Gabriele Faerno di Cremona, di cui si ignora ogni altra particolarità che la sua modesta virtù e la protezione largitagli da Pio IV e da Carlo Borromeo, stese cento favole esopiane in versi latini, destinate alla gioventù quando Fedro non era stato scoperto; con tale limpidezza e semplicità, che si credettero plagio di qualche antico. Il Flaminio veronese gareggia coi lirici antichi.

Pier Angelo Bargeo canta la caccia coi cani e col vischio, e la Siriade o le crociate. Marcello Palingenio (Zodiacus humanæ vitæ), in versi men belli de’ concetti, flagella la corruttela clericale. Aggiungiamo Basilio Zanchi bergamasco, che per accuse ereticali morì prigione di Paolo IV; tre fratelli Capilupi; cinque Amaltei, egregii fratres queis julia terra superbit; Andrea Marone bresciano improvvisatore, che l’Ariosto paragonò all’omonimo antico, e che morì di fame nel sacco del 27; Aurelio Augurelli, che presentò a Leone X la Crisopeja o arte di far l’oro, e Leone spiritosamente il ricambiò con una borsa vuota, acciocchè vi mettesse il metallo che creava.

Le lettere papali erano sempre state le meglio stese, e gli scrittori di esse consideravansi successori legittimi dei retori antichi, anzi perfino di Cassiodoro e di Virgilio, e presero luogo vicino ai canonisti. Molti ne trattarono espresso[85], e distinguevano dodici stili curiali oltre gli stili poetici, fra cui principali il Gregoriano, poi il Tulliano, l’Ilariano, l’Isidoriano, de’ quali noi abbiamo smarrito la chiave. Ora potersi scriverle con purissima eleganza dimostrarono il Sadoleto e il Bembo, al qual ultimo si attribuisce l’avere insegnato ad imitar solo Cicerone, lasciando via gli scrittori di bassa latinità: ma per quanto lodato, egli mi pare aspro, e nella sua magnificenza ben lontano dalla schiettezza de’ classici.

Lazaro Bonamici da Bassano (-1552), filologo ai servigi del cardinal Polo, nel sacco del 27 perdette i libri; poi a gara domandato a Padova, a Vienna, in Polonia, in Francia, formò valentissimi scolari; con criterio censurava le opere altrui, repugnava dallo scrivere italiano, e diceva di amare men tosto esser papa, che parlare come Cicerone. Al Beazzano da Treviso, autore di meschine poesie e spertissimo negli affari, dopo che fu ridotto infermo dalla podagra, accorrevasi da tutta Italia per consigli letterarj. Più tardi, i Volpi padovani furono correttori della stamperia del Comino di Cittadella.

Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) volea farsi frate sulla speranza di diventar papa, onde ritorre ai Veneziani la sua Verona, da’ cui antichi dominatori pretendeva discendere. È il primo moderno che nella interminabile sua Poetica pensasse ridurre a sistema l’arte dei versi con copiosissimi esempj. Più di gusto che di genio, con amore dell’eleganza non sentimento della forza, preferisce a Omero l’Eneide, e fino l’Ero e Leandro; Orazio e Ovidio ai Greci, e con molto artifizio sostiene un assunto che, preso alla spicciolata, non è sempre paradossale. Rivede anche i moderni, fra i quali dà la palma al Fracastoro, poi al Sannazaro e al Vida.

Francesco Arsilli, nell’elegia De poetis urbanis, loda più di cento poeti latini viventi a Roma sotto Leone X. Dai loro contemporanei erano paragonati ai classici: ed anche il facile Roscoe, che figurò buono come lui il secolo di Leone X, ma nè il conobbe nè il fece conoscere, pareggia que’ nostri umanisti e Giovian Pontano ai contemporanei d’Augusto; come quando intitola grande il Bojardo, e pone l’Arcadia del Sannazaro sopra quanto l’Italia avesse fin allora prodotto; l’Italia di Dante.

I fantasticatori recenti d’una letteratura europea potrebbero trovarla già in cotesti latinisti, che costituivano veramente una repubblica universale, potente per questa medesima lingua e per l’accordo: ma il latino non essendo più la lingua del pensiero, ne veniva uno sciagurato divorzio tra questo e le parole; e lo studio della frase e dello stile riusciva a scapito della naturalezza. Erasmo derideva i nostri latinanti che non avventuravano parola la quale non fosse in Cicerone; mentre (siccome qualche nostro contemporaneo pretese saper la storia romana meglio di Tito Livio) egli presumea saper meglio di Cicerone come scrivere latino. Ma essi stessi confondevansi; e intanto che Lipsio e Aonio Paleario portano a cielo il latino di Paolo Giovio, lo Scaligero il giudica affettato e lussuriante anzichè puro[86].

Quell’ostinazione di studj conduceva facilmente alla presunzione, ad amare dell’antico fino la ruggine e le scorie, annichilare la propria personalità per camuffarsi alla greca e alla romana. Abbagliati non sapevano che ammirare; tutto vi ritrovavano bello ed uno; e viepiù sprezzavano la bizzarra varietà e la complessità laboriosa del medioevo e quel mondo di contrasti; vergognandosi d’essersi inginocchiati a quell’idolo misto di fango e diamanti. E per vero la scienza e la filosofia v’erano mancanti d’ogni gusto artistico, sicchè allo svegliarsi della letteratura classica fu vantaggio il considerarla principalmente dalla bellezza dello stile, e ravvivar così il sentimento estetico. Sebbene si esagerasse, continuando diveniva necessario volger lo studio de’ classici a sviluppare e crescere la conoscenza dell’uomo, e non solo dello scrivere, ma del pensare chieder loro lezioni; dall’esame della forma passare a quello della sostanza.

La purezza dello scrivere costava viepiù perchè dovea ciascuno per fatica propria accattar voci, frasi, regole, ed accertarle; finchè l’agostiniano Ambrogio Calepino da Bergamo diede fuori il vocabolario (Reggio 1502), che d’edizione in edizione cresciuto, in quella di Basilea del 1581 comprese ben undici lingue. E poichè non v’ha genìa più litigiosa dei pedanti, ne pullulavano rinfacciamenti scambievoli, e battaglie che s’appigliavano a tutto il regno letterario, tra il Poliziano e Bartolomeo Scaligero, tra Fiorentini e Napoletani, in proposito sempre di parole e parole.

Continuavasi a far buone edizioni, e stampatori eruditi apparvero il Minuziano a Milano, i Giunti a Firenze e Venezia, il Torrentino a Firenze e Mondovì, il Paganino a Venezia e Tusculano, il Viotto a Parma. I Ferrari di Piacenza erigono stamperia a Milano e a Trino, donde a Venezia; e perchè un d’essi, Gabriele, ito in Francia, fu soprannomato Joli, prese il cognome di Giolito, e per impresa la Fenice[87]. Costui non guardava a spesa per avere buoni correttori e buone opere, e per lui lavoravano il Dolce, il Domenichi, il Doni, il Brucioli, il Turchi, il Sansovino, il Fiorentino, il Bettussi, il Toscanelli, il Baldelli; fece vulgarizzare Diodoro Siculo, Dione Cassio, Onesandro, Appiano, Cicerone, Plinio; stampò un Ariosto con begli intagli; eseguì la collana degli Storici greci, ideata dal Porcacchi; in sua casa accoglievansi i principali Veneziani e forestieri; Carlo V il fece nobile, re e papi gli concessero grazie. Aldo Manuzio romano, stipite d’una famiglia di tipografi celebri a Venezia, continuava a stampar Aristotele mentre le palle di Francesi e Tedeschi sgomentavano la città; pubblicava Platone l’anno dell’eccidio di Ravenna e di Brescia; poi mutatosi a Roma, formò una Neoacademia dove ragionare di letteratura, e scegliere i lavori da stamparsi e lezioni da preferire, e pose sulla porta del suo gabinetto: — Se vuoi nulla, spicciati, e subito va; se pur non vieni come Ercole allo stanco Atlante, per sottopor le spalle; chè in tal campo sempre vi sarà da fare per te e per chiunque venga» (tom. VIII, pag. 367). Anche Pier Vettori procurò eccellenti edizioni e vulgarizzamenti di classici.