Collochiamo dunque il Vinci tra i restauratori della scienza e della filosofia, col rincrescimento che le occupazioni troppo variate gli abbiano impedito di trarre a compimento o di far pubbliche tante sottilissime e capitali invenzioni. E agl’ineducati artisti dei giorni nostri non si finisca di ripetere come i tre più grandi fossero addottrinati così che sarebbero immortali se anche non avessero dipinto e scolpito. L’intelligenza dà all’arte l’ultima forma e grandezza.

Meno per genio proprio che per fatica perseverante e armoniosa imitazione si schiera coi sommi Andrea del Sarto (1488-1530), il quale la devozione di frate Angelico e la meditazione di Leonardo riprodusse nella Madonna di San Francesco, e in quella del Sacco, che Rafaello non avrebbe finita più delicatamente, nè Michelangelo più largamente disegnata. La storia del Battista nello Scalzo del 1514 ha disegno puro e facile, semplice disposizione di figure, pôse assicurate, angeli e bambini deliziosi a vedersi, e inarrivabile contrasto di luce e d’ombre. Nel cortile dell’Annunziata cominciò, il 1510, la vita di san Filippo Benizzi, ridente sempre e grazioso, con ischietta dignità, pur già piegando verso la monotonia e la negligente facilità: che se meritò il nome di Andrea senza errori, difettò nella poesia di grandiosi concetti, e nel robusto aggruppare. Chiamato in Francia, e avuto da quel re denari per venir qui a comprare quadri, se li tenne per passione della Lucrezia del Fede; dalla quale bassezza avvilito, si rimpiattò; ebbe a soffrire dei disastri ultimi della sua patria, infine morì di quarantadue anni, derelitto perfino dalla Lucrezia. Quando, per l’assedio del 1529, si demolivano i sobborghi di Firenze, non si osò porre il martello ad una parete di San Salvi, dove Andrea avea dipinto la Cena.

Furongli amici e ajuto il Franciabigio e il Puligo; e migliore Jacopo Carducci, detto il Pontormo, che, vedute le incisioni di Alberto Dürer, chinò a quel fare, poi al michelangiolesco, e così variando sempre senza proprio carattere, l’altrui imitava per modo di farsi scambiare. Del Bronzino suo scolaro lodano l’Adultera e il Sagrifizio d’Abramo; gentile ne’ volti e vago nelle composizioni, ma con poco rilievo e colorire giallastro e scarsa varietà. La Deposizione alla Trinità de’ Monti, uno dei tre migliori quadri di Roma, loda Daniele Ricciarelli di Volterra, indipendente scolaro di Michelangelo, come la strage degli Innocenti alla galleria di Firenze. L’intimo sentimento religioso, ricavato dalla venerazione pel Savonarola, salvò frà Bartolomeo della Porta (1469-1517) dalle invenzioni voluttuose, allora domandate, e colla tranquillità dignitosa che infuse nelle sue figure meritò un posto nella tribuna di Firenze. A lui Pier Soderini gonfaloniere commise un quadro da collocare nella sala del gran consiglio, dove fossero tutti i santi e protettori di Firenze, e quelli nel cui giorno ebbe vittorie. Sommo coloritore e maestro nel panneggiare, dai Michelangioleschi era motteggiato come inetto alle grandi proporzioni e inesperto d’anatomia; al che rispose trionfalmente col colossale San Marco e col nudo San Sebastiano: ma la moda e le statue antiche lo trassero negli ultimi tempi in crudezze di linee e di tinte[39].

Fede all’arte cristiana conservarono l’incisore Baldini, devoto al Savonarola, Giannantonio Sogliani, che ne’ visi dei santi esprimeva «un riverbero della gloria del cielo», e dell’inferno in quelli dei ribaldi; Lorenzo di Credi, puro, ingenuo, tutto soave melanconia; Ridolfo del Ghirlandajo, che spira pietà nella Madonna in San Pietro di Pistoja, e nei due miracoli di San Zanobi alla galleria de’ Pitti. Ebbe carissimo un Michele, per ciò detto di Ridolfo, che seco lavorò in molte chiese di Firenze. Le costoro botteghe prendeano spesso apparenza di oratorj; e deposto il pennello, or recitavano passi di Dante, ora sul liuto accompagnavano qualche sacra cantilena, o ragionavano della morte; mentre la bellezza delle modelle, le braverie, le canzoni amorose spassavano quelle del Cellini o del Peruzzi.

Fra gli aneddoti, di cui è tessuta e forse travisata la storia artistica d’allora, vien raccontato che Michelangelo, volendo emulare Rafaello nelle temperate invenzioni e nel colorire armonico, desse i proprj disegni a tingere a Sebastiano del Piombo (1485-1547), imitatore del Giorgione, e diligente nel finire. A questo modo la Risurrezione di Lazzaro fu contrapposta alla Trasfigurazione; e Sebastiano, invanito, pretese pareggiarsi a Michelangelo e Rafaello: ma quando egli accompagnava Tiziano alla visita delle pitture, questi vedendo i restauri fatti nelle stanze vaticane dopo i danni del sacco, proruppe, — Chi fu il presuntuoso ignorante che guastò quelle faccie?» Era stato Sebastiano.

Di Francesco Rustici, scolaro di Leonardo, e morto in Francia, sono le statue di bronzo sopra il battistero di Firenze, dove lavorò pure Andrea Contucci da Sansovino, scultore, fonditore, architetto, che lasciò opere a Genova, a Roma nella chiesa del Popolo, in Portogallo, e principalmente l’esterno della Santa Casa di Loreto. Molti Fiesolani continuavano la disciplina del Ferruccio e del Boscoli.

E già pareva non si potesse far meglio che imitare o le delicatezze di Rafaello o le grandiosità di Michelangelo; ma, come disse ad altro proposito il Guicciardini, «l’imitazione del male supera sempre l’esempio, siccome, al contrario, l’imitazione del bene rimane sempre inferiore». Gli scolari di Raffaello ne seguirono principalmente il lato sensuale; e cacciati dalla peste e dai Tedeschi, si diffusero per tutta Italia propagatori del buon gusto, che modificò le qualità primitive delle varie scuole.

A Giulio Pippi (1492-1546), di storia ignota, pien d’estro e celerità più che scelto nelle idee, Rafaello dava a compire le invenzioni architettoniche appena schizzate; donde nacquero varj casini di Roma, e la elegantissima villa Madama a monte Mario, colle decorazioni più gentili dopo le loggie vaticane. Dal marchese Gonzaga fu chiamato a Mantova, dove la scuola del Mantegna era sopravvissuta in due suoi figliuoli, nei Monsignori, in altri che scolpendo e pitturando modificarono la maniera di quel maestro, poi il ferrarese Costa avea formato eccellenti scolari, fra cui il Leonbruno e il Febus. Giulio di robuste dighe vi frenava il Po ed il Mincio, sanò le bassure, intere vie rifece, restaurò antichi e pose edifizj nuovi, tra cui principale è il palazzo del Te, quadro di sessanta metri di lato, con immenso cortile; ed egli stesso lo storiò imitando l’antico, massime nei bassorilievi di stucco[40], e nella sala de’ Giganti mascherando la forma architettonica colla pittura, e sempre decrescendo di nobiltà e purezza con invenzioni gentilesche, conformi alla sensuale sua vita, nè sdegnò prostituirsi alle infamie dell’Aretino. La cattedrale di Mantova rifece sul gusto antico; nella facciata ineseguita di San Petronio a Bologna tenne il mezzo fra il gotico e il greco.

Baldassarre Peruzzi (1481-1556), abbandonato a Volterra da un Fiorentino fuoruscito, per vivere copiò quadri, finchè potette fare di suo. Come ajuto di Rafaello dipinse in Vaticano, poi sostentato da Agostino Chigi, perfezionò la prospettiva da teatro, dipingendo scene per le feste di Giuliano de’ Medici, e per la Calandra del Bibiena. Opere temporanee, di cui possiamo farci un’idea nella galleria della Farnesina, dipinta con tanta illusione, che Tiziano la credette rilievo[41]. Nel sacco di Roma bistrattato, e costretto a fare il ritratto dell’ucciso Borbone, fugge ignudo a Siena. Ivi fabbricò, e principalmente le fortificazioni; ricusò assistere Clemente VII nell’assedio di Firenze; pure da quel pontefice e da altri ebbe lavori a Roma più che denari, e conduceva il palazzo Massimi, capo suo, quando morì.

Il Fattorino (Francesco Penni) andò a ravvivare la scuola napoletana. Perino, figlio abbandonato da un de’ Francesi di Carlo VIII, fu posto a dipingere sotto il Vaga, da cui prese il nome; e adoperato da Rafaello ad eseguire a fresco, al fare di questo s’attenne poi sempre, ma declinando al materiale. Anche Polidoro da Caravaggio, capitato a Roma come manovale, e da Rafaello avviato alla pittura, con Maturino dipinse di chiaroscuro al modo del Peruzzi, perciò copiando l’antico. Fuggendo dai Tedeschi ripararono a Napoli, ove Maturino morì, nè a Polidoro badavano i nobili, dediti a caccie e comparse: in Sicilia abbondarongli commissioni, fin quando il servo per rubarlo l’assassinò. Da Rafaello e dal Pinturicchio, che vi effigiò le imprese di Paolo II, di bei paesaggi variando il fondo, Siena conobbe l’arte moderna, che la fece infedele alle caste ispirazioni, conservate fino a quell’ora.