Genova, sentendosi ricca, volle anche esser bella, e i suoi signori quasi d’accordo presero ad ornarla, e non potendo estenderla in quartieri nuovi, rifecero i vecchi, nel che si esercitarono Andrea Vannone comasco, Bartolomeo Bianco, Rocco Pennone lombardo, Angelo Falcone, il Pellegrini, altro di bel nome. Anima di tutti fu Galeazzo Alessi perugino, che in patria avea compiuta la fortificazione cominciata dal Sangallo, e molti palazzi, e in Genova aperse la strada Nuova, fronteggiata dei superbi palazzi Grimaldi, Brignole, Lercari, Carega, Giustiniani, pei quali la natura chiedea distribuzione diversa, e offriva marmi e colonne. Quello de’ Sauli va fra’ meglio intesi d’Italia, tutte colonne d’un sol pezzo di marmo. Tacendo alcune ville ne’ contorni, eseguì la Madonna di Carignano, una delle più finite e solide chiese; prolungò il molo, abbellì il porto e i granaj; nell’arditissimo edifizio de’ Banchi, con pochissimi materiali coperse la lunghezza di trentacinque metri e la larghezza di ventidue. Anche altrove lavorò, e a Milano il palazzo di Tommaso Marino, sfoggio degli ordini e delle decorazioni più appariscenti, e la troppo carica facciata di San Celso.

Michele Sanmicheli (1481-1559) apprese l’arte dal padre e dallo zio, e dai resti dell’antichità, prima in Verona sua patria, poi in Roma, ove presto salì in rinomanza. Nella cattedrale d’Orvieto, lavorata dai migliori architetti precedenti, s’uniformò al loro stile; a quella di Montefiascone, trovandosi più libero, fece una cupola ad otto spicchi, la cui circonferenza costituisce il tempio. D’altre opere abbellì la sua patria e Venezia, e non imprendea lavoro senza avere fatto cantare messa.

Il suo nome è specialmente affisso all’architettura militare, la quale avea dovuto riformarsi col cambiar delle armi. Già se n’erano occupati il Brunelleschi, che lavorò di fortificazioni per Filippo Maria Visconti, e a Pisa, a Pesaro, a Mantova; Mariano Jacopo Taccola e Giorgio Martini senesi, Leon Battista Alberti, Lampo Biraghi milanese, che fu de’ primi a parlar d’artiglierie, proponendole per liberare Terrasanta. Il trattato, che Roberto Valturio stese ad istanza di Sigismondo Malatesta, portò in queste costruzioni il lume, che nelle civili quel dell’Alberti; e può vedervisi il passaggio fra le armi da tiro antiche e le nuove. Ne scrissero pure per incidenza Pietro Cattaneo da Siena, Daniele Barbaro, il Filarete, Antonio Cornazzano, Francesco Patrizio, Vannoccio Biringucci, e per tacere d’altri, Leonardo da Vinci.

Il Sanmicheli, quando ebbe da Clemente VIII l’incarico delle fortificazioni dello Stato papale, e principalmente di quelle di Parma e Piacenza con Antonio Sangallo seniore, s’innamorò di tal genere, e ne conformò il sistema al mutato modo di guerra. Sin allora una robusta mura, largo fossato, torri quadre o rotonde che proteggessero la frapposta cortina, distanti due trar d’arco, bastavano per proteggere una città. Introdotte le armi da fuoco, colle rotonde si richiesero torri angolose, che precedettero i baluardi propriamente detti[71], e che, al comparire di questi, bisognò demolire, perchè, sporgendo dalla cortina, impacciavano la difesa. Il Sanmicheli fece i bastioni a triangolo saliente più o meno ottuso, appoggiato sui due fianchi che proteggono le cortine, con camere basse ai fianchi, che raddoppiano il fuoco, e schermiscono la cortina e la fossa. Mentre nel modo antico la fronte restava scoperta, qui tutte le parti venivano tenute in riguardo dai fianchi de’ bastioni.

Alle difese piombanti sostituivansi così le fiancanti, alle mura perpendicolari quelle a scarpa; l’artiglieria, dando ad angolo obliquo nei muri, facea minor colpo che percotendo a retto; e se anche smuri la camicia esteriore, il terreno si regge per se medesimo. A questo modo il Sanmicheli fabbricò a Verona il bastione della Maddalena ed altri, demoliti ai dì nostri per condizione della pace di Lunéville; e quelli di Legnago, Orzinovi, Castello; poi a Sebenico, Cipro, Candia, Napoli di Romanìa, buone barriere contro gli Ottomani. Della fortezza di Lido a Venezia, sopra terreno molliccio e flagellato dalla marina, si fece la prova collo sparare da quelle mura tutta l’artiglieria grossa a un tratto.

Dalla forza il Sanmicheli non dissociava la bellezza, ornando le entrate cogli accorgimenti che il Vauban suggeriva dappoi: e le porte Nuova, del Pallio, di San Zenone a Verona mostrano quanto giovi l’accordo di molteplici cognizioni.

Galeazzo Alghisi da Carpi inventò di applicare la cortina a tanaglia a qualsiasi poligono, e volle sperimentare la bontà delle cortine addietro, riflesse in angolo quanto più acuto tanto migliore; ma la prova stette contro di lui. Nicolò Tartaglia prevenne i tiri di rimbalzo, che si credono inventati un secolo e mezzo più tardi; primo disputò intorno ai gradi d’inclinazione dei pezzi, all’effetto de’ projetti, alle distanze dei tiri ragguagliate all’inclinazione ed alla carica; e molti miglioramenti propose circa la forma de’ baluardi e cavalieri. Giambattista Bellucci da San Marino, che servì al Marignano nell’oppugnazione di Siena, a Francesco I e ad altri, perfezionò le fortificazioni. In tempo che tanta fiducia si riponeva in queste, Giambattista Zanchi dimostrò che contro l’offensiva non danno altro vantaggio se non del tempo che gli assediati ebbero per provvedersi: e null’altro che traduzione dell’opera sua è quella del La Treille[72], che i Francesi adducono come la prima di tale materia in lor favella.

Jacopo Lentieri bresciano scrisse dialoghi su questo proposito e sul levare le piante delle fortezze; e primo vestì di matematiche la scienza delle fortificazioni. Carlo Theti insegnò varj contrafforti, recinti doppj, controguardie continue, bastioni distaccati. Pierantonio Fusti da Urbino, detto il Castrioto, osteggiò Siena, munì San Quintino, Calais e tutta quella frontiera con un campo trincerato, fece tre forti in Navarra, e morì ingegnere generale di Francia il 1563. Egli avea stampato Della fortificazione delle città (Venezia 1564), insieme con Girolamo Maggi che difese Famagosta, dove preso dai Turchi, dopo dura cattività fu strozzato. Gabriele Tadini di Martinengo restaurò le fortificazioni di Bergamo; operò per Venezia nella guerra contro la Lega, onde meritò d’esser fatto soprantendente alle fortificazioni di Candia; fu de’ più attivi difensori di Rodi, indi granmaestro dell’artiglieria di Carlo V; infine provvide a fortificare le isole dell’arcipelago contro i Turchi.

Vuolsi saper grado a questi ingegneri d’aver opposto un riparo ai nuovi Barbari che minacciavano la civiltà europea, e contro cui i re litigiosi lasciavano Venezia a combatter sola.

Aristotele Fioravanti, che in Bologna trasportò la torre della città, lavorò molte fortezze per la Moscovia. Rodolfo, dopo fatti i baluardi di Camerino, sua patria, in Transilvania e in Polonia servì al re Stefano Batori, e v’insegnò l’uso delle palle roventi. Nelle Fiandre il Paciotto alzò la cittadella di Anversa, e diede disegni per quelle d’America: altre ne fortificò nelle Fiandre Ascanio della Cornia. Girolamo Bellarmati, fuoruscito senese e autore di una Corographia Thusciæ, fu ingegnere maggiore di Francesco I, costruì il porto dell’Havre de Grace allo sbocco della Senna, e bastionò Parigi; e volendo il re mandarlo coll’ammiraglio conte dell’Anguillara ad assalir Barcellona, ricusò, perchè con quello era stato costretto due volte a fuggire[73].