Altri dei nostri si occupavano di paesi forestieri. Girolamo Faletti di Ferrara (De bello sicambrico) narrò le guerre di Carlo V coi Francesi ne’ Paesi Bassi, e contro la lega Smalcaldica; Orazio Nucula in latino non inelegante la spedizione di esso in Africa. Paolo Emili veronese, chiamato da Luigi XII a Parigi per iscrivere la storia di Francia, la stese latina in quattro libri, dall’antichità fino al 1489, qualche ordine portandovi colla critica allora possibile[105]: fu la prima ragionevole di quel paese, e lodatissima, tradotta, per lungo tempo rimase di testo, e Giusto Lipsio diceva che pene unus inter novos veram et veterem historiæ viam vidit....; genus scribendi ejus doctum, nervosum, pressum...; non legi nostro ævo qui magis liber ab affectu[106]. Lucio Marineo siciliano a Salamanca dettava la storia di Spagna ad esaltazione di Fernando e d’Isabella; Polidoro Vergilio di Urbino, autore d’un esile trattato De inventoribus rerum, ebbe da Enrico VII l’incarico di scrivere quella d’Inghilterra: sicchè anche gli storici di que’ paesi cominciano da un nostro. Così Ciro Spontoni scrisse quella d’Ungheria; Alessandro Guagnino veronese quella della Polonia; il padre Antonio Possevino quella di Moscovia; Gian Michele Bruto quella dell’Ungheria e di Stefano Batori; Luigi Guicciardini fratello dello storico, Commentarj delle cose di Europa specialmente ne’ Paesi Bassi dal 1529 al 60, e una descrizione di questi, ne’ quali egli abitò quarant’anni come negoziante.
Valeriano Pierio trattò de’ geroglifici come allora si poteva, delle antichità di Belluno sua patria; e sull’infelicità dei letterati raccolse aneddoti che ora potrebbero triplicarsi, anche tralasciando, come egli non fece, le miserie inseparabili dall’umanità. Luca Contile senese, segretario al cardinale Trivulzio e a Ferrante Gonzaga governatore di Milano, al cardinale Trento, al capitano Sforza Pallavicino, al marchese Pescara, fu storico diligente e chiaro più che coraggioso, e nel trattare delle divise e insegne si elevò a qualche intendimento generale. Corteggiò la marchesa Del Vasto e Vittoria Colonna, cui dedicò la Nice, poema non casto, assomigliando le virtù di lei al vello d’oro e ai pomi esperj, custoditi, invece di drago, da’ suoi begli occhi, lo spavento de’ quali non potrebbe superarsi che da Giasone od Ercole.
Altri speculavano sulla vanità tessendo genealogie, e spesso inventandole, all’appoggio principalmente di frate Annio da Viterbo e simili. Scipione Ammirato storiò le famiglie napoletane e fiorentine, il Morigi quelle di Milano, il Sansovino le illustri d’Italia, Marco Barbaro la discendenza delle patrizie famiglie, e moltissimi di particolari parentele. Alfonso Ceccarelli da Bevagna con autorità e documenti falsi formò le genealogie dei Monaldeschi, de’ Conti e d’altre; e infine meritò che Gregorio XIII gli facesse tagliar la mano e impiccare.
Il più bel campo ai letterati sarebbe stata la storia: ma molti valendosi della lingua latina perchè più divulgata, ne veniva nocumento alla verità, costretta ad un linguaggio non suo, ed a sopprimere quelle particolarità che le danno vita. Ricorrere alle fonti immediate, raccogliere gli svariati materiali, vagliarli severamente, valersene con intelligenza, e ridurli ad un complesso omogeneo, non si pensava ancora. Presi gli autori precedenti meglio reputati, se ne compievano i racconti o supplendo l’un coll’altro, od osservandoli sotto aspetto diverso, o inserendovi documenti nuovi, senza farsi coscienza di copiar lunghi brani, e talvolta quasi solo traducendo: come assai fosse l’indurvi nuova veste, e unificarne lo stile col resto dell’opera propria.
Ma già la storia riduceasi classica, cercando al racconto attribuire eleganza ed ordine, nettezza di stile, interesse di ritratti e quadri. Si volle dunque analizzarne l’arte, e Giovian Pontano, che primo ne trattò, la considera come una specie di poesia; nota che Livio comincia col mezzo verso (Facturus ne operæ pretium), e Sallustio con un esametro spondaico (Bellum scripturus sum quod populus romanus), e va mettendo a fronte passi di questi autori e di Virgilio. Insieme però raccomanda la brevità, posta nelle parole, e la rapidità posta nel movimento dello stile; quanto al fondo, desidera le particolarità, massime le biografiche, e descrizioni topiche, e le arringhe.
E la storia alla poesia confronta pure Francesco Patrizi in dieci dialoghi, nojosi di digressioni e appoggiati al trattato di Luciano. Eccetto le storie sacre, s’avvisa che nelle antiche si va troppo tentone, nelle moderne manca libertà; lo storico non differisce dal poeta che nel non alterare i luoghi e i tempi; noi siamo spettacolo agli Dei, e verità non avvi se non nelle opere di Dio e della natura.
I precetti dati dal Foglietta nell’introduzione alla sua storia genovese, e dal Viperano (De scribenda historia), sono trivialità o plagi, che che ne paja al Tiraboschi. Quel genio universale di Bernardino Baldi disputò pure della storia, ponendo per fine di essa non l’ammaestrare che spetta alla filosofia etica, ma il rappresentare altamente e secondo le leggi sue la verità delle cose succedute. Nell’esporre i consigli, lo storico deve esprimere il proprio giudizio, non solo in universale, ma scendendo allo speciale, e dire qual cosa lodi o vituperi; perciocchè il narrare i fatti nudi e non esternare che cosa ne senta, è da uomo che non discerne il bene dal male. Il parlar dello storico sia grave e chiaro[107].
Annibal Caro (1507-66), uno de’ più simpatici scrittori, nato poveramente a Cittanova nella Marca, si direbbe vero toscano; con tanta proprietà adopera i modi più calzanti della lingua viva; professando riconoscere tutto quel poco che ne sa dalla pratica di Firenze[108]. Servì ai Farnesi, e scrisse le loro lettere: ma veri modelli son quelle in proprio nome. Si lagna più d’una volta che gli fiocchino versi ed encomj di gente sconosciuta, che poi pretende risposta; e che i libraj mettano a stampa le sue epistole[109]: nuovo argomento della passione universale allora per gli studj, e dell’importanza attribuita agli scriventi.
Pure l’ufficio più sociale a cui questi fossero chiamati, era lo stender lettere per signori: Giambattista Sanga e il Sadoleto scrissero quelle di Clemente VII; il Berni quelle del Bibiena pei Farnesi; il Flaminio pel datario Ghiberti; Bernardo Tasso pei Sanseverino, il Muzio per don Ferrante Gonzaga ed altri; Luigi Cassola piacentino, forse il maggior madrigalista di quell’età, pel cardinale Santafiora; altri per altri. Da ciò una prodigiosa ricchezza di epistole, dettate colla scorrevolezza e precisione che mancano nei lavori più studiati. Molto si scrisse intorno alla confezione delle lettere; e benchè il buon senso riprovasse il dirigere il discorso all’altezza, eccellenza, signoria d’un altro, queste spagnolesche ostentazioni rimasero. In quelle del Bembo e di Paolo Manuzio sentesi l’intenzione di stamparle: Bernardo Tasso è retore di sterile abbondanza: dignitose e d’artifizio velato son molte del Casa, e quelle di Claudio Tolomei, inventore de’ versi alla latina[110]. Jacopo Bonfadio di Salò (t. IX, p. 267) fu caro al Bembo e al Flaminio, ma anche al ribaldo Franco e agli ereticali Valdes e Carnesecchi; in Genova ebbe cattedra di filosofia: ma si lagna che colà «letterati non ci sono, dico che abbiano finezza»; confessa che «gl’ingegni sono belli», ma si contenterebbe di più «se fossero tanto amici di lettere quanto sono di traffici marinareschi»: coltissimo nelle due letterature, poeta migliore in latino, stese le lettere con dignitosa affabilità, non senza lambiccature e lungagne. Forse la fama di lui restò ingrandita dal supplizio del fuoco, al quale Genova lo condannò, dicesi per amori infami.
Letterati di mestiere, quali il Porcacchi, l’Atanagi, il Dolce, il Ruscelli, il Sansovino, lo Ziletti raggranellavano ogni frivolezza de’ migliori, per farcirne volumi da guadagno: ma da quella farragine di carteggi alcun paziente potrebbe stillare pochi volumi, rilevanti non solo alla letteraria, ma alla politica storia. Quelle d’artisti splendono di meriti particolari e maggior libertà, e fanno conoscere quali fossero più o men colti, e come l’animo si trasfonda non men nelle tele che nelle carte. I secretarj doveano anche inventare imprese e motti, dar idee di pitture e di feste, accompagnare di versi le principesche solennità.