Bernardo Davanzati mercante fiorentino (1529-86), indispettito dal forestierume che s’infiltrava col commercio e colla Corte, per rimedio suggeriva di «spolverare i libri antichi, e servirsi delle gioje nostre che ci farebbero onore»: preferiva la lingua fiorentina alla comune italica, che «quasi vino limosinato a uscio a uscio, non pare che brilli ne’ frizzi». Ristrettosi a Tacito, Orazio e Dante, maestri dello scolpire i pensieri, egli solo, fra tanto sproloquio in cui smarrivansi i pensieri, propose di mostrare come la nostra favella possa emulare la madre in nervosa brevità; e traducendo Tacito, ridusse più conciso il concisissimo fra gli storici antichi. Che se licenziossi a qualche ribobolo che detrae al signoresco narratore, le più volte l’intende a meraviglia, e lo riproduce colla vera fisionomia, coll’efficace semplicità afferra il punto e picca; e noi lo teniamo inarrivabile modello del vulgarizzare[103].

Rimane sempre vero che i libri più pregevoli di quel secolo sono i meno artifiziati, le lettere del Caro, la vita del Cellini, e quelle del Vasari. Ben hanno preteso i letterati d’aver abbellito queste ultime; ma la storia li smentisce, quand’anche nol facessero esse medesime. Chiarezza, brevità, vigore son lodi costanti dello stile del Machiavelli, più pregevoli quanto al suo tempo più rare; del resto va senz’arte: ne’ periodi zoppica non di rado, mirando unicamente alla forza; è ricco d’idiotismi; ma quei che supposero non sapesse di latino, badino come l’imitazione latina lo traesse a costruzioni o falsate o contorte; e, malgrado i molti difetti, merita gran lodi da chi sappia non solo ammirare ma osservare. Come poeta, oltre le commedie ove mostrò quanto poteva migliorarsene il gusto, stese i Decennali, meschina imitazione di Dante, narrando i fatti del suo tempo. Nell’Asino d’oro, che solo pel titolo rammenta la spiritosa fatica di Apulejo, finge essersi smarrito in una foresta, ove da’ mostri lo campa una donna, che lo conduce a un serraglio di bestie allegoriche.

Nell’imbratto che fece della lingua di Dante e del Villani, il Boccaccio ebbe troppi imitatori; sicchè i novellieri sentono tutti di quella puzza. D’interesse, di color locale, d’affetto mancano in generale, si dilatano in uno stile spento e languido, e connettono i racconti con filo ancor più tenue che il loro modello. Nella peste del 1374, una brigata d’ogni condizione viaggia per Italia, distraendosi con cencinquantasei racconti, la più parte osceni, tutti incolti, che Giovan Sercambi lucchese raccolse. Dall’Aretino, da Speron Speroni, da Ercole Bentivoglio ed altri, sorpresi dalla pioggia alla pesca, suppongonsi narrate le diciassette novelle dei Diporti di Girolamo Parabosco, musicante piacentino e poligrafo. Cinque uomini e altrettante donne, spinti da egual accidente in una casa, vi ingannano la sera novellando; del che sono formate le Cene del Lasca speziale fiorentino, procedenti con sintassi naturale, periodo disinvolto, espressione tersa propria; e con molta varietà, nè senza tragico interesse, che poi l’autore volge dispettosamente in riso. Egli avea pure composto pungentissimi scherzi e commedie di candidissima dettatura, di scarso intreccio, d’invereconda morale.

Agnolo Firenzuola fiorentino (1493-1548), tutto fiori e grazie, deh perchè quell’insuperabile trasparenza di stile adoprò solo in frivolezze e scurrilità? Era monaco vallombrosano; e appassionato della materiale bellezza femminile, ne stese un trattato fra lubriche particolarità e sogni cabalistici. In una brigata fa ragionar d’amore, e raccontare laide novelle innanzi alla «regina del suo cuore... bella e pudica quant’altre mai». Anche dagli animali fa dare precetti ed esempj; sul soggetto di Apulejo forma un Asino d’oro, acconciato ad altre idee.

La Filena di Nicolò Franco fu messa un momento di sopra del Decamerone, poi dimenticata. Giovanni Sabadino degli Arienti bolognese dettò neglettamente settanta Novelle Porrettane. Masuccio Salernitano nel Novellino moltiplica avventure a scorno de’ frati e in istile boccaccevole. Delle ottanta novelle latine trivialmente oscene di Girolamo Morlino napoletano si valse Gianfrancesco Strapparola di Caravaggio, che le divise in notti, zeppe di meraviglioso e d’inverosimile, e benchè da postribolo, le suppone esposte da oneste fanciulle. Alle consuete immoralità vollero sottrarsi Sebastiano Erizzo, che fece sei giornate di racconti prolissi, e Giraldi Cintio, che negli Ecatomiti, narrati da giovani fuggenti a Marsiglia dal sacco di Roma, pretese insegnar la morale, e non fu letto; eppure somministrò il soggetto a più d’una composizione di Shakspeare.

Matteo Bandello da Castelnuovo di Scrivia (1480-1561), generale dei Domenicani in Milano, ostentò amori e cortigianerie a Napoli e Firenze, eppure ottenne da Enrico II il vescovado d’Agen. Tra le occupazioni, raccolse piuttosto aneddoti che vere novelle, alle quali non si brigò tampoco di dare qualsiasi legame, ma a ciascuna prepose una dedica adulatoria, unica e misera originalità; chè del resto va con parlate prolisse, dialogo sgraziato, insulse particolarità, scarsa fantasia, caratteri sparuti, nè mai drammatico movimento. «Dicono i critici che, non avendo io stile, non mi doveva mettere a fare questa fatica: io rispondo loro che dicono il vero, ch’io non ho stile, e lo conosco pur troppo: e per questo non faccio professione di prosatore». Così egli; e di fatto la sgraziataggine del suo scrivere rende viemeno tollerabile con lardellarlo di frasi classiche[104]. «Dicono i critici che le mie novelle non sono oneste...: io non nego che non ce ne siano alcune, che non solamente non sono oneste, ma dico e senza dubbio confesso che sono disonestissime...; ma non confesso già ch’io meriti di essere biasimato; biasimarsi devono... coloro che fanno questi errori, non chi li scrive». Muove nausea la sguajatezza con cui, egli vescovo e di settant’anni, espone sconcezze, da cui ebbero sciagurato appiglio i Protestanti: eppure il marchese Luigi Gonzaga gli affidò ad educare sua nipote Lucrezia; e monsignore se ne innamorò, ma platonicamente, e la cantò in molte liriche e in un poema di undici canti!

I trattatisti di morale, oltre non aversene pur uno originale, peccano del massimo dei difetti, l’esser nojosi. I Ragionamenti di monsignor Florimonte, la Vera bellezza di Giuseppe Beluzzi, i Ricordi di monsignor Saba da Castiglione, i Ritratti di donne illustri d’Italia del Trissino, sono per lo più dissertazioni in tono retorico, rinzaffate di erudizione e prive d’attualità. Benedetto Varchi, prolisso, allenato, cascante sempre anche nella storia, empì le sue Lezioni di futilità aristoteliche; pure dagli stranieri erano ristampate e lette come delle migliori. Mattia Doria fece la Vita Civile, ed aveva preparato l’Idea d’una perfetta repubblica, ma se ne sospese la stampa; e conosciutovi immoralità e concetti panteistici, fu arsa.

Di Sperone Speroni, che fece arringhe ciceroniane, e che giudicano armonioso e grave, sono gracilissimi e di concetti generici i dialoghi intitolati il Guevara, il Marcantonio, l’Orologio dei principi, molte volte ristampati: al più si possono leggere i suoi Consigli alla figlia. Molto da lui copiò Alessandro Piccolòmini senese nelle Istituzioni di tutta la vita dell’uomo nato nobile e in città libera: professava a Padova, e nelle opere di filosofia considera Aristotele come suo «principe e guida e più che uomo», eppure osa scostarsene; e secondo l’andazzo, distingue la verità filosofica dalla teologica. Francesco Piccolòmini della patria stessa, nel Comes politicus pro recta ordinis ratione propugnator, discute la morale (de moribus) e la sociale (de republica), considerando come un dovere de’ magistrati il diffondere la virtù nella città e nello Stato. Altri scritti sull’educazione e sulla morale stanno nelle biblioteche, non più fra le mani: solo vive il Galateo di monsignor Della Casa, libro condiscendente più che retto, che la cortesia confonde colla moralità. Delinea o adombra i costumi d’allora, in alcun lato ancora grossolani, mentre già si mescevano a puntigli e smancerie spagnuole; e molto insiste sul modo di raccontare accidenti e novelle, il che era ingrediente primario del conversare di quel tempo. Nei Doveri fra amici di stato diverso riduce a precetti la servilità; l’inferiore mai non intacchi il suo patrono; ne soffra piacevolmente persin le impertinenze. Pur troppo va così: ma perisce la civiltà vera d’un paese quando la moralità svapora in cerimonie, e il dovere in convenevoli, che non vagliono se non sgorgando dal cuore.

Analisi dell’uomo e degli affetti intimi, efficacia di particolarità, la profonda riflessione di Pascal o l’ingenua sensualità di Montaigne mancano sempre ai nostri, che offrono soltanto modelli generici e astrazioni; del qual falso sistema la maggior riprova sta nell’allegoria anteposta da Torquato Tasso al suo poema; come i difetti di questo rivelano l’assurdità del metodo. Esso Torquato; il Varchi, il Muzio, altri ed altri discussero alcuni punti particolari di condotta, e massime dell’onore e della scienza cavalleresca. Questa cominciava a prender piede, per divenire poi quasi unica norma a’ portamenti de’ gentiluomini; e sul duello, punto essenziale, scriveano i teologi per disapprovarlo, gli altri per darvi regole. Tutto ciò pei gentiluomini, reggentisi in un’atmosfera affatto artifiziale; ma al grosso della nazione avvilita, al popolo escluso dagli interessi, chi provvedea più fuorchè i preti?

Pietro Martire d’Angera milanese, del 1488 portato in Ispagna, col Mendoza conte di Tendilla vi attese alle armi, e dopo presa Granata si ordinò ecclesiastico, e la regina Isabella il pose maestro de’ paggi. Avendo il soldano d’Egitto spedito a re Ferdinando il padre Antonio da Milano, guardiano de’ Francescani al Santo Sepolcro, per intimargli cessasse di molestare i Mori, se no egli tratterebbe all’eguale stregua i Cristiani in Terrasanta, Ferdinando gli mandò Pietro Martire, che ottenne quanto chiedeva, e in quell’occasione vide il Cairo e le piramidi, che descrisse; come poi l’Oceano ed il Mondo nuovo da che fu consigliere reale per gli affari dell’India, onde potè avere in mano i documenti della navigazione di Colombo, opera tradotta in tutte le lingue. Fin al 1525 dettò ottocentotredici lettere sugli uomini e sui fatti contemporanei, perciò cercate dagli storici, quantunque paja certo che non furono dettate al tempo proprio degli avvenimenti. Approva l’Inquisizione e l’intolleranza, pressente l’importanza della Riforma appena nata, descrive egregiamente le fazioni di Firenze, la battaglia di Pavia.