Nel Giudizio universale della metropolitana, Sebastiano Filippi, detto il Bastianino, seppe riuscir grande e nuovo anche dopo Michelangelo. Sigismondino Scarsella suo competitore fu superato dal figlio Ippolito, gentile nelle fisionomie e nelle velature, e di agile disegno. Il Bastarolo (Giuseppe Mazzola), dipintor lento e studiato, è conosciuto men del merito. Alfonso ed Ercole d’Este, che facevano dipingere nudità mitologiche e le imprese d’Ercole, trovavano compiacenza nell’estro pagano di Giambattista Dossi paesista e di Dosso Dossi figurista e coloritore vantato, fratelli sempre in rissa, e che pure lavorarono sempre insieme ai palazzi ducali e altrove, e non meritavano certo che l’Ariosto gli affastellasse coi sommi.
La forma, la grazia, l’armonia pareano incarnate in Leonardo, Michelangelo, Rafaello, eppure con questi trova posto originale Antonio Allegri di Correggio (1494-1534). I documenti odierni smentiscono quanto ne disse il Vasari, benchè scrivesse appena ventott’anni dopo lui morto, ma non rendono bastante conto degli atti e del genio di lui. Formato sui Lombardi, anzichè sul Mantegna, istruitosi nelle lettere e nella storia, si fa stile indipendente e grazioso, e insieme potente e ardito, benchè non paja essersi mai mosso da Parma, ove non ebbe larghezze di lodi e compensi, ma non è vero languisse nell’inedia[58]. La Madonna di Sant’Antonio fatta a diciott’anni è forse il quadro suo più bello, elegante e puro. Nell’appartamento della badessa di San Paolo scene più che mondane ritrasse colla libera facilità e la limpida grazia degli antichi, ammirate per leggerezza di capelli, labbra femminili, sorrisi innamorati. Chiesto a dipingere in San Giovanni la cupola, fece miracolo nuovo, giacchè non esisteva ancora il Giudizio della Sistina, colla quale gareggia per grandezza d’espressione e ardimento d’attitudini, principalmente negli apostoli de’ pennacchi. Ben gli sta a fianco l’Assunta della cupola del duomo, composizione fin troppo ricca, sicchè la celestiale purità è confusa dal desiderio di ostentare abilità.
Nell’espressione degli affetti il Correggio possiede una tenerezza qual neppure Rafaello conobbe, sebbene talora l’esageri quando domanderebbe tranquillità: e desta la maraviglia degli accademici collo scortare di sotto in su, e colla prospettiva della figura umana, ove contorna sempre con curve eleganti fino alla leziosaggine. Ma o dipinga momenti sereni come le sacre Famiglie e il riposo in Egitto e la Notte, o dolorosi come Cristo all’orto e davanti a Pilato, o colla mitologia non miri che alla vita esterna, sempre primeggia, sempre vi si ammira la sovrana intelligenza de’ chiaroscuri, l’armonica fusione della luce coll’ombra, le tinte impercettibilmente graduate in modo da parer sobrio quel ch’è trattato con una ricchezza, valutabile solo da chi tenta copiarla; come la facilità che sembra d’improvvisatore dileguasi a chi esamini la varietà delle pose e la ragionevolezza degli atti. Testimonio ch’egli associava l’immaginazione all’erudizione, l’eleganza alla ricchezza.
Francesco Mazzola, detto il Parmigianino (1503-40), ingegno precocemente maturo, la grazia di lui esagerò fin al lezioso. Attento alle sue tele, non s’accorse quando le bande del Borbone devastavano Roma, e lui come tanti altri ridussero alla miseria. Cominciò a dipingere alla Steccata di Parma, poi non finendo benchè avesse tocchi i denari, dovette fuggire a Casalmaggiore, dove ne vive la memoria in popolari tradizioni e in quadri grandiosi, di buon concetto e di miglior esecuzione[59]; dappertutto ottenendo onori e non ricchezze, queste cercò all’alchimia, e finì di rovinarsi, e morì all’età del suo Rafaello. Abilissimo nell’incidere, pare v’introducesse l’acqua forte. Girolamo Beduli viadanese, marito di Elena sua cugina, bene impasta e colorisce, felice nelle prospettive, vario nelle composizioni ma dalla fretta pregiudicato.
I Farnesi, nuovi dominatori di Parma, non vi suscitarono alcun grande; quando poi il Sammachini ed Ercole Procaccino furono chiamati a dipingervi, poi l’Aretusi e Annibale Caracci, la correggesca fu modificata dalla maniera bolognese, come si vede nel Tinti e nel Lanfranco.
Nella depravazion generale galleggiò la scuola veneta. Tiziano Vecelli cadorino (1477-1576) cominciò la sua reputazione dal terminar opere di Giovan Bellini, fosse il Federico Barbarossa nella sala del gran consiglio, fosser quelle nel palazzo di Ferrara; e lo studio di tal maestro, poi l’emulazione del Dürer lo fecero attentissimo alle particolarità, e fin minuto quando volesse. Dicea dover il pittore esser padrone del bianco, del nero, del rosso, benchè non sia vero che soli questi adoprasse; e per virtù de’ contrapposti ottenne un ombreggiar robusto di stupendo effetto. Nelle invenzioni non mostra gran fantasia; agli uomini impronta dignità ed espressione ben meglio che negli angeli e santi; nè le composizioni sacre anima di devozione affettuosa, sempre i concetti subordinando all’effetto, e questo cercando dal colorito, fin a trascurare il segno.
Han riflesso che le opere sue per la patria son meno accurate di quelle commessegli di fuori; forse perchè erangli retribuite scarsamente. In fatto ben poco guadagnava, sinchè non capitò a Venezia l’infame Aretino, il quale, sprezzatore di Dio e adoratore dei potenti, non potea che contaminare una scuola educata nella fede. Tiziano n’ebbe l’amicizia e le lodi, e sua mercè la commissione di ritrarre Carlo V; e subito, entrato di moda fra i cortigiani, divenne il pittore dei re, e gli chiesero l’immortalità del ritratto Francesco I, Paolo III, Solimano II, Filippo II, l’imperator Ferdinando, il duca e la duchessa d’Urbino, il Farnese, varj dogi e cardinali. Cresciuto di gloria e denaro, a Venezia in palazzo ricchissimamente addobbato, riceveva principescamente; ottenne trionfi a Roma, alla corte dell’imperatore, in Ispagna, ove lasciò le opere sue più encomiate. Non potea dunque tenersi sempre alle ispirazioni de’ suoi maestri, la patria, e la fede; sfoggiò maestria in soggetti di mera e inespressiva bellezza naturale, come le tante sue Veneri e Danae e Diane; dal quale naturalismo deriva la sua abilità nel paesaggio. Lunghissimi giorni menò e tranquilli, sopravvissuto agli amici; e senza conoscere nè tardità nè decrepitezza, moriva in tempo di peste, e il senato dispensava il suo cadavere dall’esser bruciato come gli altri.
Poco paziente all’insegnare o forse geloso, non formò scolari; pure una famiglia di pittori gli si cacciò dietro, con composizioni macchinose e trascurate. Mentre Michelangelo cerca espresso le difficoltà, il Tiziano le declina, volendo imitar la natura senza che vi paja stento: e però gl’imitatori del primo peggiorarono esagerando, quei dell’altro dall’apparenza di semplicità furono strascinati nel triviale. Perocchè le scuole apparvero distintissime quando ciascuna si sforzò d’elevare sopra la natura l’ideale a cui propendeva; a Firenze sottoponendola alla dottrina delle proporzioni coll’armonia delle tinte e le soavi gradazioni; a Roma dandole espressione leggiadra, col disegno fino e la squisitezza dei contorni e delle forme, derivati dalle statue antiche, pel cui studio si deteriorò nel sentimento, non già nell’esecuzione: la scuola lombarda, meno attenta alla regolarità dell’arte, forzò l’espressione; la veneta, corrispondente alla tedesca per fedeltà alla natura, volle esprimerne tutta la forza mediante il colorito sereno e splendidamente armonioso, fin al punto di negligere il concetto e il disegno. Nei frequentissimi ritratti non avendo campo a inventare, i veneti si raffinavano sulle particolarità; donde la loro maestria in riprodurre panni, velluti, metalli, oltre le architetture, le mense ed altri accessorj.
Francesco I fece ritrarre le principali damigelle della sua Corte a Paris Bordone trevisano, di colorito ridente e variatissimo, di teste vivaci, di decente composizione, ma che sfumando sagrifica il contorno, nè vale dove si richiede forza. Licinio da Pordenone, nei tre Giudizj del palazzo ducale, al colorito tizianesco unisce il chiaroscuro e il fuso modellare lombardo, ma dà nel caricato: vivea selvatico, figurandosi continuamente nemici, dai quali dicesi fosse avvelenato. Il Tintoretto (Giacomo Robusti 1512-91), avea scritto sul suo studio il disegno di Michelangelo e il colorito di Tiziano, e su tali modelli più che sul vero s’esercitava. Dicendo non potersi trovare corpo perfetto, disponeva figurine di cera o creta, e le illuminava secondo l’occorrenza, per copiarle, ottenendone un ombreggiare tetro, lontano dal chiaro e vivace di Tiziano. Dell’acquistata facilità abusò per precipitare i lavori, sicchè alcuni quadri pajono appena sbozzi, e diceva che accurandoli li fredderebbe. Buon uomo, ambiva la gloria, purchè senza macchia: gli scolari ne imitarono i difetti, non la potenza.
Verona, non dimentica dei modi di frà Giocondo, più che del Brusasorci manierista deve gloriarsi di Paolo Cavazzola, che l’affetto esprimeva secondo le migliori tradizioni, e fu il più corretto disegnatore dell’arte veneta. Paolo Caliari (1528?-88) s’ingrandì dietro al Tiziano e al Tintoretto, e sulle stampe e le statue antiche, il cui studio accoppiando a quel della natura, tradusse piena ed esultante la vita con pompose architetture, gente briosa, metalli e vetri smaglianti, giojelli, festivi banchetti, e più d’ogni altro rivela i meriti e i difetti della scuola veneziana. A dipinger la vôlta della libreria vecchia di Venezia concorsero il Salviati, il Franco, Andrea Schiavone, lo Zelotti[60], il Licinio, il Varotari, facendo ciascuno tre dei ventuno compartimenti; e per giudizio di Tiziano, la palma fu data a Paolo, che dai procuratori di San Marco ebbe allora la commissione de’ quattro suoi quadri migliori: due Maddalene a’ piedi di Cristo, Gesù coi pubblicani, e le nozze di Cana. In quest’ultimo, di ben centrenta figure, tutti ritratti, fin il cane di Tiziano, finge una suntuosità, degna solo dello sfarzo del XVI secolo; tra sfoggiato vestire e cani e mori e nani e infinito servidorame fingendo un concerto, ove ciascun artista suona lo stromento che simboleggia la sua qualità; e Carlo V siede da imperatore a quel banchetto de’ mal provvisti artigiani galilei: tanto il naturalismo soffocava e convenienze e tradizioni[61]. Nè Paolo badava a costume o carattere; la stalla di Betlemme pareggiava a una reggia; le donne di Dario svisava col guardinfante. Ester si presenta ad Assuero col corteggio d’una dogaressa: ma tutto si perdona a quella gaudiosa serenità, a quell’inarrivabile freschezza e trasparenza di colorito.