Molti mostrarono eccellenza nelle medaglie[79], altra imitazione degli antichi; e ve n’ha de’ primi artisti, e principalmente del Pollajuolo. Vittore Pisanello da Verona si applicò affatto a questo genere, che può dirsi da lui creato, con teste finitissime e variate, e nel rovescio belle invenzioni, trattate con vita e con ardito disegno. Gianpaolo Poggi fiorentino lavorò alla corte di Filippo II: così Leon Leoni aretino, e Pompeo suo figlio. Ma a migliorare le monete correnti si pensò tardi, e coll’uso dello stampo.

Alcuni, preponendo il guadagno alla gloria, davansi a contraffare l’antico, e Giovanni Cavino da Padova empì il mondo di medaglioni falsi, mentre avrebbe potuto insignemente far di proprio. Michelangelo disse essere giunta al colmo l’arte, quando vide una medaglia di Alessandro Cesari, detto il Grechetto, che nel diritto rappresentava Paolo III, nel rovescio Alessandro Magno che s’inchina al gran sacerdote a Gerusalemme: il costui Focione non cede ad antichi. Anche il baccanale, detto sigillo di Michelangelo, fu per un pezzo creduto antico, ma si sa lavorato da Maria di Pescia.

Il magistero della tarsia (1549) fu vôlto principalmente a stalli di coro e sacristia. Gli armadj di Santa Maria del Fiore di Benedetto da Majano sono ammiratissimi, e più le opere ch’egli mandò a Mattia Corvino. Frà Damiano da Bergamo, converso in quell’ordine de’ Domenicani, che di tanti artisti segnalossi, lavorò insignemente in patria, ma più a Bologna pel coro di San Domenico, migliorando la maestria de’ colori e degli scuri, tanto da emulare il dipinto[80]. A suo fratello Stefano pajono da attribuire le tarsie ne’ Benedettini di Perugia, su disegno del Sanzio o di Rafaellin del Colle o forse di lui stesso. Altri compaesani lo imitarono, quali Lorenzo Zambelli nel coro della cattedrale di Genova, a Bergamo i fratelli Capodiferro da Lovere in quel di Santa Maria Maggiore, e Piero de’ Maffeis, e i Belli: così furono lodati i Legnaghi e frà Rafaello da Brescia, i Genesini da Lendinara, gl’Indovini da Sanseverino, in Milano Cristoforo Santagostino, Giuseppe Guzzi, Giambattista e Santo Gorbetti. Padova, Verona, Treviso, Venezia ebbero stupende tarsie da tre frati Olivetani, il più celebre de’ quali, frà Giovanni da Montoliveto veronese, chiamato da Giulio II, al Vaticano intagliò una bellissima porta su disegno di Rafaello; oltre gli stalli di cui ora si vanta la cattedrale di Siena. Fra varj che mostrano a Napoli, il coro di San Severino e Sossio per Bartolomeo Chiarini e Benvenuto Tortelli di colà, dal 1550 al 65, è meraviglioso per varietà ed eleganza. Con quest’arte si posero ai quadri cornici bellissime; e Rafaello fece lavorare porte e soffitte in Vaticano da Giovanni Barile.

Sto per chiamare tarsie i chiaroscuri di pietre commesse, arte forse nata, certo perfezionata a Siena nel meraviglioso pavimento del duomo, da Duccio cominciato rozzamente, proseguito dai migliori, via via raffinando sin al Beccafumi. I musaici di San Marco furono una scuola continua in Venezia; ma di migliori se ne compirono a Roma.

Nell’arte delle finestre colorate ci vinceano Francesi e Fiamminghi. Bramante chiamò maestro Claudio e frà Guglielmo di Marcillac per ornare il palazzo Vaticano e Santa Maria al Popolo: l’ultimo arricchì d’altre opere Arezzo, Firenze, Perugia, e fu maestro del colorire al Vasari, che nel ripagò con un’affettuosa biografia. Artisti nostri in tal genere troviamo Fabiano di Stagio Sassoli e Battista Porro aretini, Pastorino Micheli da Siena, Maso Porro da Cortona, Visconti e Andrea Postanti all’Incoronata di Lodi, un Alessandro fiorentino che fece quelli di Santa Maria Novella a Firenze: ma non son certo de’ Vivarini quelli in San Giovanni e Paolo a Venezia. Molti Gesuati applicaronsi a questo artifizio.

Neppure negli smalti non raggiungemmo i forestieri; ma mentre questi asseriscono che di translucidi se ne fecero soltanto nel cinquecento, noi possiam mostrarne sin dal 1350 a Orvieto ed a Venezia.

L’arte delle majoliche, come accennammo (p. 15), fiorì a Urbino, Pesaro, Gubbio e Casteldurante. In Pesaro l’artifizio era antico, giovato dalla fina terra del Foglia (Isauro), ma risorse sotto gli Sforzeschi, tanto che questi regalarono vasi, nel 1478, a Sisto IV. Hanno la particolarità d’un lustro meraviglioso di vernice, quasi di perla, che cangia di riflessi a ogni voltarsi. Dal 1500 al 1540 gli artisti lavoravano su cartoni di Rafaello, comprati da Guidubaldo, che ne fece disegnare anche da altri artisti, massime da Rafaele del Colle e Battista Franco veneto. Giacomo Lanfranco trovò di mettervi l’oro vero, e ne fece di forma antica con rilievi, ond’esso e la famiglia ebbero il privilegio di tali manifatture. Francesco Maria donò alla spezieria della Madonna di Loreto 300 vasi, la più parte disegnati dal Franco, e che passano pei più belli: altri mandavansi a varie Corti, storiati con fatti d’allora, o del Testamento, o della mitologia, e talora con versi, ovvero con frutti, con amori, con allusioni, con oscenità; o sbizzarrivasi in calamaj, gruppi, vasi magici, rinfrescatoj: faceansi anche pavimenti a disegni.

Delle fabbriche d’Urbino la prima menzione cade nel 1477, poi nel 1501. Giorgio Andreoli forma la gloria di Gubbio, eccellente non solo ne’ modelli, ma nella pittura e scultura, e introdusse il buono stile, mentre quivi insegnava il segreto de’ colori rosso, verde, aureo e argenteo, che aveva imparato in Lombardia. Morì dopo il 1552.

Di Casteldurante le produzioni erano grossolane finchè da Luca della Robbia non s’imparò la maravigliosa vernice. Si valsero di disegni di Rafaello, e dal 1535 all’80 ebbero i principali artisti, molti de’ quali andarono in colonia in altri paesi, ad Anversa, alle Jonie, in Venezia. I fratelli Orazio e Camillo Fontana raggiunsero l’eccellenza, e dietro loro il Piccolpassi, Luzio Dolce, Giustino Episcopi, Tommaso Amantini, Taddeo Zuccari, che disegnò una credenza da donare a Filippo di Spagna. Quivi le fabbriche durarono anche dopo che ne’ paesi anzidetti erano cadute dopo il 1560, perchè mancò l’incoraggiamento, e perchè s’introdussero le porcellane della Cina, superiori al certo per finezza e colore, ma spoglie d’ogni merito artistico[81].

Altre majoliche lodatissime fabbricavansi ad Atri negli Abruzzi e principalmente dai Grue.