Con Caterina de’ Medici andarono in Francia Girolamo e Camillo Marini, il Campi, il Befani, ingegneri militari, e il cavalier Relogio che fortificò sapientemente la città di Brouage. Antonio Melloni da Cremona, dopo difesa Vienna e ajutato a prendere molte fortezze sul Reno, ove allestì un campo trincerato per quarantaquattromila Francesi, ne fabbricò altre in Picardia, prima che Calais fosse presa dal nostro Strozzi; poi ottomila Italiani con esso guidati dal principe di Melfi, combatteano altrettanti Italiani che, al soldo d’Inghilterra, in Boulogne si munivano per opera dell’ingegnere Girolamo Pennacchi da Treviso, che vi perdè la vita nel 1544.

Bourg-en-Bresse fu munito dal Busca milanese. Alessandro del Borro aretino, allievo del Piccolòmini, utilissimo all’Impero, massime per avere fortificato Vienna, già prima munita da altri Italiani, quali il Floriani di Macerata, Pietro dal Bianco, lo Scala, Giovan Peroni, intervenne alle principali battaglie di quel tempo; a servigio di Venezia, sottomise Egina, occupò Tenedo e Lenno, e morì dalle ferite tocche nel difendersi con una sola nave contro tre barbaresche[74].

Ostilio Ricci toscano fortificava le isole di If e Pommiers: Agostino Ramelli milanese serviva al re di Polonia, e morì sotto la Roccella, da lui munita: il Pasini ferrarese fortificò Sedan: nel Portogallo lavorò Vincenzo Casali, autore della darsena di Napoli: e a Saragozza Tiburzio Spannocchi faceva un ponte levatojo che bastava un soldato ad alzarlo, e non se ne vedeano le catene. Francesco Giuramella munì Custrino; il Bosio genovese fondeva artiglierie pei Russi; il Solaro costruiva due castelli a Mosca; Simone Genga nel 1581 muniva le sponde della Duina.

Più segnalato nella pratica e nelle teoriche fu Francesco Marchi bolognese, ingegnere di Alessandro de’ Medici, poi di Pierluigi Farnese e di Paolo III, indi passato in Fiandra colla costui vedova Margherita, dove attese trentadue anni a munimenti militari, e introdusse le carrozze all’italiana. D’un suo lavoro esteso su molte scienze e molte macchine, restato imperfetto e inedito, porse ampia informazione il Fantuzzi negli Scrittori bolognesi. Inventò molte guise di bastioni, cavalieri, rivellini, aloni, tanaglie semplici e doppie, grande varietà di linee magistrali, fossi, strade coperte. Cercò innanzi tutto di elevare il carattere e la morale dell’uomo. Gli si accerta il merito dei tre metodi attribuiti a Vauban, al quale forse solo spetta la gloria delle applicazioni sistematiche, e dell’alleare l’arte delle fortificazioni colla strategia.

Nè a sostenere la priorità degli Italiani è inutile il riflettere che i nomi delle fortificazioni nuove sono la più parte d’origine nostrale anche nel parlar francese, e a tacere piattaforma, mina, rivellino, ingegnere, possiamo addurre bastione, cittadella, baluardo, orecchione, merlone, parapetto, gabbioni, casematte, caserme, banchetta, cannetta, lunetta, contrascarpa, palizzata, spianata, bomba, artiglieria...

Altri s’occuparono dell’architettura nautica, come Camillo Agrippa milanese[75] e Mario Savorgnano conte di Belgrado[76]. Nell’idraulica molti ebbero ad esercitarsi e a scrivere, fra cui il longevo Luigi Cornaro tratta delle lagune venete come difesa[77].

Come in queste grandi opere, così in minori s’addestravano i nostri. La scrittura e la pittura, uscendo insieme dal santuario, continuarono lungo tempo affratellate; e la miniatura de’ libri dove procedeano di conserva, mantenne a lungo i tipi, che gli artisti abbandonavano. Che se la stampa e l’incisione le aveano tolto importanza, ne abbiamo ancora stupendi esempj in libri devoti e in corali, anzi può dirsi che i migliori fossero degli ultimi tempi. A Venezia il codice di Marciano Capella, alluminato dal fiorentino Atavanti sul finire del Quattrocento, con tale ricchezza d’oro, di minio al modo antico, di oltremare al modo nuovo, e tanta varietà di figure e di fregi, dedotti dalla natura materiale, dalla fantastica e dalla simbolica, impone l’ammirazione anche ai più ritrosi. Meravigliosi corali dalla Certosa di Pavia passarono in Brera a Milano: di bellissimi Antonio Cicognara ne miniò pel duomo di Cremona, e nel 1484 un mazzo di tarocchi pel cardinale Ascanio Sforza. E come che questa minuta maniera fosse considerata di povero gusto, fatta per denari, ristretta a copiare materialmente il vero, molti cultori trovò, fra’ quali primeggiarono Girolamo de’ Libri, Liberale da Verona, don Giulio Clovio croato, e Felice Ramelli suo scolaro, frà Eustachio, frà Filippo Lapaccini ed altri Domenicani. Il breviario della Marciana, che fu del Grimani, opera dell’Hemmeling, disputa il primato colle miniature di Stefano Fouquet di Tours, oggi possedute dai Brentano di Francoforte.

Benvenuto Cellini, orefice e fonditore di cui altrove discorreremo, unicamente a Michelangelo soffriva d’essere considerato inferiore; nel suo Perseo risente dell’esagerazione dominante, ma è considerato inarrivabile nel niello e nelle orificerie. Usavano allora ai berretti medaglie d’oro, e Caradosso Foppa milanese le facea pagare non meno di cento scudi l’una. Il Cellini, che lo reputava «il maggior maestro che di tali cose avesse visto, e di lui più che di nessun altro aveva invidia», ne fece di molte, e vezzi per gli arredi papali e per le belle della Corte francese. La preziosità della materia fece perdere molte delle opere sue; le rimaste non è prezzo che le adegui. E forse tutti i grandi artisti si esercitarono anche in piccoli getti e giojelli.

Le gemme non pareano lusso bastante se non fossero lavorate; e Giovanni delle Corniole s’immortalò sotto il Magnifico Lorenzo, e fece uno stupendo ritratto di frà Savonarola; Domenico de’ Cammei milanese ritrasse Lodovico Moro in un rubino; Giovan Antonio milanese nel più gran cammeo moderno ritrasse fin alle ginocchia Cosimo duca, Eleonora sua e sette figli; il Raggio intagliò sopra una conchiglia l’inferno di Dante, colle bolgie e i diversi supplizj. Una meraviglia sembrarono i cristalli dei cinque fratelli Saracchi; uno dei quali pel duca di Baviera fece una galea legata in oro e gioje, con schiavi negri, artiglieria che sparava, vele e tutto; un vaso gli fu pagato seimila scudi d’oro, oltre duemila lire di regalo. Jacopo da Trezzo scolpì in diamante lo stemma di Carlo V, e per l’Escuriale di Madrid un tabernacolo con otto colonne di diaspro e sanguigno e dovizia di statue d’oro, di gemme.

Valerio vicentino (-1546) in gemme fece composizioni difficili, «con una pratica così terribile, che non fu mai nessun del suo mestiere che facesse più opere di lui» (Vasari). Una sua cassettina, con nove compartimenti nel coperchio e nove nell’urna, storiati della vita di Cristo, gli fu pagata duemila scudi da Clemente VII, che la regalò a Francesco I in occasione delle nozze con Caterina de’ Medici. Una d’argento con fregi e statue michelangiolesche e molti soggetti in cristallo di rôcca, che come del Cellini mostrasi nel museo di Napoli, è fatica di Giovan Bernardi di Castelbolognese. Matteo del Nazaro veronese in un diaspro sanguigno fece una Deposizione dalla croce, ove le macchie rosse figuravano il sangue; comprato a gran valuta da Isabella d’Este marchesa di Mantova. Francesco I lo chiamò in Francia, pensionato come artista non meno che come sonatore, poi gli diede a lavorare alla zecca. Una serie d’intagliatori nostri continuò a quella Corte, e di loro certamente sono i braccialetti in conchiglie di Diana di Poitiers, che or s’ammirano al gabinetto imperiale di Parigi. Girolamo del Prato cremonese, detto il Cellini lombardo, fece nielli, medaglie, oreficerie, e un giojello che Milano donò a Carlo V. In commessi di pietre dure lavorarono altri milanesi a Firenze e in Francia: e sin dai Fiorentini erano allogate opere ad orefici milanesi[78].