donna parli, l’anima che voleva rientrar nel cuore, ne trova chiusa la porta; torna dunque alla dama, ma questa non l’accoglie, talchè non vive più nel poeta nè in lei; prega la penna di spargere intorno il suo dolore, a cui le pareti domestiche sieno e culla e tomba. Si beffano le cronicacce del medioevo: ma forse sono esse scipite quanto i petrarchisti?
Marin Brocardo, poeta non infimo, avendo osato sparlare del Bembo, i dotti principalmente di Padova levarono contro di lui un rumor tale, che ne morì di crepacuore. Pure non mancò chi disapprovasse e deridesse quell’inesausta fecondità, come il Muzio e il Lasca; Nicolò Franco imputava al Petrarca le miserie de’ suoi pedissequi; Ortensio Landi diceva, il meglio de’ costoro libri essere i fogli bianchi; il Doni scorbacchiava coteste girandole dei poeti, e capei d’oro, e sen d’avorio, e spalle d’alabastro. In quella caratteristica frivolezza, tra quell’entusiasmo a freddo d’innamorati di testa, si possono ammirare le difficoltà superate e l’armonica espressione, il gusto corretto e l’equa misura; se non quando diffondendosi nel descrittivo, abilità dei semipoeti, cadono nel manierato. Ma il tema sovente abbassa l’ingegno; di rado l’ingegno nobilita il tema; e in secolo così fecondo per le belle arti, il sentimento poetico scarsamente si manifestò, e in poche anime si raccoglieva. Quali di tanti sonettisti passò nel cuore della nazione? e se de’ medesimi si facesse un fuoco, poco patirebbe la letteratura, e ne guadagnerebbe la gloria italiana.
Per scernere i migliori, Francesco Maria Molza modenese, cercatissimo dall’amicizia dei dotti, buono in molti generi, grande in nessuno, riponeva il colmo dell’arte nel ben imitare, e cantò licenziosamente gli amorazzi suoi, che dopo molte tribolazioni il consumarono. Monsignor Della Casa diede allo stile poetico la vigoria che nel Bembo gli mancava, e al verso la sprezzatura che gli cresce varietà e maestà; nol potendo di dolcezza, il lodano di nobili pensieri e immagini vivaci. Francesco Beccuti detto il Coppetta schivò le asprezze, ancora non infrequenti benchè l’impasto del verso fosse assai migliorato. Angelo di Costanzo sviluppava un pensiero con continua progressione, filando i sonetti a maniera di sillogismi; e se ne compiaceva egli stesso, e dagli altri n’era lodato, e imitato da Bernardino Rota, il quale celebrò la donna sua, prima di sposarla e dopo morta, non senza verità d’affetto; dal Tansillo, che il disonesto Vendemmiatore riparò colle Lacrime di san Pietro, gelato sempre; e in generale dai Napoletani. Suoni cui risponde la nazionale simpatia, fece intendere monsignor Giovanni Guidiccioni di Lucca, robustamente deplorando l’Italia che «Giace vil serva, e di cotante offese Che sostien dal Tedesco e dall’Ibero Non spera il fin».
A brevi componimenti, fatti e letti per passatempo, potrebbe compatirsi la frivolezza, ma trovandola in opere che richiedono intera la vita e l’attività, quali i poemi epici, corre al labbro la condanna di Marziale, Turpe est difficiles habere nugas, Et stultus labor ineptiarum.
Per la vera epopea, quella che in un personaggio o un’impresa ritrae un popolo, un’epoca, una civiltà, i tempi erano troppo innanzi, e nè tampoco cascava in mente questo elevato concetto, che pure era stato attuato dall’Alighieri. Neppure l’epopea cristiana addicevasi alle capresterie di quel secolo; Vida e Sannazaro vedemmo fallirvi, non intendendone l’essenza, e a vicenda non intesi dal popolo. Nè si prese amore all’intemerata bellezza di Virgilio, benchè come lui si cercasse squisitezza di forma e perfetta regolarità. I nobili sentimenti di patria, i severi di religione, i profondi della vita intima, sfuggivano ad una poesia, che era tema retorico non ispirazione; scelto fortuitamente o imposto; da autori che non se n’erano fatti per molt’anni macri, nè lasciavano dir la gente, ma voleano applausi e denari, non importando se vital nutrimento rimarrebbe dopo digerito.
Dei due elementi dell’epopea, tradizione e immaginativa, i nostri neglessero la prima per buttarsi sull’altra, ma nemmeno qui con originalità. Dovunque il genio nazionale spieghi i vanni, apresi alla facoltà del bello che è una delle primordiali dello spirito umano, e si manifesta in concezioni poetiche conformantisi al grado della civiltà. Tale era stata nel medioevo la poesia cavalleresca, che nelle sue assurdità valse pure a dirozzare i baroni, di cui allettava la solitudine e riempiva gli ozj.