Nascea da ciò la necessità di studiare i classici; onde gli derivò una inusitata bellezza di forme. E della filologia si valse a emendar varj passi del Corpus juris; industrie frammentarie, che avviavano alle sistematiche de’ moderni. Il testo rettificato volea costantemente premesso al commento, affinchè mai non se ne dimenticasse la realità, come era avvenuto agli scolari di Bartolo. La ragione è la perfezionatrice della realtà del diritto; del quale il senso più che la parola deve considerarsi. In conseguenza dedusse dai commentatori molti principj scientifici sconnessi, che coordinò sotto tre regole capitali intorno alle presunzioni.
In questo sforzo di emancipar la ragione dalla tradizione, l’individualità dall’autorità, s’inchinò sempre al dogma, e pose il diritto canonico per limite al romano. Che se le forze d’un solo non bastavano a compiere il passaggio dal medioevo ai moderni, aprì la via ai tre grandi lavori che restavano a fare d’archeologia storica, di filosofia del diritto positivo, di conciliazione fra i due elementi predetti; imprese serbate a Cujaccio, Donello, Domat[93].
L’Alciato godette di fama estesissima; ad Avignone ebbe seicento scudi di stipendio, settecento scolari e le divise di conte palatino; professò a Bourges per seicento scudi, e volendo partirne, il re gliene aggiunse trecento, il Delfino gli regalò una medaglia che ne valea quattrocento, e Francesco I sedè qualche volta fra’ suoi uditori. Non ancora contento, l’Alciato si partì, e lesse a Pavia per millecinquecento scudi, poi a Bologna, a Ferrara, senza mai chiamarsi soddisfatto. — Son richiesto (scriveva egli) da tutte le parti del mondo, da Inglesi, da Sassoni, da Belgi, da Pannoni; tanto non v’è luogo, che dagli scritti o dalla fama non conosca l’Alciato: testè mi scrisse Giovan Caspiano presidente al senato in Austria, testè Claudio Metense da Basilea, ed altri dotti».
Alcuni delle forme e del linguaggio degli antichi valeansi a materie nuove, come gli storici, i filosofi, e coloro che agitavano vive quistioni civili, ai quali ben tosto aprì vastissimo arringo la Riforma. Allora quest’erudizione, che placidamente armeggiava sui classici e in disquisizioni di parole, venne sospetta dacchè i novatori la spinsero nei campi della fede: poi studj più attuali le tolsero il primato; mentre dal 1491 al 1500 eransi stampate quattromila cencinquantotto opere, appena settecento ventitre ne comparvero fin al 1513; e Aldo Manuzio racconta che, nell’ora di far lezione, egli stava passeggiando davanti alla vuota Università romana, attesochè le lingue vive aveano occupato il posto delle classiche, ridotte a erudita curiosità.
Quegli studj aveano certamente giovato anche all’italiano, come la grammatica ai bambini; ma vi introdussero l’artifiziato periodare, le disdicevoli trasposizioni, la mescolanza di congiunzioni latine; e l’ermafrodita pedanteria guastava fin lo stile epistolare e domestico, e insegnava un’aria pomposa e cortigiana, e ciò che più rincresce, adulazioni svergognate; perchè lo scrivere consideravasi come un’arte, non come una manifestazione. Tanto le colpe letterarie toccano alle morali.
Coloro che dallo studio del latino traevano il pane, n’esageravano l’importanza a segno, da pretendere che l’italiano fosse indegno delle scienze. È noto che il Bembo suggeriva all’Ariosto di scrivere il suo Orlando in latino. Alla coronazione di Carlo V, Romolo Amaseo, arringando davanti a questo e al papa, sostenne doversi lasciar l’italiano ai trecconi e al vulgo da cui trae il nome. Gli fecero eco Pietro Bargeo in un’orazione allo studio di Pisa, Celio Calcagnini e Bartolomeo Ricci ne’ trattati dell’imitazione, Francesco Florido nell’apologia di Plauto, Giambattista Gorneo in un paradosso agli Infiammati di Mantova, altri ed altri, fin all’illustre Sigonio.
Siffatta preminenza avea fatto negligere l’italiano; dico dai dotti, perocchè vi fu sempre chi l’adoprò; e a non nominare Leonardo da Vinci e l’Alberti e qualche altro scienziato, più alle cose intenti che alle parole, bastino le soavissime prose di Feo Belcari, nobile fiorentino che si serbò semplice in tempo di stile latineggiante e intralciato. Qual carissima semplicità nella sua vita del beato Colombini! e la castissima dettatura delle molte sue laudi e rappresentazioni convince come fosse tutt’altra che perita la poesia italiana.
A questa Lorenzo de’ Medici giovò con una protezione meglio ragionata che il padre, e col proprio esempio. Per imitare il Petrarca, anzichè per passione, celebrò egli la Lucrezia Donati con sottilità platoniche; non infelicemente tentò le pastorali e la satira, e canti carnascialeschi per le feste, che, a spesa e direzione sua, rallegravano il carnevale. L’Ambra sua villa encomiò in un poema; nella Nencia da Barberino in dialetto contadinesco amoreggiò una campagnuola con inarrivabile vivacità e naturalezza; nell’Altercazione espose concetti di filosofia platonica, e ne’ Beoni una satira dell’ubbriachezza. Inspirato dalla madre, compose anche laudi sacre, che si cantavano come quelle di frà Savonarola (tom. VIII, pag. 299).
Dalla scuola di Angelo Poliziano (1454-94), il quale vantavasi che da mille anni nessun maestro d’eloquenza latina ebbe tali e tanti scolari, uscirono Guglielmo Grocin, da poi professore di greco ad Oxford; Tommaso Linacre, amico del cancelliere inglese Tommaso Moro; Dionigi, fratello dell’eruditissimo Reuclin; i due figli di Giovanni di Tessira cancelliere di Portogallo; ed altri, esaltati da Erasmo. Chi la prima volta vedesse il Poliziano in cattedra con naso sformato, occhio losco, collo tozzo, pigliavane disgusto: ma se schiudesse una voce dolce e vibrante, quella parola simile a un mazzo di fiori, quella frase tutta sali attici, faceano ben tosto dimenticare i torti di natura (Giovio); mentre egli s’infervorava, e sapea trasfondere le proprie emozioni nell’anima degli uditori. Gran gusto prendeva ai Bucolici; e incontrandovi lodata la felicità campestre, deponeva il libro e improvvisava su questa, non dimenticando nè il susurro dell’aria che fa ondeggiar le coniche vette del cipresso, nè la voce mormorante dei pini, nè quella del rivo serpeggiante sui ciottoli coloriti, nè l’eco che ripete le armonie. E tutti accorrevano alla chiesa di San Paolo dove egli era priore; uno con una spada alla mano, di cui non sapea leggere le sigle misteriose; uno a chiedergli un’epigrafe pel suo studio; un terzo una divisa; un quarto epitalamj o canzoni. «Appena mi rimane tempo da scrivere (esclama): fin il breviario bisogna ch’io interrompa».
Di mezzo agli studj filosofici e filologici, egli compose con maggior arte d’italiano le Stanze per la giostra di Giuliano Medici, con bellezza compassata ed elegante, non nerboruta e impetuosa; da paragonare a Cosimo Rosselli e alla scuola sua, staccata dalla prisca ingenuità per copiare il vero e l’antico. Le lasciò incompiute, ma dopo alzata l’ottava a magnificenza degna de’ grandi epici che vennero dietro. Ad istanza del cardinale Gonzaga, distese in due giorni il più antico melodramma, l’Orfeo, dove alla dolcezza dei Bucolici di Virgilio unì la spettacolosa libertà delle rappresentazioni medievali (tom. VIII, pag. 438).