Nojati dallo stillar quintessenze, i membri di essa Giambattista Dati, Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e Bastiani de’ Rossi fecero scisma, e raccoglieansi ad altre tornate che chiamavano stravizj, perchè rallegrate dall’amenità del luogo, da festivo cicalare, da squisite cenette[97]. Pier Salviati gli esortò a dare a quei ritrovi alcuno scopo certo, senza abbandonare l’originaria giovialità; onde formarono un’accademia che per celia battezzarono della Crusca, togliendo per emblema il frullone, per seggiole le gerle del pane rovesciate cui serve di spalliera una pala da grano, per sedia dell’arciconsolo tre macine, e ognuno un nome da tali simboli, l’Infarinato, l’Inferigno, il Rimenato, l’Insaccato; Grazzini volle ritenere il titolo suo primitivo di Lasca, perchè questo pesciattolo a friggerlo s’infarina. Continuarono così a mandar fuori cicalate bizzarre, finchè assunsero di compilare il vocabolario della Crusca, sgomento dei pedanti, beffa dei frivoli, che non vogliono conoscerne l’intento e l’uso.

Quantunque persuasi che la favella d’una nazione sia un dialetto elevato alla dignità di lingua scritta, e che in Italia il fiorentino meriti questo vanto, gli Accademici non s’accontentarono (come poi col parigino fecero quelli di Francia) di dare tutte le voci dell’idioma toscano, ma le rinfiancarono d’esempj. I filologi, che allora s’abbaruffavano sopra il valore di parole latine, non poteano risolvere che per esempj scritti; l’illustrazione de’ Classici era l’oggetto di moltissime opere, di moltissime accademie, e singolarmente della fiorentina; il quale andazzo portò i Cruscanti a voler munire ogni voce e i varj significati di essa con testi, credendo dare autorità ai modi, e chiarire il senso degli autori[98].

Ma poichè negli autori non si trova che la minor parte della lingua, i Cruscanti ricorsero a scritture ove abbondano le parole d’uso famigliare, come ricettarj, zibaldoni da bottega, e somiglianti. Di più si fece; e alcuno prese a scrivere componimenti col preciso scopo d’inserirvi voci di cui gli esempj mancassero, quali furono la Fiera e la Tancia del Buonarroti. Non sarebbe tornato più speditivo il mettere a catalogo le voci stesse, quali s’udivano dal popolo? io lo credo; e crederò sempre rimanga ancora questo bel compito a qualche Toscano, che voglia offrire un vocabolario non voluminoso e da pochi, ma usuale e da tutti. Quale però fu fatto dagli Accademici, ha il merito, per quel tempo rilevantissimo, di spiegare i Classici.

In tal lavoro essi errarono spesso, non sempre usarono testi corretti, benchè l’emenda di questi fosse una delle loro applicazioni; non registrarono a pezza tutte le voci neppur d’essi autori; diedero per vivo ciò che era quattriduano, per comune ciò che era d’un luogo o d’un tempo particolare; fin errori e storpiature registrarono, pel proposito di spiegare gli autori. Sovrattutto erano vacillanti nella grammatica, allora in fasce, scarsi nella critica, nata appena. Quindi pecche vere, confessate da essi medesimi nella prefazione, riparate via via nelle stampe successive, ma lasciandone altre che diedero facile messe a chi volle appuntarneli, o supplirne le dimenticanze. Sensatissime e pizzicanti e miniera ai futuri sono le postille che vi pose Alessandro Tassoni, appena uscito il Vocabolario, con frizzo più pungente che non si dovesse aspettare da un accademico. Benedetto Fioretti pistojese (che, con vocabolo composto di tre idiomi, s’intitolò Udeno Nisieli, cioè uomo di nessuno se non di Dio) pose saviissime note in margine a una copia che, comperata a caro prezzo, giovò alle posteriori edizioni del Vocabolario. Il quale resterà come bel monumento storico: e noi, aborrendo le scurrilità lanciategli, lo abbandoneremo solo quando ci abbiano forniti d’uno migliore.

Ma a ciò si richiedono condizioni, che non sono letterarie. E del resto le quistioni della lingua si vincono coll’adoprarla a qualcosa di utile e di grande; e quel secolo abbondò di scrittori che parvero rinfrescare il Trecento, ingentilendolo. Bizzarria, disordine, spirito religioso sopravviveva ancora nei meno accurati, e una fecondità quale di giovinetti appena buttati nel mondo; ma tutto veniva alterato dall’educazione, e poco a poco la coltura sottentrava all’originalità, il lenocinio alla robustezza: la prosa, non più abbandonata al caso e al sentimento, prendeva ordine, e spogliavasi dell’affettazione latina, pur vestendo graziosi costrutti ed eleganti giaciture.

Monsignor Giovanni Della Casa da Mugello (1503-56), il migliore de’ periodanti artifiziosi, scrive qual si conviene a precettore di buone creanze. Di magniloquenza sono tipo le sue orazioni: ma chi in quello strascico cortigianesco può riconoscere il modo di persuadere e di muovere? Aggiungi lo sconcio variare di sentimenti, sicchè nell’una sublima quel medesimo Carlo V[99], che in due altre aveva mostrato peste d’Italia e rovina d’ogni libertà; in quella confonde perfino la giustizia colla volontà di esso[100], in queste ne esagera l’avidità nell’invadere l’altrui; qua predica la libertà d’Italia, altrove esorta a ridur Siena in dominio della famiglia Caraffa.

Orazioni si facevano allora per ogni occasione, ma qual raggiunge l’eloquenza vera? Sonorità di periodi, ridondanza d’epiteti, verbosità, descrizioni, enfasi invece di forza e concisione, nessuna arte di incalzare cogli argomenti, di penetrare l’intimo degli animi per isnidarne il vizio o indur la persuasione. Non un buon predicatore sorse in quel meriggio delle lettere. Per via severa camminò frà Girolamo Savonarola, tutto impeti e con movimenti qua e là di vera eloquenza: ma quella che arte chiamiamo gli manca, e troppo spesso converte il pulpito in tribuna. D’orazioni profane funebri, di complimento, di persuasione, un migliajo rimane, ma chi leggerebbe quel cicaleccio inane, se non per ripescare fra un diluvio di parole qualche notizia?[101]

Vuolsi coraggio a trangugiar quelle di Leonardo Salviati con tanto profluvio di voci oziose, tanto viluppo di membri e membretti. Questa palma mancante all’Italia, pretese cogliere Alberto Lollio con arringhe di assiderante eleganza, sovente sopra soggetti immaginarj, e puntellate di figure retoriche e luoghi topici uno infilato all’altro; talchè somministrano abbondanti esempj ai precettisti, e noja insuperabile ai lettori. Buoni favellatori possedette Venezia, ma scarsi d’arte e di lingua incerta; robuste e spigliate procedono cinque orazioni che si hanno stampate di Pietro Badoero; e lodatissime furono le arringhe giudiziarie di Cornelio Frangipane friulano.

Deh potessimo avere i ragionamenti onde i Fiorentini ed altri repubblicani persuadevano al meglio della patria!; ma quelli intarsiati ai racconti dal Bembo, dal Nardi, dal Varchi e peggio dal Guicciardini, sono esercitazioni compassate, di niuna spontaneità, e guaste spesso dall’imitazione. Bartolomeo Cavalcanti è più vero, e per ciò più robusto. Unite il discorso di Giambattista Busini al duca di Ferrara pei profughi di Firenze perseguitati da Clemente VII, quello di Giacomo Nardi a Carlo V sulle tirannie del duca Alessandro, e se vogliasi l’apologia di Lorenzino; e avrete tutta l’eloquenza politica di quell’età, prima che le fosse tolto il parlare. E il non essere sorto un grand’oratore fu non ultima causa del mancarci una prosa nazionale; prosa svelta, propria, concludente, che in tutti gli scrittori apparisca unica di fondo, variata di colore secondo la materia, la persona, gli studj; prosa approvata dai dotti e insieme gradita al popolo, che vi riscontri le forme sue ma nobilmente atteggiate, le sue parole ma con arte disposte. E restammo fra una lingua colta e morta, usata spesso a materie inette; ed una viva, ma creduta solo acconcia a frivolezze, a commedie, a novelle, che saranno sempre il più ricco tesoro di bei modi, d’animosi tragetti, di frasi calzanti.

Gli storici (t. IX, p. 254) sono i migliori scrittori, ma neppure essi evitano l’espansione smodata e la prolissità, nè le parole rinzeppate o le particelle superflue, che stornando l’attenzione, fanno o meno o male intendere l’idea. Alcuni all’arte unicamente posero pensiero, come Pier Francesco Giambullari, che i fatti generali d’Europa dopo il IX secolo espose con bellissima retorica; caro alle scuole dove si separa il pensiero dalla parola. L’irremediabile amplificare di Francesco Guicciardini, que’ periodi intralciati di tante fila, che dianzi un editore faticò per distrigarli in qualche modo, possono correggere il moderno sfrantumare, ma troppo distano dalla rapidità che il racconto esige[102]. In fatto egli non erasi mai esercitato a scrivere; ma la profonda intelligenza e il buon senso, cui unisce sperienza e calcolo, gli valgono a gran pezza meglio che i precetti.