A malgrado di questo irrazionale naturalismo, il palazzo ducale, che è la vera galleria veneta con tanta profusione di dipinti, di stucchi, d’oro, d’intagli, respira dappertutto devozione e patriotismo. I ventidue quadri della sala del maggior consiglio, ove il Pisanello, il Guariento ed altri aveano dipinto il convegno di Alessandro III col Barbarossa, essendosi guasti precocemente, nel 1474 si decretò fossero rinnovati da Giovanni e Gentile Bellini, Alvise Vivarini, Cristoforo da Parma ed altri, fin a Giorgione, Tiziano e Tintoretto; ma l’incendio del 1577 li mandò in rovina. Quelli che si vedono ora, esaminati distintamente, accusano la ricerca dell’effetto, eppure formano un grandioso complesso.

Francesco da Ponte, piantatosi a Bassano, vi cominciò una scuola rinomata. Giacomo suo figlio (1510-92) imitò Tiziano e il Parmigianino, ma con semplicità naturale; preferì soggetti di modica forza, lumi di candela, lustri di rame, capanne, paesaggi; tutto quello che poi si caratterizzò per fiammingo, e dove il soggetto si smarrisce negli accessorj. Lavorò moltissimo, e meglio di tutto il Presepio a Bassano. Vivere in pace, non intrigare, non accattare o invidiar lodi, fu il suo piacere. Francesco suo figlio, al contrario, si piaceva di soggetti tragici, e n’ebbe alterata la mente a segno che credevasi sempre assalito, e una volta balzò dalla finestra. Altri di quel cognome empirono le botteghe di loro quadri, ai quali mancava anche la spontaneità, essendo manuale riproduzione di anteriori. Giacomo Palma emulò Giorgione nella vivacità del colore e nello sfumare: fu detto il Vecchio per distinguerlo dall’omonimo suo nipote, che mal pretese gareggiare con Paolo Veronese e col Tintoretto finchè vissero; morti, diè al pessimo. Non è inferiore al Vecchio il Verla, benchè poco dipingesse, e fu dimenticato da tutti gli storici dell’arte.

In Cremona, che già sul fine del quattrocento mostrava abilissimi artisti, poi il pittore Bonifazio Bembo, e l’architetto Bartolomeo Gazzo, acquistarono grido Altobello Melone e Boccaccio Boccaccino, «il miglior moderno fra gli antichi e il miglior antico fra i moderni» di quella scuola, e che, quanto grandioso nel Cristo dell’abside in duomo, tanto grazioso si mostrò in minori soggetti. Il fare veneziano vi dominò da che la città venne a San Marco; e Camillo suo figlio, «acuto nel disegno, grandioso coloritore», come dice il Lomazzo che lo appaja ai sommi, a quella guisa carpì l’ammirazione. Dicevasi che ogni merito ne fosse dovuto alla verità degli occhi; ond’esso fece il Lazzaro resuscitato e l’Adultera senza pur un occhio: bizzarria imitata da un nostro contemporaneo nel supplizio di Giovanna Grey. Galeazzo Campi, e Giulio Antonio e Vincenzo suoi figli, e Bernardino parente ebbero colorito morbido, disegno corretto e grandioso; ma nobiltà ed eleganza perdeano man mano che acquistavano le qualità per cui gli esalta il Vasari. Di quattro sorelle Anguissola pittrici, la Sofonisba, dal duca d’Alba condotta in Ispagna, ottenne favore presso la regina, e adulazioni da esso Vasari[62].

Il Moretto (Alessandro Buonvicino), venuto quando le sventure disponevano Brescia alla pietà, mentre usava un sugo tizianesco, propendette alla scuola milanese per le ispirazioni, e alla soavità di Rafaello, che conobbe sol dalle stampe; e in patria lasciò dipinti, che i maestri ammirano per scelto e variato panneggiamento, magnifici accessorj e tinte di grand’effetto; noi per graziosa espressione di volti, per elevatezza e soavità devota. Gli vanno di brigata i suoi compatrioti Girolamo Romanino e Giambattista Morone sommo ritrattista, a cui la condotta studiata non toglie l’ingenuità.

Per decorare palazzi, molti Veneti si diedero alla quadratura, con buon intendimento di prospettiva; altri al paesaggio e agli ornati, del che avevano esempio domestico in Giovanni da Udine, inarrivabile ne’ chiaroscuri, negli arabeschi, ne’ vasi, ne’ paesaggi.

L’architettura si corruppe men presto che la pittura; ma la venerazione pei classici ridestati e per Vitruvio fece considerar barbarie i lavori del medioevo, e scorrezione ogni novità; alla convenzionale purezza sacrificare l’esperienza di molti secoli, gli ardimenti ignoti agli antichi, e le forme generate da idee e da abitudini nuove. Smarrite allora le esoteriche tradizioni, tolti i reciproci sussidj, ripresi l’ordine e la regolarità classica, lo stile nuovo rimase disgiunto dai nuovi bisogni; copie senza relazione coll’originale, imitazioni senza vita, dove non si rinnovava già l’antico, ma se ne adottavano superficialmente le apparenze, mal conciliabili col vivere moderno.

Antonio Sangallo, di famiglia d’architetti, pel fiorentino cardinale Farnese disegnò in Roma il gran palazzo, che passa pel più perfetto che si conosca, massime il cortile, terminato poi da Michelangelo e dal Vignola. Varie parti del Vaticano eseguì, e principalmente belle scale; le cittadelle di Civitavecchia, Ancona, Firenze, Montefiascone, Nepi, Perugia, Ascoli: in quella d’Orvieto riparò al difetto d’acqua con un pozzo, per la cui doppia scala anche bestie da soma scendono e risalgono senza incontrarsi. Diresse a Roma le feste per Carlo V che tornava da Tunisi; e guardano come un modello la sua porta a Santo Spirito non finita.

Pirro Ligorio napoletano, ingegnere civile e militare, che fece l’originale casino del papa in Vaticano, e riparò Ferrara dal Po, pubblicava il primo libro sui costumi dei popoli; ci conservò disegnati i monumenti romani, ove spesso nelle iscrizioni erra, spesso nelle misure geometriche; pure giova tanto più perchè molti di que’ fabbricati più non sussistono. Anche Sebastiano Serlio bolognese levò disegni e misure degli edifizj di Roma, su’ quali formò lo stile corrompitore dell’estetica tradizionale, e lo applicò in Francia a fabbriche e ad un buon trattato d’architettura.

Giacomo Barozzio da Vignola (1507-73) molte regole di prospettiva scoprì, e trovò ingegnose soluzioni. Nella Regola dei cinque ordini ridusse l’architettura a misure fisse e principio costante; nè pago agli esempj, indagò le ragioni, e proclamò che degli edifizj antichi più lodati il merito consiste nell’offrire una intelligibile corrispondenza di membri, convenienze semplici e chiare, e un complesso ove le minime parti vengono comprese e ordinate armonicamente nelle più grandi; lo che costituisce il fondamento delle proporzioni. La guerra non lasciò eseguire veruno dei progetti ch’e’ fece in Francia, nè quello pel San Petronio di Bologna; ma gli sono vanto immortale il palazzo ducale di Piacenza, varie chiese e nominatamente quella degli Angeli d’Assisi, eseguita poi dall’Alessi e da Giulio Santi. La chiesa del Gesù e la Casa professa in Roma avea disegnate con eleganza di profili e regolare distribuzione, guastata poi da Giacomo della Porta. Giulio III gli affidò l’acquedotto di Trevi, e la villa, sulla via Flaminia, a lui più cara che non gli affari, col vicino tempietto rotondo. Al palazzo di Caprarola pel cardinale Alessandro Farnese, in pittoresca situazione, diede aria di castello con pianta pentagona e bastioni al piede, mentre opportunissimi ne sono l’interna distribuzione e i disimpegni. Annibal Caro vi dirigeva le pitture, eseguite dagli Zuccari e da altri con prospettive del Vignola stesso. Allora Filippo II ergeva l’Escuriale, e da ventidue disegni di artisti italiani il Vignola ne compilò un nuovo; ma non volle andare ad eseguirlo, preferendo lavorare a San Pietro, ove continuò le idee di Michelangelo, alzando le due cupole laterali.

In Venezia con maggiore indipendenza s’architettava, desumendo molti concetti anche dal Levante, abbellendo il gotico[63], e variando in guise originali, quanto può vedere chi scorra il Canalgrande. Precoci frutti di buona scoltura e distinta dalla toscana sono le statue che nel 1393 Jacopo e Pier Paolo delle Masegne posero sopra l’architrave dell’abside di San Marco; e i capitelli del palazzo dogale, lavoro forse del malarrivato Filippo Calendario[64]. Da poi vi vennero molti Lombardi, fra’ quali Guglielmo bergamasco nella cappella Emiliana a Murano merita posto fra gl’insigni. Alessandro Leopardi fece nel deposito di Andrea Vendramin in San Giovanni e Paolo i migliori bassorilievi d’arte veneziana, il monumento Coleone e i pili di bronzo in piazza San Marco. D’Antonio Rizzo da Bregno sono il monumento Tron ai Frari, di ricchezza non esuberante, l’Adamo ed Eva or posti rimpetto alla scala de’ Giganti da lui architettata, come anche il prospetto interno del palazzo dogale, e forse l’esterno verso il rio. A lui, a Paolo, a Lorenzo pur da Bregno, cioè comaschi, sono dovuti altri monumenti, e singolarmente quelli del doge Foscari e di Dionigi Naldo da Brisighella; altri a Pietro, Antonio, Tullio Lombardo, che segnano il passaggio fra l’ingenuo scolpire di quei delle Masegne e la raffinatezza già leziosa nel ricco deposito del doge Pier Mocenigo in San Giovanni e Paolo. Pietro Lombardo[65] fece Santa Maria de’ Miracoli con decorazioni francamente graziosissime. Altri di quella piuttosto colonia e scuola che famiglia operarono di decorare e d’architettare al modo dell’alta Italia; e nominatamente la cappella Zeno, ammirata in San Marco[66], alla quale preferisco il vicino altare; e a tacer altro, il palazzo Vendramin, la ricca torre dell’orologio, e il fianco del cortile ducale verso San Marco, «esempio d’aurea ed elegante ordinanza». Di Martino Lombardo basti accennare la scuola di San Marco, di bellissimo effetto. Dello Scarpagnino sono le fabbriche vecchie a Rialto e l’incantevole facciata dell’arciconfraternita di San Rocco. Bartolomeo Buono fabbricò le Procuratie vecchie. Gianmaria Falconetto veronese (-1524), mutatosi dal pennello alle seste, e nudritosi degli antichi, di cui disegnò e descrisse pel primo i teatri e anfiteatri, servì all’imperatore Massimiliano che allora aveva conquistato Verona; poi rimessa la pace e avuto perdono, di begli edifizj empì lo Stato, in Padova pose la bellissima e ornatissima loggia dei Cornaro, le porte di San Giovanni e Savonarola, quella sotto l’oriuolo in piazza de’ Signori, e gli ornamenti di stucco alla cappella del Santo.