Un’altra è il duomo di Milano, del quale manca una descrizione, che per sentimento d’arte e giustezza d’erudizione convenga ai tempi. Il Martino V, lavorato da Jacopino da Tradate, e alcune guglie dell’Omodeo, son di gotico grazioso. Oltre il Gobbo Solaro, ricordiamo il Bambaja che mettea per tutto rabeschi, fiori, recami e nettissimamente conduceva i capelli, le barbe, le pieghe; e prova di prospettiva più da ammirare che da imitare fece nella Presentazione al tempio, scorciando una scala, in cima alla quale sta Simeone, ed al piede Maria. S’abbandonò al gusto ammodernato nel deposito del Caracciolo; ma più memorabile era quello di Gastone di Foix, che, cambiati i dominatori, andò dissipato, e i pezzi che sopravanzano si direbbero di cera, sicchè il Vasari «mirandoli con istupore, stette un pezzo pensando se è possibile che si facciano con mano e con ferri sì sottili e meravigliose opere»[51].

Annibale Fontana, Andrea Biffi, Andrea Fusina, chinavano al manierato: Francesco Brambilla ornò la cappella dell’Albero, e fuse le cariatidi del pulpito, squisitamente condotte, ma tormentate di minuzie; Marco Agrati volle scaltrito il pubblico non esser opera di Prassitele[52] quell’ammirato suo San Bartolomeo scorticato che panneggia la propria pelle, senza espressione nè idealità. Altri bellissimi lavori de’ suddetti offrono le facciate di San Paolo e di San Celso in Milano. È fra i più notevoli lavori di Napoli la cripta dell’arcivescovado, fatica di Tommaso Malvita comasco; sala tutta marmo, col più bel lacunare a mezze figure, sostenuto da colonne e pilastri squisiti.

Noi ci diffondiamo sul Lombardi perchè i patrioti, con vezzo non più disimparato, neglessero le glorie compaesane, e i forestieri gl’ignorano. Il Vasari, che solo per incidente li nominò, confessa che il Bambaja, il Solaio, l’Agrati, Gaudenzio, Cesare da Sesto, Marco d’Oggiono, il Luini «farebbero assai se avesser tanti studj quanti n’ha Roma; onde fu bene che Leon Leoni vi recasse tante opere antiche e modelli». Intende dello scultore Leon Leoni d’Arezzo, che a Milano fuse pulitissimamente il mausoleo del Medeghino in duomo, sopra disegno di Michelangelo alquanto manierato; e per sè costruì un palazzo colla facciata sostenuta da grandi cariatidi (gli Omenoni), e l’aveva empito di gessi e modelli che propagarono il gusto delle prominenze musculari e delle manifestazioni esagerate della forza vitale, sempre più spegnendo l’ideale artistico.

E artisti e scuole avea si può dire ciascuna città d’Italia; ma troppo spesso i paesani trascurarono di darcene contezza, o svisarono. Bergamo, fra molti che vi chiamò o nutrì il patronato del Coleone e dei Martinengo, ci mostra il suo Lorenzo Lotti, che quando da Alessandro Martinengo ebbe commissione di un quadro per la chiesa di San Domenico, «pubbliche preci si fecero alla Madonna e ai santi perchè l’ispirassero; e finito che fu, venne portato in processione per le vie» (Tassi). Lodi aveva in San Francesco pitture vecchie d’eccellente maniera, quando la pietà e la scienza del santo vescovo Carlo Sforza Pallavicino fece erigere il tempio dell’Incoronata dal Battaggio lodigiano bramantesco, e chiamò a dipingerla il Borgognone, con Giovanni e Matteo della Chiesa, e a scolpirvi Ambrogio e Gianpietro Donati milanesi. Forse da loro prese scuola la famiglia Piazza, che diede molti artisti, fedeli alla tradizione affettuosa, finchè Calisto, quasi unico nominato fuor di patria, si gettò al giorgionesco, pur qualche volta raggiungendo l’affetto, come nell’Assunta di Codogno e nel monastero Maggiore di Milano.

Nulla in Piemonte fino al 1488, il che fa strana la pretensione del Galeani Napione, che la scuola senese, la genovese, la milanese devano i cominciamenti a tre piemontesi, Antonio Razzi di Vercelli, Lodovico Brea di Nizza, Gaudenzio Ferrari[53]. A Genova nel 1481 gli statuti de’ pittori sono detti antichissimi; poi si costituirono come arte distinta, pel cui esercizio si chiedevano sette anni di tirocinio. Dal 1475 al 1525 v’ebbe ottantatre pittori, non contando quei che lavoravano nelle Riviere, e v’appartenevano alcuni de’ Grimaldi, dei Calvi, dei Da Passano, d’altre casate illustri. Un Damiano dei Lercari sopra un osso di ciliegia scolpì tre santi, e sopra uno di pesca la passione di Cristo. Daniele Téramo nel 1437 vi fece la bella cassa di san Giovanni Battista d’argento dorato, colle storie in rilievo; collocata nel tempietto, splendido di marmi e d’oro, cominciato il 1451.

Napoli imparò la scultura da Nicolò e Giovanni di Pisa, i cui lavori nel duomo e nelle cappelle de’ Minutoli e Caraccioli furono finiti da Masuccio primo: il secondo rifabbricò Santa Chiara, San Giovanni a Carbonara ed altre chiese, ed eseguì i farraginosi depositi dei re in San Lorenzo e Santa Chiara. Se la torre di quest’ultima chiesa, fondata il 1318, fosse del primo Masuccio, un secolo prima di Bramante avrebbe tornato in uso gli ordini greci[54]; ma ogni occhio avverte il diversissimo modo con cui al rustico del primo ordine si sovrapposero il dorico e lo jonico, che aspettano ancora il finimento. Sembra dovuto a Pier di Martino milanese[55] l’arco di marmo bianco erettovi pel trionfo di Alfonso I, il migliore dopo i romani, e non copiato da essi: sebbene disacconciamente serrato fra le due torri del Castel Nuovo, ne sono ben disposte le parti e gli accessorj, rigogliosa la generale decorazione. Di venti anni posteriori, assai meno lodevoli sono le porte di bronzo, da Guglielmo Monaco poste ad esso castello.

Il macchinoso e complicato mausoleo di re Ladislao in San Giovanni a Carbonara loderebbe Andrea Ciccione se fosse del trecento. Poco migliore, ma di più interesse è l’altro deposito suo in quella cappella Caracciolo, nella quale Silla e Giannotto milanese ritrassero guerrieri, col vestire di que’ tempi[56]. Nella cappella di Tommaso d’Aquino in San Domenico, Angelo Aniello Fiore mostrò abilità e purezza; mentre disordinatamente cariche sono le composizioni di Antonio Bamboccio da Piperno.

La scuola giottesca fu colà propagata da maestro Simone napoletano, di cui nessun’opera certa. Antonio Salario, di Civita degli Abruzzi o più veramente veneto, detto lo Zingano, s’invaghì della figlia di Colantonio pittore[57], e per ottenerla si mutò da pentolajo in dipintore, e si segnalò per colorir fresco e buone mosse, principalmente nella storia di san Benedetto a San Severino. Incerti e poco degni di nota gli altri di quella scuola, finchè allo stile nuovo dal Fattorino e da Polidoro di Caravaggio furono allevati Andrea di Salerno, il Lama, il Ruviale detto Polidorino; poi altri dal Vasari e dal Soddoma. Simone Papa il giovane si scevera da tutti codesti per nobile semplicità. Giovanni Marliano da Nola finì scolture eccellenti in Montoliveto, in San Domenico Maggiore e al monumento di tre Sanseverino avvelenati dalla zia, di Antonio Gandino in Santa Chiara, di Pier Toledo in San Giacomo degli Spagnuoli. A gara con lui Girolamo Santacroce fece le pale di marmo alle Grazie, e altri lavori a Montoliveto, al sepolcro del Sannazaro, e alla cappella dei Vico in San Giovanni a Carbonara.

A Modena, Properzia de’ Rossi, rejetta dall’amante, per allusione ai proprj casi, scolpì egregiamente il casto Giuseppe. A Bologna Lorenzo Costa mantegnesco, di vigoroso colorito e lieta fantasia, frescò pei Bentivoglio favole greche; datosi a quadri di chiesa, e visti i buoni a Roma, depose le durezze, e ben avviò una scuola ricca di ducento allievi. Simone dei Crocifissi e Lippo Dalmasio delle Madonne trassero il soprannome dai soggetti di cui si piacquero. Jacopo Davanzi a dipingere preparavasi col digiuno e colla comunione. Anche Francesco Raibolini, detto il Francia, abilissimo in far nielli e medaglie, passato di quarant’anni alla tavolozza e al fresco, dipinse quasi sempre Madonne, con pazienza più che dottrina e varietà. Rafaello quando spedì a Bologna la santa Cecilia, il pregò a ritoccarla se alcun guasto v’avvenisse: complimento di modestia; ma è favola che il Francia ne morisse d’invidia, giacchè sopravvisse fino al 1533. Il suo san Sebastiano della Zecca fu il tipo dei Bolognesi; mentre altri formavansi sui nuovi, come Ippolito Costa, che empì Mantova di manierati dipinti; come il Sabbatini, grazioso nel comporre, debole nel colorire; come Orazio Sammachini, suo grand’amico, che nei santi infonde dignitosa e tenera pietà, mentre seppe esser robusto nella volta di Sant’Abbondio in Cremona. Tommaso Vincidor, pittore e scultore di Carlo V, che lasciò insigni monumenti nelle Fiandre, non è tampoco citato dal Vasari, dallo Zani è dato per forestiero: ma l’Accademia Belgica negli atti del 1854 lo provava bolognese.

Poichè i principi aveano il sentimento del bello anche mancando dell’intelletto del buono, la trista genìa degli Estensi fece lavorare gli artisti a Ferrara; e il marchese Nicola, oltre la gran chiesa votiva a san Gotardo, fabbricava Belriguardo, le cui trecensessanta camere furono dipinte da un Giovanni da Siena: come in quello di Schifanoja il duca Borso fece da Piero della Francesca effigiare principalmente uccelli e caccie, la meno ignobile delle sue passioni: poi il duca Ercole di pitture coprì palazzi e chiese. Francesco Cossa devotamente dipinse la miracolosa Madonna del Baracano a Bologna, e vi allevò Lorenzo Costa. A Bologna si drizzarono gli artisti ferraresi, quali Ercole Grandi, dal Vasari appajato ai migliori, il Vaccarini, l’Ortolano, il Cortellini, Girolamo Marchesi da Cotignola. Il Garofolo (Benvenuto Tisi) da Rafaello, da Leonardo e dal Boccaccino trasse gentilezza, perfezione di modello dalle statue antiche; ma ripete gli stessi tipi, gli stessi partiti di pieghe, collo stesso valore di toni: che se l’eleganza e soavità il fanno encomiare, e quella finitezza da miniatura ne’ piccoli lavori, e la devota idealità di molti suoi quadri, in altri sacrificò alla moda o alle commissioni ducali; collocò in paradiso l’Ariosto fra santa Caterina e san Sebastiano; fece il bambin Gesù che si diverte con una scimmia sulle ginocchia di Maria. In vecchiezza votò di lavorare tutte le domeniche a ornare il convento di San Bernardino, dove s’erano consacrate due sue figliuole; finchè divenne cieco.