Dilatavasi lo studio del greco; e Giovanni Lascari, Francesco Porto, Marco Musuro e altri Greci qui formarono numerosi scolari, principalmente a Firenze, che parea un’Atene risorta[88]; Varino Favorino ne fece il primo dizionario dopo quello imperfetto del Crestone (tom. VIII, pag. 325). La prima grammatica in latino scrisse Urbano Valeriano, che lunghissimi viaggi avea compito sempre a piedi. Anche le lingue orientali aveano cultori, e non vogliamo dimenticare il dizionario perso-comano-latino, che il Petrarca lasciò alla repubblica veneta, forse trascritto di suo pugno. A spese di Giulio II, Gregorio Giorgi di Venezia pose a Fano la prima stamperia arabica che al mondo fosse, e nel 1514 ne uscirono le Sette ore canoniche, e poco poi il Corano per Paganino da Brescia. Pier Paolo Porro milanese stampò in Genova nel 1516 il Salterio in greco, ebraico, arabo e caldeo per cura di Agostino Giustiniani vescovo in Corsica, che possedeva ricchissima biblioteca orientale, della quale fece dono a Genova; e che da re Francesco chiamato a Parigi, primo v’introdusse le lingue orientali. Il cardinale Ferdinando de’ Medici ne aprì a Roma stamperia; a Venezia il Pomberg impresse la Bibbia in ebraico, assistito dal dottissimo frà Felice da Prato. Angelo Canini d’Anghiari pubblicò gli Ellenismi, e istituzioni per le lingue siriaca, assira, talmudica[89]. Teseo Ambrogio pavese imparò moltissime lingue, e preparava un salterio in caldaico, ma dal saccheggio di Pavia del 27 dispersi i libri e gli apparecchi suoi, non potè dar fuori che l’introduzione alle lingue caldaica, siriaca, armena e diciotto altre, con quaranta alfabeti, fra i quali comprese i caratteri che adopera il demonio, mostratigli da un adepto: opera che toglie la priorità a quella del Postel, giudicata il primo tentativo di filologia comparata, e la vince in ampiezza ed erudizione.

Anton Maria Conti detto Majoragio, che avvivò l’eloquenza a Milano e vi eresse l’accademia de’ Trasformati (1555), accusato d’irreligione per aver mutato il suo nome in Marcantonio, si scagiona davanti al senato col dire che, mancando esempj classici di Anton Maria, non avrebbe potuto scriverlo in latino pretto. Qual era più ridicola, l’accusa o la discolpa? Moltiplicò opere d’erudizione, impugnò i Paradossi di Cicerone, di che ripicchiollo caninamente Marco Nizolio, autore del Thesaurus ciceronianus.

La principale biblioteca era sempre la Vaticana; vi tenea dietro quella di San Marco a Venezia, dono del Bessarione; poi quelle di Urbino, di Modena, di Torino.

Molti applicavano alle antichità, specialmente romane, Lorenzo de’ Medici pose una cattedra per insegnarle; Pomponio Leto e Rafaele di Volterra scrissero sui magistrati, Marliano sulla topografia dell’antica Roma, Robortello sul nome delle famiglie, Manuzio delle leggi e della cittadinanza, Francesco Grapaldi delle case; della milizia Francesco Patrizj, e meglio Gianantonio Valtrini gesuita romano; il Panciroli delle dignità; Lucio Mauro, Andrea Fulvio, Lucio Fannio e altri delle antichità di Roma. Benchè nato a Scio, Leone Alazis o Allacci può arrogarsi all’Italia, ove sempre visse. Archeologi zelanti voleano tutto spiegare, descrivere tutto: ma più pazienti che ingegnosi, più di buon volere che di critica e di cognizioni sulla vita degli antichi, facilmente erravano, o sminuzzavansi in meschinità; i più non miravano che alla migliore intelligenza di Cicerone: tutti poi ligi all’autorità, veneratori della virtù romana, e d’inconcussa fede in Livio e Dionigi, che sì poco vagliono nelle antichità; in Pomponio e Gellio, che ignorarono le istituzioni repubblicane; in Tullio, ch’era men intento a vagliare la verità che a vincer le cause. Pure un giudice rigoroso e competente, il Niebuhr, dà lode a que’ nostri, che raccogliendo a gran fatica una moltitudine di particolarità isolate, giunsero a trarne ciò che nessun’opera avanzataci della letteratura antica offriva, un’esposizione sistematica delle antichità romane. Quanto fecero, conchiude egli, è prodigioso, e basterebbe per assicurarli di fama immortale[90].

Piaceva radunare senza discernimento medaglie, iscrizioni, arnesi, cimelj d’ogni sorta, d’ogni età, d’ogni nazione; nel qual genere levò fama il Museo, dove Paolo Giovio, accattando e blandendo, avea disposto di bellissime rarità e ritratti, dei quali stampò la prima raccolta che si vedesse, intagliati in legno. Enea Vico da Venezia primo trattò sulle medaglie degli antichi; e Sebastiano Erizzo, suo compatrioto, pose i fondamenti della numismatica.

Onofrio Panvinio veronese (1529-68) fu de’ primi a sentire l’importanza delle iscrizioni; interpretò alcune non prima intese, e pubblicò le più importanti, ben avanti del Grutero, che non gli rese giustizia; fu anzi il primo a ideare una collezione generale delle epigrafi antiche, e ne dedusse la cronologia de’ tempi romani, la serie de’ consoli e degli imperatori, e notizie sulla religione, i costumi, il governo, le dignità, gli uffizj, le tribù, le legioni, le vie, gli edifizj pubblici, i magistrati municipali, i giuochi; conobbe falsi i frammenti di Annio da Viterbo (tom. VIII, pag. 341); aggiungete una cronaca universale dalla creazione fin a’ suoi tempi, un ritratto del mondo abitabile, ed altre opere viepiù maravigliose a chi guardi la brevissima sua vita. Da Marcello Cervino esortato poi a volgersi alle antichità sacre come più convenienti ad ecclesiastico, raccolse immensi materiali; di cui furono stampati il Primato di San Pietro contro i centuriatori di Magdeburgo, le note alle vite dei papi del Platina, le sette basiliche di Roma, delle sepolture cristiane; altri giaciono inediti[91] o incompiuti, fra cui gli Annali ecclesiastici.

Con maturità e più accertate cognizioni Carlo Sigonio da Modena (1520-84) illustrò le romane antichità, i fasti consolari, il diritto romano (italico) e provinciale. Dopo la storia dell’impero occidentale da Domiziano ed Augustolo, primo ardì quella del regno d’Italia dai Longobardi sino al 1286; non traendo lume che dagli archivj, sicchè, malgrado gli errori, vuolsi venerare qual rinnovatore della diplomatica. Descrisse la repubblica degli Ebrei, quasi specchio alle costituzioni moderne. Premesso con Aristotele, che scopo d’ogni civile consorzio è conciliare l’utile col giusto, vuole si abbiano consigli occupati dei vantaggi della nazione, magistrati che non permettano di disgiunger da questi la giustizia, un capo che gli uni e gli altri convochi, distribuisca loro gli affari; il che tutto pargli fosse tra gli Ebrei felicemente combinato[92].

Pirro Ligorio napoletano per tutta Italia raccolse e disegnò iscrizioni, formando trenta volumi d’antichità, rimasti inediti e preziosi, malgrado i troppi errori. Mariangelo Accorso di Aquila, che visse trentatre anni alla corte di Carlo V, e per suo servizio viaggiò nel Settentrione, fu de’ più attenti antiquarj; adunò parecchi monumenti, che pose in Campidoglio; corresse molti passi di autori. Celso Cittadini avea pur fatto una raccolta d’iscrizioni: altre particolari di paesi servirono di fondamento alle storie municipali di Verona, Brescia, Como, Faenza, e alla milanese di Andrea Alciato (1492-1550).

Quest’ultimo, scolaro degli altri celebri Giasone del Maino e Carlo Ruino, a ventun anno pubblicò le note sui tre ultimi libri degli Istituti di Giustiniano, poi i paradossi del diritto civile, che lo fecero da alcuni riprovare come novatore, da altri levar a cielo. Ricco d’onnimoda letteratura, come ne diè prova in opere variatissime, rappresenta il progresso della giurisprudenza dall’autorità al raziocinio. Quanto alla Bibbia i teologi, tanta venerazione i giuristi professavano pei codici romani; riverendone il testo, senza osar più che qualche correzione o variante (glossa interlinare). Si procedette poi alla interpretazione logica (glossa marginale), che diede prevalenza al criterio personale sopra l’objettivo, passando dalla scuola d’Irnerio a quella d’Accursio, ma sempre con una specie di fede nell’accordo tra la parola e il senso logico della legge. Questa fede diminuisce allorchè Bartolo crea il Commento, dove la dialettica è considerata come mezzo per ottenere la vera conoscenza del diritto. Ma della dialettica si abusò, con interminabili teoriche, definizioni, cautele degenerando nella sofistica. Di questa l’Alciato rivela gli abusi, e come i professori insegnassero le industrie di fare, con parole, sembrar forte una causa debole, e sottoporre la verità all’interesse: Barbazia, Giason del Majno, Parisio davano consulti, dove il sofisma facilmente si scopriva; ma Decio e Bartolomeo Socino mentivano con finezza tale da ingannare i pratici. Decio poi a’ suoi consulti metteva soltanto la soscrizione, perchè così diceva non avere già affermato che quello fosse il diritto, ma scritto solo perchè la materia si prestasse meglio alla meditazione. Sannazaro, tanto per contentare il cliente, mutava qualche circostanza del fatto, sicchè il consulto procedeva legalmente, ma inutile. Paolo di Castro e Lupo asserivano d’avere scritto non consulti, ma allegazioni, nè in conseguenza doversi esigerne il vero a puntino (Parergon juris, lib. XII, c. 12).

Siffatto abuso della logica rendeva inestricabili le liti, irreperibile il vero. Si cercò orizzontarsi mediante l’autorità de’ grandi giureconsulti, ma con ciò la scienza sottometteasi alla tradizione scientifica, e non si facea che accumulare autorità, fra le quali la legge veniva sagrificata all’opinione collettiva: e Giason del Majno, campione di questa scuola, diceva che, dove urtino la verità e l’opinione comune, questa deve preferirsi a quella... l’errore comune costituisce diritto e si ha per verità (Lib. I, § testes cod. de Testamento). Di questo sottoporre il vero a un criterio legale dolevasi l’Alciato, e che si consumasse un intero semestre a porre in bilancia le opinioni dell’Aretino, di Socino, di Carlo Ruino, e confutare una sentenza accettata, con molta ambizione e pochissimo senno (Prælatio in bononiensi schola, an. 1550). Ma quell’ardimento che il raziocinio veniva prendendo anche nelle cose di fede, s’applicò alla giurisperizia, e l’Alciato n’ha il merito (per dirlo alla moderna), proclamando la superiorità della ragione individuale nel conoscere la vera realità del diritto positivo nella sua idealità, e tradurlo a tutte le conseguenze teoriche e pratiche della vita sociale in armonia colla religione. «Omesse (dic’egli nella prolusione di Pavia) le ambagi degli entimemi, più atte a ostentare ingegno che a compier la dottrina, riferirò in breve quel che s’abbia a sentire, e francheggerò l’interpretazione nostra con ragioni che bastino a rimuover le contraddizioni altrui». Opponeva dunque al formalismo dialettico la libera ragione. Per iscoprire poi il senso intimo della legge, ricorreva all’erudizione, che pondera i tempi, gli usi, le circostanze da cui ne fu accompagnata la formazione; colla storia migliorando il criterio objettivo.