Artisti italiani e l’italiano esempio diffusero il moderno gusto e la correzione oltr’Alpi, e fecero abbandonare il gotico: del che il primo esempio è forse nella sala della coronazione a Praga, e in una fabbrica di Solesmes nella Turena del 1493. In Francia lo stesso Luigi XI, in mezzo all’ignobile suo corteggio, apprezzò i meriti di Giovan Bellino. Carlo VIII, invaghito della nostra coltura, menò di là dall’Api artisti e artieri[82]; fece eseguire molti lavori, principalmente ad Amboise, «da operai eccellenti scarpellini e pittori che avea menati da Napoli» (Commines); e la sua tomba di marmo nero con figure di bronzo dorato è del modenese Paganini. Francesco I, svegliato dal funesto suo sogno della conquista d’Italia, si fece a Fontainebleau un’Italia artifiziale, raccogliendovi i rottami del paese, al cui naufragio avea troppo contribuito; e il maresciallo di Chaumont, che governando il Milanese, avea procurato alleviare la servitù col proteggere le arti, chiamò di quivi Andrea Solaro, che dipinse il castello di Gaillon. Leonardo da Vinci avrebbe potuto educare i Francesi non a contraffare i nostri, ma a studiare in che modo operassero; non abbagliarli coll’entusiasmo, ma secondare la qualità in essi dominante, l’intelligenza. Al contrario, col recare di colpo la Francia a copiar l’Italia, le fu tolto il vantaggio del noviziato, e affogata l’originalità nell’imitazione. Rosso de’ Rossi fiorentino, quasi non esistesse pittura prima del grande stile, e non comprendendo se non quella che sapeva, operava di pratica, e pretendendo non seguire alcuno, cadeva nel fantastico; nella Trasfigurazione a Città di Castello, collocò a’ piè del quadro una zingarata. Costui impiantò a Parigi la scuola italiana, compatendo cotesti Francesi secchi, poveri; pochi accettava a scolari, e a patto che rinnegassero le tradizioni nazionali e ingenue, per assumere il teatrale, il lezioso; a compagni preferiva i mediocri, onde adoperò Lorenzo Naldini allievo di Francesco Rustici, il quale pure aveva lavorato colà; Antonio Mimi, Domenico del Barbiere, Luca Penni, Bartolomeo Miniati, Francesco Caccianimici.

Il Primaticcio di Bologna, che gli succedette nella sovrantendenza ai reali edifizj, derivava da Rafaello, ma erasi cambiato dopo visto Michelangelo e sotto Giulio Romano, con cui lavorò nel palazzo del Te; conservava dell’eleganza, ma credeva ai metodi di scuola. Decorò la villa di Fontainebleau, e vi pose molte statue e modelli antichi: v’ebbe a collaboratori Bagnacavallo, Ruggeri di Bologna, Prospero Fontana, Nicolò dell’Abbate modenese, che tutti lasciarono opere in Francia. Girolamo della Robbia, itovi nel 1530, ornò il palazzo di Madrid nel bosco di Boulogne, con terraglie dipinte magnificamente, alcune grandissime e con rilievi: ma tutto fu diroccato nel 1792, e le opere vendute a un terrazziere, che le macinò per farne cemento. Domenico Boccadoro di Cortona, nel disegnare il palazzo di città a Parigi, non dimenticò i bisogni e il gusto del paese, onde le larghissime finestre del pian terreno, la tettoja molto inclinata, con forma monumentale. Il Vignola stette due anni a Parigi, il Serlio vi morì, il Bellarmati, il Bellucci, Gianangelo da Montorsoli, altri ed altri chiamati o venuti; sicchè Fontainebleau fu un museo d’opere italiane e di copie, su cui si formarono alcuni buoni, quali Pietro Lescot, Goujon, Cousin, Delorme, che per incarico di Caterina de’ Medici alzò il Louvre.

Contucci da Montesansovino fu in Portogallo; in Inghilterra Jacopo Aconzio, Girolamo da Treviso e Toto della Nunziata; in Ispagna Leon Leoni, l’Anguissola, il Pellegrini. Matteo Pietro Alesio romano dipinse a Siviglia un san Cristoforo, le cui gambe al polpaccio han quattro piedi di larghezza. Fu ammirato dagli anatomisti, ma egli, veduto un Adamo di Luigi di Vargas, dichiarò: — Una gamba di questo vale ben più che tutto il mio Cristoforo».

Pier Torrigiani, allevato negli orti di Lorenzo de’ Medici con Michelangelo, prese ira contro di questo, e gli ruppe il naso; fuggito, militò nelle truppe del Valentino, poi da mercanti si lasciò condurre in Inghilterra, ove fu ammirato pel mausoleo di Enrico VII nell’abbadia di Westminster. Per un grande di Spagna lavorò un bambin Gesù, che fu trovato mirabile; e il committente per pagarlo gli mandò a casa alcuni sacchi di denaro: ma svolgendoli trovò ch’erano piccole monete, sommanti appena a trenta ducati; onde stizzito diè del martello nell’opera propria. Il grande, in luogo di vergognarsi, ne volle vendetta, e l’accusò come oltraggiatore d’immagine sacra; onde preso dall’Inquisizione e messo allo spasimo, lasciossi morire.

Il czar Ivan, che allora tentava introdurre la Moscovia nella società europea, chiese artisti nostri: e nel kremlin di Mosca, Aristotele Fioravanti fabbricò la chiesa; Pierantonio Solaro nel 1487 il palazzo detto di granito, terminato da Paolo Bossi genovese, da Marco ed altri; Aloisio milanese vi fece il Belvedere, e finì l’Assunta con nove cupole, e altre fabbriche, dove l’orientale era modificato secondo il tipo italiano, che collocavasi a fianco alle piramidi del Messico e alle pagode dell’India[83].

CAPITOLO CXLI. Lingue dotte. Risorgimento della italiana. La Crusca. La Critica.

L’andamento medesimo che nelle arti, ricorre nella letteratura: alcuni ricalcano l’antico, altri s’avventano al nuovo qual ch’egli sia; i migliori temperano l’un coll’altro in sì felice accordo, da esser posti fra’ classici anche dagli stranieri.

Già salutammo quel restauramento della retorica, che i pedanti venerano come risorgimento dello spirito umano. Lo studio del latino viepiù necessitava in Italia, donde occorreva di carteggiare con tutte le nazioni, in tempo che scarsamente si conosceano i vulgari altrui: oltre che quella lingua ci era una specie di vanto nazionale, portandoci verso que’ gloriosi, che noi chiamiamo progenitori; e lo scrivere pretto ciceroniano pareva avvicinasse ai tempi quando quelle parole dalla tribuna esprimevano liberi sensi, e dal senato imperavano ai Barbari, da cui adesso ci troviamo calpesti. Qui dunque fiorivano solenni latinisti. Jacopo Sannazaro napoletano (1458-1530) seguitò vent’anni a visitare tutti i giorni il cieco Francesco Poderico sagacissimo critico, e leggergli i versi che avea composti, fin dieci mutazioni facendone prima che n’uscisse uno approvato[84]. Purezza, eleganza e virgiliana armonia spira il suo poema De partu Virginis: ma Ninfe e Protei e Febi che hanno a fare coi dogmi più venerabili? Chiede perdono alle Muse se le trae a cantare uno nato nel presepe; l’Arcangelo che annunzia la beata Vergine, non è diverso da Mercurio; il Giordano personificato narra l’ascensione di Cristo, qual la udì da Proteo: arte pagana insomma attorno a soggetto sacro, alla guisa stessa che sul suo sepolcro sorgono Apollo e Minerva, Fauni e ninfe, in chiesa cristiana.

Miglior partito dal soggetto medesimo trasse il vescovo Girolamo Vida cremonese, che nella Cristiade (1566), se nol raggiunse in dolcezza e dignità, mostra pietà verace, eppure ancora il Cristo è poco più che un ricalco di Enea, l’uomo soffrente, non il Dio riparatore; e non che tutta la natura sembri risentirsi alla grand’opera della redenzione, e l’alito d’amore si spanda sovra le ire procaci, gli Angeli vorrebbero far la vendetta del loro Dio. Insomma, nel mentre i poeti profani formavano gli eroi più che uomini, e Giove e Plutone ingrandivano accostandoli al tipo divino, i poeti sacri impicciolivano Cristo nelle proporzioni d’un eroe.

Il Vida verseggiò pure con molta agevolezza l’arte poetica, il giuoco degli scacchi, il baco da seta, affrontando la difficoltà di precetti aridi e non mai espressi in latino; e dettò un buon trattato De optimo statu civitatis. Girolamo Frascatoro veronese (-1553), da medico e poeta volle figurare nella Sifilide, tema ributtante ch’e’ rese tollerabile con belle digressioni e coll’armonia costante, quantunque lontana dalla soavità di numero e dalla parsimonia di Virgilio, a cui i retori lo assomigliano. Il Navagero talmente aborriva dalle arguzie e dalle lambiccature di Marziale, che ogn’anno bruciava alle Muse un’ecatombe di esemplari di quel poeta. Da lui intitolò il Fracastoro un dialogo sopra la poesia, dove elevandosi sopra la meschinità precettiva, ne colloca l’essenza nell’ideale, qual viene inteso da una recentissima scuola filosofica.