Fu detto che Rafaello visse poco per le arti, e il Buonarroti troppo; e in fatto già sul costui sepolcro in Santa Croce le statue, atteggiate in aria di farsi copiare, preludono ai difetti de’ suoi scolari. I quali, dimenticando quel suo detto che «chi va dietro non passerà mai avanti», copiavano dalle sue figure il rilievo muscolare, non la morbidezza de’ rivestimenti, nè sovrattutto l’impetuoso immaginare e il profondo sentire. L’esecuzione era migliorata, modellavasi e scolpivasi vivo e ben composto, meglio foggiavansi le prospettive, ma più sempre dalla pia semplicità si sviava alla mera apparenza; stil grande voleasi; nulla di magro, di secco; movimento, muscoli, appariscenza, grazia; dimenticando che questa è schiva di chi la cerca, e che il bello degli antichi non salta agli occhi con pretensione, ma esce a forza di contemplarlo. Quindi dappertutto atteggiamenti ostentati, arida anatomia, giganti, statue sdrajate su cartelloni: quindi una spensata facilità d’invenzioni, tanto più che i Medici, piuttosto generosi che savj mecenati, soggetti mitologici o adulatorj surrogarono alla devozione e al sentimento; e il profano Paolo Giovio sceglieva e divisava quei della villa di Poggio a Cajano. Fra quella turba, improntata d’un’aria di famiglia, distingueremo il Granacci fiorentino; Battista Franco, che emulò Giovanni da Udine nel dipingere le majoliche di Castel Durante; Mariotto Albertinelli, avverso al Savonarola per ligezza ai Medici, che non fece scelta fra’ suoi tipi, e morì d’intemperanza; Bernardino Poccetti, che il miracolo dell’Annegato nel chiostro dell’Annunziata farebbe porre tra i sommi se all’estro e al tocco risoluto avesse unito la pazienza.
Pier di Cosimo, idolatro della natura fino a non soffrire che l’uomo la modificasse, stizziva quando fossero potate le piante o svelte le erbaccie dal suo verziere; non teneva ora fissa al mangiare, vagolava in luoghi strani, e contemplava le figure disegnate dalle nubi e dagli sputi; onde riuscì sommo nell’imitare, nella prospettiva e nel chiaroscuro, quanto scarso nel sentimento. Il Battista nel duomo di Firenze, e il monumento di san Giovanni Gualberto, disperso nel 30, lodano Benedetto da Rovezzano. I mausolei dei Doria a Genova e del Sannazaro a Posilipo, e la fontana di Messina di frate Montorsoli sono macchinose esecuzioni di poveri concetti. Nelle porte di San Petronio a Bologna il Tribolo seppe schivare le esagerazioni. Vincenzo Danti perugino del fondere lasciò ragionevolissimi suggerimenti e opere finissime, comechè peccanti di leziosaggine. Giacomo della Porta milanese voltò la cupola di San Pietro, finì i lavori di Michelangelo in Campidoglio, e fece palazzi, facciate, fontane in Roma, a Frascati il Belvedere degli Aldobrandini, a Genova la bella cappella del Battista. Suo nipote frà Guglielmo, addestratosi alla Certosa di Pavia e a Genova, abbandonò le sobrie finitezze de’ Lombardi per ormare Michelangelo; e il suo deposito di Paolo III è delle migliori opere in San Pietro, chi guardi all’atto soltanto, alla grazia, alla carnosità: ma ai due lati del bellissimo papa son coricate una giovane e una vecchia che, sotto il simbolo di non so quali virtù, ritraggono l’amica del papa e la madre di lei, inverecondamente ignude, sicchè l’un corpo raggrinzito eccita schifo, l’altro voluttà e peccato.
Tra gl’Italiani si schiera Gian Bologna, di Fiandra venuto giovanissimo in Firenze, dove lavorò assai marmi e bronzi, fra cui il Mercurio volante, di componimento ardito e d’esecuzione gentile; il ratto della Sabina, ove s’intrecciano con arte le figure di tre differenti età; la bella statua equestre di Cosmo I; e preparò quella di Enrico IV, terminata poi da Pietro Tacca. Molto gli giovò il valente fonditore Domenico Portigiani fiorentino, principalmente nella grandiosa cappella di Sant’Antonio ne’ frati di San Marco, i quali vi spesero ottantamila scudi; e nelle porte della cattedrale di Pisa.
Ai Michelangioleschi e all’emula stizza di Benvenuto Cellini fu bersaglio Baccio Bandinelli, inventore scorretto ma robusto, qual si vede nell’Ercole e Caco, opera non inferiore alle contemporanee. Il Nettuno in piazza del granduca, fatto da Bartolomeo Ammanato a concorso con Gian Bologna, col Danti e col Cellini, fu preferito perchè le decisioni non dipendeano più dal popolo, ma da Cosmo (1490-1559). Quell’edificatore di colossi fece il Giove Pluvio a Pratolino, che rizzandosi sarebbe alto sedici metri; a Roma fabbricò il palazzo Ruspoli, che doveva avere quattro faccie, e il vastissimo collegio de’ Gesuiti; finì il palazzo Pitti, adattando l’interno alla facciata con opportuni abbellimenti. I ponti soleano voltarsi su pile massiccie fin d’un quarto o un terzo della luce dell’arco, col che restringevasi il letto, e tanto più quanto più crescea la piena; mentre la curva a tutto sesto crescea la ripidezza del pendìo. L’Ammanato in quello di Santa Trinita a Firenze aprì i tre archi circa trenta metri, e sopra le pile, grosse otto, li curvò in ellissi molto scema. Vecchio si raccolse a Dio, e pentivasi delle figure nude[42].
Infervorato di Michelangelo, Giorgio Vasari aretino (1512-74) ancor giovinetto diceva a se stesso: — Chè non poss’io procacciarmi le grandezze e i gradi che hanno acquistato tant’altri?» Misero scopo per un artista, e il conseguì dipingendo a furia per la coronazione di Carlo V, poi a Roma pel cardinale Medici una Venere con le Grazie; e quell’impudica composizione tanto aggeniò al prelato, che diede una veste nuova al pittore, e la commissione di un gran baccanale, per cui entrò nelle grazie di Clemente VII, e fu l’artista di que’ dinasti dopo ch’ebbero impugnata Firenze. Valoroso architetto si palesa nell’ardita fabbrica degli Uffizj e negli appartamenti di Palazzo Vecchio, ch’egli poi coprì di storie medicee, tirando via di pratica e a giorni contati. In quanto si dice, dipinse la sala della cancelleria, sempre con concetti superficiali o frivole allegorie e fisionomie insignificanti, colorito abjetto e disarmonico, scarso rilievo, negletta prospettiva aerea, studio delle statue e di Michelangelo, non della natura. Egli cavaliero, egli pittor di corte, egli in grado di dare occupazione alla gioventù, col suo esempio avvezzò al toccare audace e negligente, allo stile manierato.
Più che dall’arte trasse lode dalle sue Vite de’ Pittori. Affatto incerto di cronologia, quasi solo di cose toscane vi ragiona, anzi di fiorentine, e colle passioni di contemporaneo e d’artista; encomiasta de’ recenti, dimentica che essi aveano ammirato e studiato i quattrocentisti[43], quasi volesse adulare i Medici col cancellare anche in ciò le memorie, come restaurando Santa Maria Novella avea cancellato affreschi di Masaccio e dell’Angelico; e prendendo per canone unico la scuola propria, pone mente soltanto alla forma, alla materialità del disegno, alla collocazione dei piani, al muscoleggiare, al rilievo delle teste, armonizzino poi o no collo stato dell’animo; mai un istante non elevasi alla poesia, a contemplare il concetto; innanzi al mirabile componimento di Giotto ad Assisi non vede che «il grandissimo e veramente meraviglioso effetto d’uno che beve stando chinato in terra a una fonte»; non calcola i tempi in cui l’artista fiorì, e le circostanze che il poterono soccorrere o disajutare; quasi a un gran pittore bastasse essere abile operajo, non interprete del pensiero morale de’ suoi contemporanei.
Pure egli dissodava un campo vergine; vide infinite opere co’ proprj occhi, e giudicolle da esperto; per la seconda edizione moltissime correzioni e mutamenti gli suggerirono il tempo, gli amici, la prudenza e un nuovo viaggio per Italia; e sebbene non vi sia storico che non abbia dovuto ad ogni piè sospinto confutarlo, pure rimarrà sempre uno de’ più cari testi per l’ingenuità del parlare; per la copia di aneddoti che ci dànno vera e spirante la vita d’allora; sovrattutto per la passione che mette nella descrizione di quadri. Con quale evidenza non ritrae la Crocifissione del Gaddi in Arezzo, la cappella Spinelli in Santa Croce, le pitture della beata Michelina in Rimini! come si esalta per la Maria in gloria del frate Angelico[44], pel ritratto di Leone X e per lo Spasimo di Rafaello! con che impeto ritrae i capolavori di Michelangelo! Solo l’artista può innamorarsi così; e chi ha gustato le delizie stesse esulta di riprovarle con esso. Si gode pure del suo piacersi nell’amicizia de’ grandi, e del vantarsi che «nessuno abbia praticato Michelangelo più di lui, e gli sia stato più amico e servitor fedele; nessuno possa mostrare maggior numero di lettere, scritte da lui proprio, nè con più affetto». Aggiungete ch’egli non è costretto alla polemica, nella quale s’imbroncano perpetuamente i successivi scrittori d’arte, anche per colpa de’ molti errori di lui.
Pareri scrisse Bernardino Campi; Veri precetti Giambattista Armenini di Firenze, appoggiandosi agli esempj; Rafaele Borghini estrae dal Vasari per esporre in dialoghi, che sono lunghissimi discorsi di stentati tragetti, coll’assurdità di far recitare a memoria tante notizie positive. Trattò di pittura anche Federico Zuccari, che col fratello Taddeo dipinse i palazzi Farnesi a Roma e Caprarola, poi l’Escuriale di Spagna, e fu presidente all’accademia di San Luca; la quale, fondata sotto Gregorio XIII, ottenne che nessuno scritto sulle belle arti si pubblicasse in Roma senza sua licenza; spediente sicuro d’impedire che si conoscessero ed emendassero gli abusi.
Gianpaolo Lomazzo milanese, buon pittore quanto vedesi principalmente a Tradate, e che a trentun anno perdè la vista, avea dettato precetti dell’arte sua[45], che considerava come un sacerdozio privilegiato a rappresentare Dio e i santi. Da queste idee, rinvolte in astruserie e circonlocuzioni e metafore secentiste e osservazioni di stelle, deduce alti concetti e devote pratiche; più che lo studio degli antichi e de’ Tedeschi vuole si cerchi d’avere nell’idea quel che poi s’ha da ridurre in tela; molta cura domanda dei caratteri, e in quelli dei santi vuol combinate maestà e bellezza, onde crescere in noi i sentimenti di pietà e venerazione; mostrasi arguto osservatore nell’esprimere le passioni, principalmente nelle delicate, battendo il mal gusto, e gli sfoggi teatrali de’ Michelangioleschi, e la predilezione per soggetti lubrici e il rappresentar la donna sol come oggetto sensuale, o villanamente nelle cariatidi; predilige la venustà infantile, sin a credere che senz’essa un quadro non possa essere bello; nell’architettura e nella decorazione preferisce il modo antico e il bramantesco a quegli introdotti dagli idolatri di Vitruvio. Dopo di che fa meraviglia come secondi i pregiudizj correnti nel giudicar degli autori, nell’ammirare la muscularità, nello sprezzo del medioevo. Ma oltrechè men superficiale del Vasari ne’ giudizj, giova alla storia in quanto i suoi precetti appoggia d’esempj anche lombardi, altronde ignoti.
La scuola lombarda rimontava fino ai giotteschi Andrino d’Edesia e Giovan da Milano, che lasciò bei dipinti in Firenze, e fu seguito da Vincenzo Foppa bresciano, dal Crivelli, da Nolfo di Monza, imperfetti di forme, non senza grandezza di carattere. I due Civerchi, Bernardino Zenale e il Buttinoni da Treviglio poterono profittare degli esempj del Bramante. Sull’orme di questo, Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino, delicato modellatore, valse assai nella prospettiva, studiò gli effetti più che il carattere, lavorò pure a Roma, e scrisse sulle antichità greche e romane, come il Foppa e lo Zenale sulla prospettiva lineare e le proporzioni del corpo umano. Anche dopo che il Mantegna vi aveva recato le pratiche prospettiche, Gentile Bellini le tradizioni dell’Umbria, poi le raffinatezze fiorentine Leonardo, una fisionomia particolare conservarono i migliori; quali Francesco Melzo prediletto del Vinci, ma più grazioso che robusto; Gianantonio Boltraffio, che della scuola arcaica mantenne la gravità e le vigorose concezioni, pur diffondendovi freschezza di vita, magia di chiaroscuro, finezza di modello, ed esatta traduzione della fisionomia. Marco d’Oggiono rimane inferiore, massime per disegno, quando non copiò il maestro; ma è maggior di sè nel quadro in Sant’Eufemia a Milano.