Il Caro tutta la vita elaborò le opere sue, senza mai pubblicarle; ridottosi poi in riposo, pensò fare un poema, e per addestrarvisi prese a tradurre qualche cosa dell’Eneide; e vi si piacque tanto, che la trasse a fine, sentendosi vecchio per un’epopea. Son versi sciolti cinquemila cinquecento più dell’originale; onde il compatto del parlare antico scompare, talvolta la fedeltà è tradita o per errore o per negligenza, ma conservata la ricchezza e la lucidità dell’autore; vi è fatta prelibare la potenza del verso sciolto, arricchendolo d’infinita vaghezza di armonie, e di frasi e giri nuovi; sicchè, dopo tanti tentativi e tante censure, rimane la migliore veste che siasi data all’impareggiabile Virgilio. Il Caro con greca venustà vulgarizzò gli Amori di Dafne e Cloe secondo Longo Sofista; e con grandiloquenza alcun che de’ santi Padri.
D’ordine de’ suoi padroni aveva egli scritto in lode dei Reali di Francia la canzone Venite all’ombra dei gran gigli d’oro, dove, togliendosi alla monotona sobrietà dei petrarchisti, avventuravasi nell’immaginoso, nel ricercato, in quella gonfiezza che si scambia per sublimità. Ai servidori di quella casa e ai molti amici di lui nessuna lode parve bastante a un componimento che usciva dalle vie ordinarie; ma altrimenti ne parve a Lodovico Castelvetro, arguto e schizzinoso modenese, e ne mandò attorno una censura. Al Caro parve più ostica quanto maggior dolciume di lodi avea gustato, uscì con apologie e risposte, or sue, or d’altri, or sue in nome d’altri, massime fingendo ciancie degli scioperoni che frequentavano la via de’ Banchi a Roma. L’altro risponde, e come avviene nelle dispute, si travalica ogni moderazione, e si divulga una delle liti più clamorose di questa litigiosa repubblica letteraria. Il Castelvetro ebbe il torto d’essere provocatore; indi trovò gusto a mostrare acume, e con illustri nimicizie guadagnarsi celebrità. Scriveva egli le censure con tocco impetuoso e colla vivacità di chi attacca, sottile talvolta, ma con maggior gusto che non si aspetterebbe in un tempo in cui il bello era sentito più che ragionato: il Caro era sussidiato da amici, e principalmente dal Molza e dal Varchi ricevea pareri e correzioni: villanie da piazza mai non furono dette con maggior eleganza che nell’Apologia e nei sonetti de’ Mattaccini, ove la bile lo fece poeta; nè celie più spiritose si potrebbero opporre a ragioni ben rilevate. Donne gentili, cardinali, il duca di Ferrara s’interposero pacificatori, ma inutilmente; i partigiani del Castelvetro obbrobriarono il Caro a principi e cardinali; essendo ucciso un amico di questo, se ne pose colpa al Castelvetro; si pose colpa al Caro d’aver lanciato sicarii contro il Castelvetro. Certamente il Caro avea scritto: — Credo che all’ultimo sarò sforzato a finirla per ogni altra via, e vengane ciò che vuole»; e fu chi sostenne che, coll’arte infame onde anche oggi cotesti manigoldi dell’arte subillano i Governi contro il censurato, denunziasse all’Inquisizione il Castelvetro: imputazione alla quale egli fece piede col dirlo «filosofastro, empio, nemico di Dio, che non crede di là dalla morte», e «agl’inquisitori, al bargello e al grandissimo diavolo vi raccomando». Fatto è che il Castelvetro stimò prudenza rifuggire tra i Grigioni e morì a Chiavenna (1571).
Chi non si sgomenti delle lungagne, trova nella costui Poetica d’Aristotele molta erudizione, riflessi sottili, critica assennata, e franchezza di appuntare anche là dove i commentatori non sanno che applaudire. Spesso egli censura Virgilio; a Dante imputa la pedanteria di parole scientifiche, ingrate e «inintelligibili a uomini idioti, per li quali principalmente si fanno i poemi»; incolpa di plagio l’Ariosto, oltre l’infedeltà storica sino ad inventare a capriccio i nomi dei re.
Non era più il tempo che l’Italia splendesse unica al mondo; e Francia poteva opporle Montaigne, Balzac, Voiture e l’altra plejade non duratura; Spagna e Inghilterra gl’immortali nomi di Calderon, Lope de Vega, Camoens, Shakspeare. Questi conoscevano e usufruttavano la letteratura italiana; e da Andrea Navagero ambasciator di Venezia presso Carlo V, che molto viaggiò e ben vide e ben descrisse, fu ispirato l’amore pei nostri classici a Giovan Boscano Almogaver, che postosi sull’orme del Petrarca, introdusse la correzione nella poesia spagnuola; alle fonti nostrali attinsero Garcilaso de la Vega imitatore del Sannazaro, e Diego Hurtado de Mendoza (t. IX, p. 482); il principe de’ poeti francesi Ronsard traduceva sonetti del Bembo; il maggior tragico dell’Inghilterra e del mondo, Shakspeare, dai nostri novellieri deduceva alcuni soggetti da drammatizzare, come più tardi Milton scriveva sonetti italiani, e Molière razzolava ne’ nostri comici per trovarvi o temi o caratteri o scene; Grangier traduceva Dante, e tutti i Francesi leggevano il Petrarca, come poi il Tasso.
Al contrario, i nostri mai non danno segno di conoscere i grandi contemporanei[111]; e allorchè il Castelvetro, che pur esso forse ne avea contezza solo per udita, osò dire che in Francia e in Ispagna si trovavano scrittori grandi quanto in Italia, se ne scandolezzarono i pedanti, che mai non gli aveano saputi; e rabbuffollo il Varchi, il quale poi sosteneva Dante esser superiore ad Omero. Dal che pullularono nuove quistioni; e per puntiglio Belisario Bulgarini senese s’aguzzò a spulare difetti nella Divina Commedia, in una serie di lettere e risposte e dissertazioni, dimostrando che non era vero poema perchè mancava alle regole d’Aristotele: il Mazzoni scese nella lizza a difenderla.
Ma quel poeta, il più ispirato insieme e calcolato, il più lontano dall’orpello e dal gergo convenzionale, che reggesi soltanto su nome e verbo senza epiteti nè frasi, mal s’affaceva all’arte raffinantesi; la sua simbolica cristiana diveniva meno intelligibile all’irruente classicismo; studiavasi, ma non come ritratto di cose cittadine e incarnazione di credenze vive; e posponevasi al Petrarca, a cui si usava la venerazione che più non s’aveva per la Bibbia, togliendo a disputar delle parole, stillarne ogni voce, ogni verso, ogni sentimento, ogni atto. A tacere gl’infiniti commenti, dei quali sopravvissero quelli di Bernardino Daniello e d’Alessandro Velutello, Simon della Barba perugino, a proposito del sonetto In nobil sangue vita umile e cheta, dichiarava qual sia stata la nobiltà di madonna Laura; Lodovico Gandini lungamente indagò perchè messer Francesco non avesse mai encomiato il naso di lei; poi disputavasi se fu donna vera; se allegoria, cosa rappresentasse: e si prese scandalo quando il Cresci osò crederla maritata. Così da lite nascea lite, mentre Carlo V spegneva l’indipendenza d’Italia, e Lutero squassava la potestà di Roma.
Di mezzo al culto che prestavasi alle lettere, ecco il ferrarese Giglio Gregorio Giraldi sostenere, non solo la vanità, ma il pericolo del sapere (Proginnasma); la medicina incertissima, garbugliona la giurisprudenza, bugiarde e sofistiche l’eloquenza e la dialettica, piacentiera al vizio la poesia; i letterati inetti a governare le città e le famiglie; Roma, grande finchè rozza, essersi corrotta a misura che ingentiliva. Sono i paradossi che a Rousseau furono poi suggeriti da accessi di superbia, come al Gregorio da accessi di pogadra; il quale, del resto, conchiude avere scritto per pura mostra d’ingegno. Forse per penitenza ordì la storia degli Dei, poi ancor più quella scabrosa de’ poeti anteriori e de’ viventi.
Girolamo Muzio (1496-1576) nato a Padova, ma che s’intitolava justinopolitano perchè oriundo e cittadino di Capodistria, buon’ora attaccatosi a persone illustri lodandole e ad esse dirigendo lettere e componimenti, a Venezia lega pratica coi giovani studiosi: nel concorso apertosi per la cattedra di retorica, dove gli aspiranti doveano ciascuno leggere per tre o quattro giorni sopra alcun classico, egli menò la briga fra gli studenti perchè fosse preferito Giambattista Egnazio, che perciò lo alloggia e nutre: agli spettacoli che da natale a tutto carnovale ogni domenica davansi ora sull’uno ora sull’altro campo delle chiese, con balli e improvvisatori, vagheggia un’alta donna, che presto gli è tolta da morte: poi coi nobiluomini visita varie parti d’Italia, soffrendo dall’insolenza militare, ed ora ai militari si unisce al soldo del conte Claudio Rangone: ito in Francia con questo, vi conosce la Corte: serve a Galeotto Pico, usurpatore della Mirandola, poi al duca di Ferrara, ove canta la celebre Tullia d’Aragona, per la quale, dopo ammogliato, dettò il trattato intorno al matrimonio. Col Varchi, col Cittadini, col Cavalcanti, col Tolomei si rissò per cose di lingua (pag. 141); con Fausto da Longiano, coll’Attendolo, coll’Averoldo, con Giambattista Suzio, con altri per punti e giudizj cavallereschi; giacchè, vedendo non poter fare abolire il duello (dic’egli), volle almeno porvi regola, e le opere sue in tal proposito, stampate con privilegio di Pio V, passavano per classiche: poetò anche[112], e divisava un’epopea su Goffredo Buglione, che forse avrebbe distolto il Tasso dalla sua. Talento universale, diplomatico e guerriero, letterato e teologo, prosatore e poeta, instancabile disputatore, diede egli stesso il catalogo degl’innumerevoli scritti che poterono «uscir dalla penna ad uomo che, dal ventesimoprimo anno della sua età fin al settantesimoquarto ha continuamente servito, ha travagliato a tutte le corti di cristianità, e vissuto fra gli armati eserciti, e la maggior parte del suo tempo ha consumato a cavallo, e gli è convenuto guadagnarsi il pane delle sue fatiche». La sua Arte poetica ha merito di non servili giudizj, appuntando l’Alighieri per durezza, per mollezza il Petrarca, il Boccaccio perchè prosastico ne’ versi e poetico nella prosa: all’Orlando preferisce le commedie dell’Ariosto; e di certe verità gli daremmo lode se non venissero dal farnetico d’accattar brighe, che l’accompagnò quanto visse.
Alfonso de Ulloa, figlio d’un capitano di Carlo V, e soldato egli stesso sotto Ferrante Gonzaga, tradusse in italiano un’infinità di opere spagnuole, tra cui principalmente la vita di Colombo scritta da Ferdinando suo figlio, preziosa perchè l’originale andò perduto: scrisse pure la vita di Carlo V, di don Ferrante, e altre storie di pochissimo valore.
Fra cotesti scarabocchiatori, che a forza di lodarsi a vicenda si creavano una reputazione, novereremo anche Francesco Sansovino figlio dell’architetto, che tradusse, raccolse, compose, raffazzonò orazioni, lettere, poesie, una storia dei Turchi, l’arte del secretario, le famiglie illustri, il ritratto delle città, osservazioni sulla lingua e sul Decamerone, Venezia descritta, del governo dei regni e delle repubbliche, e ortografia, retorica, arte oratoria; molte altre opere promise, ne stampò d’altrui col proprio nome, e di sue con nome finto; ebbe amicizie ed inimicizie, doni, titoli accademici, lode di contemporanei e anche di posteri; e maggiori lodi si diede da se stesso, o le finse dategli in lettere[113].