Mutò l’andazzo il Sansovino (Giacomo Tatti di Firenze 1479-1570). Già era chinato allo stile michelangiolesco quando dalla saccheggiata Roma ricoverò a Venezia, e nominatovi protomastro, sgombrò la piazzetta e vi pose l’ammirata loggetta, riparò le cupole di San Marco, fece la chiesa di San Geminiano, e più semplice, l’interno di San Francesco della Vigna, la scala d’oro, i bellissimi palazzi Cornaro presso San Maurizio, e Dolfin a San Salvadore; e nella facciata della Libreria, uno de’ migliori edifizj moderni, pretese sciogliere il problema difficilissimo, e nato da mala interpretazione del testo vitruviano, del far cadere la metà d’una metopa nell’angolo del fregio dorico. L’aveva appena finita, quando ne crollò la vôlta; ond’egli fu messo prigione, poi rilasciato, la eseguì di legno e cannuccie. Nelle scolture diede al gonfio; e i due suoi giganti che impiccioliscono la scala da essi denominata, sebbene non pecchino degli atteggiamenti teatralmente triviali, che allora usavano il Baldinelli e simili, mancano di significazione e di opportunità, e cedono a gran pezza alla dignitosa statua di Tommaso da Ravenna sulla porta di San Giuliano, alla Madonnina, e agli altri bronzi nelle nicchie della loggetta, e a quelli della squisita porta, da lui soltanto disegnata, della sacristia di San Marco[67].
Andrea Palladio vicentino (1518-80), deliberato a non dare mai passo fuor dei canoni di Vitruvio, divenne modello del buon gusto per coloro che nol riscontrano fuori del greco e romano. A Roma postosi a misurare e disegnare le fabbriche antiche, sui loro restauri stampò un’opera, e un trattato d’architettura che fu voltato in tutte le lingue[68]. Avvertiva ch’è «comoda quella casa, la quale sia conveniente alla qualità di chi l’ha ad abitare»; e perciò «a gentiluomini e magistrati si richiedono case con loggie e sale spaziose e ornate, acciocchè in tai luoghi si possano trattenere con piacere quelli che aspetteranno il padrone per salutarlo e pregarlo di qualche ajuto e favore... Le sale servono a feste, a conviti, ad apparati per recitar commedie, nozze e simili sollazzi; e però devono esser molto maggiori degli altri, ed aver forma capacissima... Le stanze devono essere compartite dall’una e dall’altra parte dell’entrata e della sala... Ma si badi che le case siano comode all’uso della famiglia, senza la qual comodità sarebbero degne di grandissimo biasimo»; e qui segue a divisare le opportunità delle stanze grandi, mediocri e piccole, delle estive e invernali.
La gotica basilica di Vicenza, cominciata il 1444, e che già rovinava, egli rinfiancó di portici a stile nuovo, con prodigalità di colonne. Ammirando quell’opera, i signori vicentini gli diedero commissione di palazzi, che restarono poi incompiuti; fece la rotonda del Capra, e per l’Accademia Olimpica un teatro disposto all’antica per rappresentazioni di soggetto classico; e nell’entrata del vescovo Priuli coprì di disegni architettonici tutto il corso di Vicenza dal ponte degli Angeli fino alla cattedrale. Chiesto a gara per fregiare Venezia e le rive del Brenta, tutte le combinazioni di ordini e di materiali sperimentò ne’ palazzi, dove più che la magnificenza appare l’eguaglianza di molte fortune, e la gara di non parere inferiori al vicino. Belli sono gli atrj suoi, perchè tali li trovava ne’ Romani, ma appiccia quelli de’ tempj alle ville; negli appartamenti riesce discomodo, meno delle convenienze brigandosi che del gusto classico, dell’esecuzione corretta, delle forme scelte. Succeduto in Venezia al Sansovino, nel chiostro della Carità effettuò il piano dato da Vitruvio per le case romane; ma il fuoco lo distrusse, come il suo teatro. Nella chiesa e refettorio di San Giorgio Maggiore, anzichè il tempio gentilesco imitò le basiliche. Suo capolavoro è il Redentore, voto del senato per la peste del 1576: ma i pochi elementi offertigli dagli antichi lo costrinsero a riprodurre tre volte quella medesima facciata in Venezia, senza riguardo alla distribuzione interna, nè alla differenza tra due chiese di poveri Cappuccini ed una di lauti Benedettini. Concependo poi separate l’architettura e la scultura, lasciava le opere sue deturpare dagli stucchi e dalle statue farraginose del Vittoria e del Ridolfi.
A Brescia lavorò pel duomo e pel pretorio; a Torino pel parco reale; avea dato disegni per la cattedrale di Bergamo, e per altri edifizj non eseguiti; in somma non faceasi opera d’importanza, ch’egli non ne fosse sentito. Amò murare di mattoni, vedendoli durare più che la pietra. Edificando riccamente senza soverchia spesa, adoprando ogni sorta materiali a decorare, meritò essere studiato come classico, non dai contemporanei, che anzi allora ruppero al peggio, ma dai moderni, e quando principal bellezza si considerò ancora la regola.
Il ponte di Rialto, studio di frà Giocondo, del Sansovino, del Palladio, fu dato a fare a Giovanni da Ponte, che offrì il disegno men costoso, e insieme così ardito che si dubitò della solidità, ora attestata da due secoli e mezzo. Fosse altrettanta la bellezza[69].
Vincenzo Scamozzi da Vicenza (1552-1616), recato all’arte dagli esempj del Palladio suo concittadino, e conoscendo i libri e i lavori degli antichi, si mostrò valente costruttore e ingegnoso a Venezia, vero campo dell’architettura civile; ma trovando già i primi seggi occupati, pensò sbizzarrire in novità o palliare l’imitazione, protestandosi indipendente da maestri, nè parlandone che per vilipendio. Il suo mausoleo del doge Nicola da Ponte nella Carità, più architettonico che altro, gli ottenne di lavorar la fronte della libreria di San Marco e le Procuratie nuove. Nella prima superò con lode l’ineguaglianza dello spazio; nelle altre adottò il disegno del Sansovino, peggiorandolo col sovrapporgli un altro piano, e adoprandovi i tre ordini, nel qual modo fu terminato da Baldassarre Longhena. Nessun lavoro volea ricusare per quanti gliene fioccassero, ma di molti non ci restano che i disegni. A Bergamo fece il bel palazzo del Comune: però al suo disegno per ricostruire quella cattedrale, fabbrica di Antonio Filarete, fu preferito quello del Fontana; a quello per la cattedrale di Salisburgo uno di Santino Solari comasco.
Nell’Idea dell’architettura universale lo Scamozzi intendeva a precetti unire esempj, raccolti da tutta Europa. Per averne i disegni teneasi bene coi nobilomini veneti che andavano ambasciadori, coi quali potè far lontani e ripetuti viaggi senza spesa, e tutto scrivendo, tutto delineando. Ma sarebbesi richiesto troppo più di cognizioni e di viaggi; ed egli riuscì confuso, prolisso, ingombro di digressioni, oltre la noja di vederlo sempre posporre alle sue le opere altrui, per quanto insigni. — Le fatiche le abbiam fatte molto volentieri, e per studio nostro particolare e per benefizio degli edificatori, e anche per lasciar qualche esempio del bel modo di edificare alla posterità; chè veramente nulla aveano lasciato ad esempio Palladio, Buonarroti, Vignola, Sanmicheli, Sansovino, ecc.»; così nell’Idea: e perfino nel testamento scriveva: — Ho procurato di restituire alla sua antica maestà questa nobilissima disciplina...; con molta fatica e spesa ho ridotto a perfezione i miei libri...; ho adornato Venezia d’infinite fabbriche, le quali in bellezza e magnificenza non cedono a qualsivoglia delle antiche... Non dubito che li miei scritti di tante fabbriche fatte da me non sieno per conservare la memoria del mio nome a pari dell’eternità».
La loggia di Brescia basta a lode del Formentone vicentino, come il palazzo ducale di Modena a lode del romano Bartolomeo Avanzini.
A Milano già eransi fatti il canale della Muzza e il Grande, i maggiori del mondo, eppure guidati senz’altra arte che quella d’un agrimensore di genio. Ora Giuseppe Meda ideò i navigli di Paderno e di Pavia con nuovi congegni, e architettò il maestoso cortile del seminario grande. Per quello così teatrale del collegio Elvetico e per la biblioteca Ambrosiana s’immortalò Fabio Mangone; Martino Bassi architettò la porta Romana e San Lorenzo; Vincenzo Seregni molte fabbriche attorno alla piazza de’ Mercanti e alcuni chiostri; Francesco Richini molte chiese e varj palazzi, tra cui quello di Brera, notevoli per grandiosità, apparenza scenica e bei cortili: eppure son nomi ignoti agli storici.
Pellegrino Pellegrini di Tibaldo (1527-92), milanese nato a Bologna, rammaricato di mal riuscire nella pittura, volea lasciarsi morire, poi meglio si consigliò a voltarsi all’architettura. Tra molti suoi lavori grandiosi e scorretti sono i santuarj di Ro e di Caravaggio, l’arcivescovado di Milano, la casa professa dei Gesuiti a Genova. Dichiarato ingegnere dello Stato di Milano e direttore della fabbrica del duomo, ne disegnò il pavimento e la facciata, dove Martino Bassi s’oppose a molte sue bizzarrie, appoggiato dal voto di buoni maestri[70]. Da Filippo II chiamato ad architettare l’Escuriale, ne fu rimunerato con gran somma e col feudo di Valsolda.