E fa meraviglia come la scuola lombarda continuasse a fiorire, malgrado di tante sventure pubbliche e quasi a consolazione della perduta indipendenza; ma non fortunata di storici come le altre, restò quasi ignorata di fuori. Eppure gli affreschi di Bernardino Luini (-1528?), abbastanza frequenti in Lombardia, non iscapitano dai migliori, e le sue tele sono dai forestieri scambiate con quelle di Leonardo, sul quale egli avea studiato a segno, da farne propria la sublime schiettezza, la purità del concetto, la vereconda soavità, sebbene di quell’iniziatore non raggiunga la veemenza e l’espressione grandiosa e profonda, prevalendo nella dolcezza di spirito e nella grazia armonica. Ma egli non fu protetto dai re, bensì da quei che piangevano e pregavano nelle sopravvenute miserie, e lavorò quasi soltanto in chiese e conventi. Della Santa Caterina, leggenda prediletta dei pittori lombardi, non è possibile trovare una composizione e un’esecuzione più felice che il trasporto del cadavere per man degli angeli, qual si vede a Brera. Nulla di più soave e patetico degli affreschi nel Monastero Maggiore. Nell’età piena dipinse a Saronno la disputa di Cristo, e a Lugano la Crocifissione, vero poema, con infinite persone in atti e panni ed affetti tutti varj e veri, con teste spiccanti, e quella magia di guardatura che pajono chiederti risposta. Eppure sembra non avesse veduto i sommi contemporanei se non forse per via delle stampe; ed era retribuito a miseria[46].

Cesare da Sesto (-1524) tiensi nella ragionevolezza del soggetto come il maestro, e come lui si prepara con lunghi studj e attenti disegni; e se non l’eguaglia in ricchezza d’idee e costanza di correzione, e se spesso abbandonasi alla sicurezza dell’applauso, non si torrebbe mai l’occhio dalle tele dove ha voluto esser grande. Passò poi a vedere modelli differenti in Sicilia e a Roma, dove ajutò Rafaello, il quale vuolsi gli dicesse: — Non comprendo come, essendo noi tanto amici, ci usiamo così pochi riguardi». Il suo carissimo Bernazzano spesso gli lavorava i fondi con paesaggi, ne’ quali era eccellente. Quando si scoperse il quadro di Antonio Salaino della sagristia di San Celso, tratto da cartone di Leonardo, tutta Milano concorse ad ammirarlo.

Gaudenzio Ferrari di Valdugia (-1550), educato a Vercelli da Girolamo Giovenone, poi ajuto di Rafaello quand’ancora attenevasi alle maniere dell’Umbria, ma soprattutto studioso del Vinci[47], ancor meglio di questo unì la forza alla grazia, sebbene al fine s’ingrandisse, cioè degenerasse dietro ai Michelangioleschi. Singolarmente accurò l’espressione de’ volti, e la pia affezione; e il Lomazzo sfida chiunque a rappresentare la divina maestà meglio che nella sua morte di Cristo, al sacro Monte di Varallo. Quel santuario e quel di Saronno, allora frequentati a proporzione delle pubbliche miserie, furono il campo dell’abilità di Gaudenzio, e d’ogni parte eragli chiesto qualche episodio del gran dramma della redenzione, che a Varallo avea rappresentato intero.

Bernardino Lanini vercellese, più che nel disegno e nel chiaroscuro valse nel buon comporre anche in grande, come nella Santa Caterina presso San Nazaro. Di Giannantonio Bazzi da Vercelli (1477-1519), detto il cavaliere Soddoma, peniamo a credere le turpitudini che il Vasari racconta, poichè la bellezza de’ suoi dipinti in Lombardia tiene del leonardesco, anzi nelle Madonne supera per grazia naturale il maestro; i Senesi, della cui scuola ridestò lo spirito, gli affidarono a dipingere le storie di san Bernardino e santa Caterina, e gonfaloni veneratissimi; altre pie immagini fece altrove, leggiadre insieme ed elevate e gravi principalmente a Napoli, e veramente di Rafaello mostrasi scolaro ne’ puttini e anche negli adulti: vero è che non sa comporre storia, e invecchiando declinò verso i manieristi.

Con questi pittori va una eletta di scultori, massime ornatisti. Maestri di muro e di pietre, venuti dai laghi di Lugano, di Como, di Varese, divenivano scultori e architetti; e le cattedrali lombarde e Venezia s’allietano d’opere di autori non nominati, o appena col titolo di Lombardi, di Campioni, di Bregni. Gaspare e Cristoforo Pedoni luganesi assai lavorarono d’ornato a Cremona, e a Brescia il vestibolo de’ Miracoli; i fratelli Rodari di Maroggia con incantevole pulizia nel duomo di Como, e probabilmente nella semicattedrale di Lugano; Bonino da Campione il mausoleo di Cansignorio a Verona, una delle più belle opere gotiche, a sei faccie con sei colonne d’eleganti capitelli, e con bellissimo serraglio di ferro; Antonio Amedeo pavese in Bergamo quel del Coleone.

Gian Galeazzo avea dotato lautamente i monaci della Certosa di Pavia perchè continuassero la fabbrica (tom. VII, pag. 185); finita, quella somma dovesse compartirsi ai poveri. La distribuzione cominciossi nel 1542; ma i grandi miglioramenti recati ai terreni lasciarono ai monaci di che proseguire, e farne, come il Guicciardini lo chiamava, «il monastero il più bello che alcun altro non sia in Italia».

Fu architettata da Giacomo da Campione milanese nel 1396, non dal fiorentino Nicolò de’ Galli, cui molti l’attribuiscono. Disposta al modo bramantesco e policromatico, senz’archi acuti, sessanta medaglioni sulla base della facciata offrono ritratti di imperatori e re, stemmi, simboli, fatti scritturali, la più parte d’eccellente gusto: i quattro finestroni direbbonsi incomparabili, se non li vincesse la porta, con un incantevole complesso di sculture, storianti la fondazione del tempio, i funerali di Gian Galeazzo, le vite de’ santi Ambrogio, Siro ed altri: e l’infinità delle figure, la finitezza di tutte, l’espressione di qualcuna incantano gli occhi, per quanto il vandalismo rivoluzionario e la villania irreligiosa le abbiano mutile e guaste. Dentro, la maestà delle ampie arcate, le volte ad oltremare stellato e a fregi, la cupola ottagona a gallerie, le quattordici cappelle ornate a gara, gli avanzi d’alcune vetriate dipinte, le ricche balaustrate di ferro e ottone, toccano di meraviglia prima che si venga ad ammirare le particolarità.

A tacere altri lombardi, Andrea Solaro, che lavorò a Venezia e in Francia[48], e Bernardino Campi meritano lode di vivace espressione e vigorosa tavolozza in un quadro della sacristia nuova, ora spoglia delle ricchezze religiose e artistiche. Aggiungi le prospettive felicissime e le riquadrature, con qua e là alcuni monaci, che si direbbe veramente sporgano e ti guardino, e solo non parlino perchè la regola lo vieta[49]. Ma qui è a conoscere ed ammirare come pittore il Borgognone, cioè Ambrogio da Fossano, quasi ignoto alle storie[50], e che per vigor di disegno, artifizio di ombre, varietà di scorci va co’ migliori, mentre per espressiva e castigata dolcezza, pel posare grazioso, per la mistica delicatezza può dirsi il frate Angelico lombardo. Sempre mosso da pie ispirazioni, e ascetici ricordi, senza perdersi in allusioni e simboli, imprime carattere serafico agli angeli, grave devozione ai santi, aura divina alla Madonna, come può vedersi nel coro di San Sebastiano a Milano, e a Bergamo nell’Assunta di Santo Spirito, con quegli apostoli d’estatica espressione, irradiati dall’alto.

Ne’ tempi di decadenza vi si proseguirono i lavori, ed enormi colossi ingombrarono le arcate minori; gli altari furono sopraccarichi di tarsie, di marmi, d’intagli, diligentissime esecuzioni principalmente dei Sacchi, famiglia che restò per secoli addetta a questa chiesa. I quadri del Procaccino, del Cornara, del Fava, gli affreschi del Lanzani, de’ Carloni, del Ghisolfi, del Bianchi, del Montalto, del Vairone, del Cerano, del Morazzoni, le sculture del Begarelli, del Bussola, del Simonetta, del Brambilla, del Rosnati, per quanto stacchino dalla cara semplicità dei primitivi, non mancano di merito, e formano una galleria tutta lombarda, che a noi non parve fuor di luogo descrivere.

Su disegno del Borgognone gli stalli del coro della Certosa furono intarsiati da Bartolomeo Dalla Porta o da Pola nel 1486, con atteggiamenti semplici. Nella sacrista vecchia un trittico di denti d’ippopotamo in sessantasette bassorilievi e ottanta statuine presenta storie sacre, opera pazientissima di Bernardo degli Ubriachi di Firenze. Nel mausoleo del fondatore, cominciato il 1490 a disegno d’un Galeazzo Pellegrini, e finito solo nel 1562, con lautezza di ornati, Antonio Amedeo ne espresse la storia in sei medaglioni: la statua è stesa sul proprio avello, dove impropriamente si aggiunsero due statue simboliche di Bernardino da Novi, sedute sul monumento come aveano introdotto i Michelangioleschi. Nè minore miracolo è il sarcofago della duchessa Beatrice d’Este, opera di Cristoforo Solaro il Gobbo. Capolavoro d’architettura è il chiostro, disegno di Francesco Richino, portico a cenventi campate con colonnette di marmo sostenenti bassorilievi di terra cotta, busti, statuine, fogliami, arabeschi che danno la più vistosa varietà policromatica, e tutt’attorno al gran cortile, ventiquattro cellette, ciascuna disposta come un compiuto quartiere, e con giardinetto ove ricrearsi dall’obbligata solitudine.