Giusto de’ Conti al modo petrarchesco cantò la Bella mano della sua donna. Girolamo Benivieni l’amor divino espose con idee elevate, ma stile incondito. L’inno alla morte, di Pandolfo Collenuccio, s’invigorisce di civile filosofia.

Il Sannazaro suddetto fece quel che in Portogallo già si usava, il romanzo pastorale in prosa numerosa mescolata di versi; ma versi manierati, a cui volle aggiungere l’inarmonica difficoltà delle rime sdrucciole; e prosa rabberciata di latinismi, a zeppe, a parentesi, a trasposizioni; per quanto vive esprima alcune pitture, e veraci alcuni affetti. Studiò Teocrito, il quale non avea studiato la natura; e figurò i pastori colti d’ingegno e raffinati di sentimento. Poi alle Camene lasciar fe i monti ed abitar le arene, inventando le egloghe pescatorie, ancor più artifiziate, sebbene ispirar lo dovessero le spiaggie della sua Mergellina, le più belle che il sole indori.

L’italiano colto era dunque ridesto, ma non vi si tornava coll’ingenuità primitiva, sibbene colla riflessione, collo studio, coll’imitazione; e in conseguenza camminò manierato, pretensivo, anzichè analitico e svelto qual si parla da chi parla bene. Considerata la lingua come una fattura de’ letterati, ne conseguiva che i letterati potessero a voglia regolarla; onde comparvero grammatiche[94] e discussioni e sofisticamenti sull’indole e sugli usi di quella che due secoli innanzi era stata adoperata insignemente. Il Boccaccio, in grazia spesso di quel che n’è meno imitabile, fu preso per canone, posponendo la casta semplicità de’ suoi predecessori ai costrutti singolari e alle eleganti giaciture. Sovra lui sottigliò Pietro Bembo nobile veneto (1470-1547), che chiamarono balio della lingua. Avea quaranta portafogli, dall’un all’altro dei quali passava le sue carte, correggendole man mano; e ci ripetono, — Egli è una prova che può scriversi pretto senz’essere nato sull’Arno». Ma (oltre sapersi che suo padre, letterato dottissimo e operoso magistrato, il portò seco a Firenze in età di otto anni), quel suo non ismontar mai da’ trampoli, non dettar mai naturale, rivela che non ha nativa la lingua; fin le epistole egli lavora a tessello di frasi altrui e strascico di periodi e ricorrenti latinismi, senza vigore mai. Le sue Regole grammaticali ebbero quattordici ristampe, ma trovarono molti contraddittori; il Castelvetro, il Caro, il Sannazaro, gli Accademici Fiorentini le appuntarono, e chiarirono che neppur esso autore vi si atteneva: e di fatto non posano su verun fondamento razionale, nè allargansi a comprensioni generali.

Caterina Cornaro, rinunziato il regno di Cipro alla Repubblica veneta, si ritirò ad Asolo, castello sopra Treviso, alle prime falde dell’Alpi, e fattane signora con un assegno di ottomila ducati, vi spiegava qualche lembo avanzatole del manto regio, alla corte fastosa di ottanta servi e dodici damigelle, e giuliva di mille delizie, aggiungendo la compagnia di letterati e artisti, visitata or da Teodora d’Aragona moglie d’un Sanseverino, or dal marchese di Mantova, ora dal cardinale Zeno, più spesso da Pandolfo Malatesta di Rimini, che venivano a godervi caccie, pesche, corse, balli, o le nozze di qualche a lei prediletta. E v’interveniva giovinetto galante il Bembo, e v’ideava i dialoghi degli Asolani «per esortar i giovani ad amare»; introducendo però un Dardi Giorgio, pio solitario, che dal terreno li solleva all’amor divino. Danno per isquisita la canzone sua in morte del fratello, e i sonetti in morte della Morosini, madre de’ suoi figliuoli: ma il cuore non mel disse. Insomma, di tanti che il lodano, quanti lo lessero? Guarda un’opera sua, tu credi sempre che tanta fama sia dovuta a un’altra; ogni encomio si conchiude nella compassata eleganza: ma a questa si può giungere colla fatica, e perciò molti lo tolsero ad imitare fra que’ tanti che cercavano, non qual cosa dire, ma come dirla.

Non sarà superfluo l’avvertire come gli Italiani, ogniqualvolta peggio soffrivano e si trovavano precluse le disquisizioni politiche, si buttarono sopra quelle della lingua, quasi una protesta della nazionalità che ad essi voleasi strappare. E il fecero allora. Il Giambullari nel Gello tolse a derivar la nostra dall’etrusca, che è ignota, ma che supponeva affine all’ebraica, donde i suoi fautori si dissero Aramei. Celso Cittadini la facea vissuta fin ai tempi di Roma antica; ma la filologia comparata era sì bambina da non recar a distinguere la maternità dalla fratellanza. Peggio litigarono sul nome. Il Trissino vicentino la voleva detta italiana; fiorentina il Varchi e il Bembo; senese il Bargagli e il Bulgarini; toscana Claudio Tolomei; il Muzio, ribattendo l’Amaseo che la rilegava nel trivio, voleva che la lingua fosse desunta da ciascuna città e provincia d’Italia «come un’insalata di diverse erbe e di diversi fiori», asserendo che «non i fiumi toschi, Ma il ciel, l’arte, lo studio e ’l santo amore Dan spirito e vita ai nomi ed alle carte»: contro Bartolomeo Cavalcanti, che trovava lo stile del Machiavelli incomparabilmente superiore a quel del Boccaccio, sostenne che questo s’addice ad ogni maniera di componimento: contro il Varchi lanciò deboli ragioni con violenza, e quasi sapesse la lingua meglio di loro, appunta modi del Ruscelli, del Dolce, del Castelvetro, del Machiavelli, del Guicciardini: contro Dante pure s’avventò, nel che lo contraddisse il Cittadini. E su tutto ciò si compilarono libri senza fine, che meglio avrebbero sciolto il nodo adoprando essa lingua ad alcun che di elevato e degno.

Il Salviati[95] rabbuffa il Muzio e il Trissino e gli altri forestieri, «i quali pronunziando la loro favella in maniera che scrivere non si possono le loro parole nè senza risa ascoltare, ci motteggiano nella pronunzia, e dannano in noi la virtù che si disperano di poter mai ottenere... A tutte le cose che da coloro contro la nostra lingua si son volute dire, bastata sarebbe questa risposta sola, che essi niuna cosa propongono, niuna ne vogliono provare, che mai allegano uno scrittore che di Firenze non sia. E che nuovo linguaggio, che inaudita rimescolanza, che centauro, che chimera, che mostro sarebbe quello, quando pur anche far si potesse, un mescuglio di vocaboli di forse trenta diverse lingue? E dove mai e quando mai fu veduta scrittura di questa guisa, o come la siffatta dir si potrebbe lingua, se lingua non è quella, la quale o da alcun popolo non si favelli, o la quale alcun popolo per alcun tempo non abbia mai favellata? Chi sarebbe che la intendesse pur mediocremente? dove s’avrebbe a far capo, dove a ricorrere per le proprietà? e in qual guisa maravigliosa andarono questi nostri per tutto il corso della loro vita passeggiando per tutta Italia a prendere cento vocaboli di Romagna, trecento di tutte le terre di Lombardia, altrettanto di Napoli e suo reame, e finalmente dieci di quel paese e quattro di quel castello? Che fatica, che stento, che infelicità convenne che fosse la loro in quel tempo!» Insomma vorrebbe lo scrittore fosse nato in Firenze, poi studiasse in Dante, Petrarca, Boccaccio e negli altri trecentisti la legatura delle parole e lo stile: lo che rese tanto difficile lo scriver bene, all’imitazione degli antichi dovendosi aggiungere l’imitazione dei moderni.

Sono le controversie che si rinnovano di tempo in tempo, discutendo sulle parole, invece d’occuparsi di cose; rimestando la tavolozza, invece di dipingere. Parve poi fatale da que’ primordj fino alla umanità odierna, che contraddittori e apologisti credessero ragioni le villanie, non s’elevassero mai alla natura dei linguaggi e al paragone di ciò che negli altri paesi intervenne, e, per angusto municipalismo, negassero la preminenza ai Toscani quegli stessi che pescano toscane eleganze per parer belli; impugnando così, almeno in teorica, quell’unità della lingua che ad altre unità è scala e suggello.

Già il Tolomei avea proposto di levare l’h da hora, dishonore, havea; ma con più senno voleva il Trissino distinguere l’i dall’j, l’u dalla v, smettere la ph per f, il th per z; e coll’η, ed ε, coll’ο e ω greci discernere il suono stretto o largo di queste due vocali. Sciaguratamente egli adoprò quest’ortografia in un poema illaudabile, e non essendo toscano, errò nell’applicazione, onde gli si levarono addosso le beffe, massime dal Firenzuola; eterno modo anche questo d’impacciare le cose buone! Alcune di siffatte innovazioni prevalsero, le altre rimangono desiderate.

Particolare attenzione alle regole della lingua si applicò quando cadde la libertà fiorentina, cioè quando cessarono i grandi scrittori; e fu istituita anche una cattedra di italiano per Diomede Borghese, il quale con quarant’anni di studio pretendeva avere ottenuto il titolo di arbitro e regolatore della toscana favella. I malcontenti dei Medici, per avere un pretesto di adunarsi, proposero di emendare il Decamerone, guasto nelle varie stampe; e l’edizione fatta dal Giunti nel 1527 è cercata come un lavoro di partito. E perchè il Decamerone si teneva pel libro più utile, ma insieme pericolosissimo al buon costume, fu commesso al Salviati di prepararne una lezione castigata, per la quale gli toccarono i vituperj che al pittore Braghettone.

Continuò quella fratellanza nell’accademia degli Umidi, la quale adunavasi in casa di Giuseppe Mazzuoli, «cittadino (com’egli diceva) senza stato, soldato senza condizione, profeta come Cassandra», che avea combattuto nelle Bande nere, poi all’assedio; poi fatto vecchio, ma sempre sollazzevole ed amoroso dei giovani, molti ne univa, i quali «ancorchè fussino la maggior parte in esercizj mercantili occupati, pure si promettevano tanta grazia dalle stelle e dalla natura, che bastava lor l’animo a render conto dei casi loro in simile professione»[96]. Cosmo, conoscendo l’astuzia del farsi serve le lettere col proteggerle, cominciò a dare a questi giovani il titolo più lauto di Accademia Fiorentina, poi stanza nel suo palazzo, e pubblicità, e prebende, e fin privilegio di fôro; per quanto il Mazzuoli si dolesse di questo voler il duca tirare tutto a sè. Propostosi a studio speciale la lingua, i membri di essa si buttarono a leggere dissertazioni sopra un sonetto, un verso, una parola di qualche classico, e principalmente del Petrarca; e poichè ciascuno voleva avere esordio, perorazione e congrua lunghezza, considerate quanto sciupìo di parole in un secolo già tanto verboso! Saviamente pensando che gioverebbe alla lingua l’esercitarla in traduzioni, il duca ne commise molte ad essi accademici, come di Aristotele al Segni, di Boezio al Varchi, di Platone al Dati, e via là.