Amò Vittoria Colonna d’amor casto e profondo, e nella morte di lei risentì tutta la poesia del dolore; «e mi ricorda d’averlo udito dire che d’altro non si doleva, se non che, quando l’andò a vedere nel passare di questa vita, non così le baciò la fronte o la faccia, come baciò la mano»[31]. Agli emuli non rispondeva, dicendo: — Chi combatte con dappochi non vince a nulla». La persuasione del suo merito s’avvicinava all’arroganza, eppure tratto tratto ricadeva nella diffidenza, non delineava più che soggetti della Divina Commedia, e rifuggiva sotto l’ale della misericordia eterna[32], e credevasi insufficiente all’arte, mentre gli fioccavano onori.

Con sì splendide, anzi uniche commissioni abbracciando l’intero ciclo delle arti, sopravvivendo a quanti aveano levato grido, colla robustezza di un genio che ne’ suoi vortici trascinava quanto l’avvicinasse, colla nobiltà d’un carattere incontaminato, colla franchezza nel dar precetti e sentenze, coll’aver creato modelli in ciascuna delle arti e nelle due città che n’erano centri, dovea naturalmente eccitare l’entusiasmo del suo secolo, che lo proclamava «più che mortale angel divino»; entusiasmo alimentato anche dagli scrittori d’arte, fiorentini i più, e dai successivi che voleano innestare la nascente loro gloria sul nome del maestro di cattiva scuola. Perocchè, amico siccom’era del singolare più che del vero, proponendosi che le produzioni dell’arte riuscissero più belle che quelle della natura, e mirando agli effetti anche dove il soggetto non li domanda, avviò ad un bello di convenzione, e a quel precipizio di cui egli accorgevasi di camminare sull’orlo, quando, nel compiacersi della cappella Sistina, esclamava: — Quanti quest’opera mia ne vuole ingoffire!»

Fu nel maggior trionfo di Michelangelo che tornò a Firenze il Perugino, e mentre le sue figure erano dichiarate goffe da quello, egli trovava dure e senz’anima quelle di Michelangelo: ne derivarono ingiurie e risse, e il tribunale degli Otto interpostosi, die’ torto al Perugino. Il quale allora scredette in se stesso, volle emulare la scuola naturalista, e mal riuscendo, era bersagliato dai Michelangioleschi con epigrammi e pasquinate, come secco di stile, duro e povero nel drappeggiare, monotono ne’ caratteri e nelle pose, scarso e ripetuto nelle invenzioni; aggiungevano fosse avaro[33]; le quali maldicenze raccolsero e tramandarono il Vasari per piaggiare a Michelangelo, e Paolo Giovio, pel cui museo egli non volle tributare. Il Perugino difendevasi male, come chi un tempo si vide lodatissime le qualità che allora gli si rinfacciavano; uscì di Firenze per sempre, ma continuò a lavorare; e attorno a lui fiorivano Giovanni spagnuolo, Gaudenzio Ferrari lombardo, Girolamo Genga d’Urbino eccellente prospettista, Pierino da Pistoja, il Boccaccini di Cremona, il Pinturicchio, il Rossetti, l’Ingegno, come era soprannominato Andrea Luigi d’Assisi, che divenuto cieco, visse fino a ottantasei anni, consolandosi che sol questa miseria l’avesse impedito d’eguagliare Rafaello.

Coi due sommi s’accompagna Leonardo da Vinci (1452-1519), pittore, scultore, poeta, musico, geometra, architetto; talento universale, eppure in niuna parte leggero; se non che quel suo bisogno di cercar sempre novità gli lasciò eseguire poche cose, poche finirne. Carattere puro e fermo, a’ suoi scolari largheggiava soccorsi; a chi non fosse contento de’ suoi quadri, restituiva il prezzo convenuto; e quanto fosse disinteressato lo attestano le centinaja di disegni che lasciò, la cui finitezza prova pure quanto e come studiasse. Comprava uccelli per diletto di liberarli: sbizzarriva d’invenzioni; e per sorprendere gli amici or diffondeva esalazioni fragranti, ora fetide; or disponeva un immenso budello, e riempiendolo d’aria con un soffietto, ravviluppava gli astanti fra quelle inaspettate spire; or dava il volo ad uccelletti meccanici, trastulli di mente bisognosa di creare.

Lodovico il Moro, «il quale molto si dilettava del suono della lira», lo chiamò a Milano «perchè sonasse uno stromento, di sua mano fabbricato»; ma datosi a conoscere per meglio che sonatore, fu adoperato in opere di meccanica e idrostatica. Mentre però tanto ardimento mostrava in queste, «pareva che di ogni ora tremasse quando si poneva a dipingere; e però non diede mai fine ad alcuna cosa cominciata, considerando la grandezza dell’arte, talchè egli scorgeva errori in quelle cose che ad altri parevano miracoli» (Lomazzo). Sedici anni si ostinò attorno al modello della statua equestre di Francesco Sforza, e indugiossi a fonderla tanto, che i Francesi di Luigi XII venuti a Milano la presero a bersaglio. Nel refettorio delle Grazie dipinse con lunghissima attenzione il Cenacolo[34]; dove, escludendo i materiali indizj della santità e divinità e i simboli tradizionali degli apostoli, volle che ciascuno restasse conosciuto dall’aria e dall’emozione natagli all’udire le patetiche parole: onde in quel dramma armonico e ragionevole presentò la scala ascendente nella bellezza della forma, usandola come pacata manifestazione di sentimenti profondi. E dipinger la passione fu la sua gran lode, e col rappresentare i caratteri elevò l’arte al patetico che n’è il trionfo. Duole che, oltre l’infelice situazione, egli abbia compromesso quest’insigne lavoro col dipingerlo non a fresco, ma a olio; sicchè ormai non si va che a deplorarne gli smunti avanzi. Con sentimento ragionato coglie felicemente l’insieme e i particolari, unendo l’ideale e il reale penetra nella vita del corpo e dello spirito; giovasi di tutte le scuole per vestir forme perfette a concetto assegnato e profondo, nè cede a veruno de’ contemporanei per isquisito disegnare e fermezza di linee e forme. Sommo nel magistero del colorire, colla grazia e il giuoco dell’impasto dava ai lumi uno splendore misurato che portasse rilievo alle figure, sicchè divenne maestro del tingere ai Veneziani stessi, e al Giorgione[35] non meno che a frà Bartolomeo.

Caduto Lodovico il Moro, Leonardo tornò a Firenze, e per quattro anni carezzò il ritratto di madonna Lisa, dove il sorriso della voluttà antica è rialzato dall’intelligenza moderna, e che fu da re Francesco comprato quattromila scudi; come la bellezza misteriosa e il riso fugace si ammirano in quella sua Gioconda, attorno alla quale s’industriò vent’anni il bulino del Calamatta, per offrirla come un giojello all’esposizione universale del 1855. Preparò il cartone della battaglia d’Anghiari, che a concorrenza con Michelangelo dovea dipingere, tutto impeto e vita d’uomini e di cavalli: ma nato un tumulto, gli invidiosi o gli ammiratori (spesso per vie diverse riescono al medesimo fine) lo fecero in brani per disputarseli: quasi fosse destino l’andar a male le opere di lui più studiate. Aveva allora cinquantadue anni; e incontentabile com’era, non potè più reggere a fronte de’ Michelangioleschi, che a vedere e non vedere finivano le loro opere; onde volentieri accettò la chiamata di re Francesco, ma non pare compisse alcun lavoro in quella Francia, che or tanti possiede dei quadri e degli scritti suoi[36].

Quanto profondo scrutatore fosse della natura, lo attestano gli scritti di variatissima scienza, che lasciò confusi ed informi, e gli estratti o raccozzamenti che se ne stamparono; dove la qualità che campeggia è la sagacità. Il suo trattato della pittura è delle prime disquisizioni intorno ai canoni dell’arte, solendo dire che la teorica è il capitano, la pratica i soldati: meditato scientificamente il corpo umano, diede una teorica precisa d’anatomia pittoresca. Pose prima di Bacone che, «senza la sperienza, nulla dà di sè certezza»; e vuole per mezzo di questa si scopra la ragione: essa è interprete della natura, nè mai s’inganna, bensì il giudizio nostro coll’aspettare effetti ch’essa non porge; la si consulti dunque, variando di modi, finchè possano trarsene conseguenze generali. Mancano di certezza le scienze cui non possa applicarsi qualche parte delle matematiche. Quelli che non consultano i fatti ma gli autori, non sono figli della natura, ma nipoti, poichè essa sola è maestra de’ veri ingegni. Benchè essa cominci dal ragionamento e finisca colla sperienza, via opposta dobbiamo tener noi; citare prima lo sperimento, poi dimostrare perchè i corpi sieno costretti operare a quel modo.

La meccanica chiamava «paradiso delle scienze matematiche, perchè con quella si viene al frutto d’esse scienze»: onde fece moltissime macchine per le arti o per le occorrenze domestiche, e v’applicò la geometria. Conobbe la teorica delle forze obliquamente applicate alla leva, e il contrasto delle travi; tenne conto degli sfregamenti, con metodi ingegnosi che poi Amontons perfezionò; dichiarava impossibile il moto perpetuo e la quadratura del circolo; inventò un dinamometro; applicò a molti casi il teorema delle celerità eventuali; primo de’ moderni si occupò del centro di gravità e dell’influenza sua sui corpi in riposo e in moto; spesso ripete che i corpi pesano nella direzione del loro movimento, e che il peso (oggi diremmo la forza) cresce in ragione della velocità; sa che, nella discesa per piani inclinati di eguale altezza, il tempo sta come le lunghezze; che un corpo discende per l’arco d’un circolo, piuttosto che per la corda; e che calando per un declive, risale con altrettanta velocità come fosse caduto perpendicolarmente da altezza eguale.

Scrisse sulle fortificazioni; d’idrostatica stese un compiuto trattato con un concatenamento di problemi, e prevenne d’un secolo il Castelli posando le basi della teoria delle onde e delle correnti; conobbe la forza del vapore, e pensò fin applicarlo ai cannoni da guerra[37]. A lui è dovuto il pensiero d’incanalar l’Arno dopo Pisa, opera compiuta due secoli appresso da Vincenzo Viviani; insegnò le colmate, o almeno le descrisse esattamente e ne diede la teorica; descrive la camera oscura prima del Porta; prima del Maurolìco spiega lo spettro solare in un buco angoloso; prima di Argand osserva che, se il lucignolo d’una lampada fosse forato, il colore della luce riuscirebbe uniforme; insegna la prospettiva aerea, la natura delle ombre colorate, i movimenti dell’iride, gli effetti dell’impressione visuale e altri fenomeni dell’occhio, ignoti a Vittelion.

In un capitolo Sull’antico stato della terra confuta coloro che diceano la natura e l’influenza degli astri aver potuto formare le conchiglie d’età differenti che si trovano nelle roccie, e indurire le sabbie a varie altezze, in varj tempi; ma supponendo il mare abbia coperti i terreni, non solo spiega per via di sedimenti le stratificazioni orizzontali o diversamente inclinate, ma accenna anche il sollevamento de’ continenti. Attribuì alla forza del sole l’esser le acque sotto all’equatore più elevate che ai poli, affine di «ristabilire la perfetta sfericità»; errore, ma che indica come conoscesse la disuguaglianza degli assi. Prima di Copernico sostiene la rotazione della Terra, in grazia della quale considera come composto il movimento de’ corpi nel cadere. La luce cinerica della parte oscura della Luna spiega colla riflessione della Terra, come gran tempo di poi asserì Mästlin[38]. Capì che l’aria atta alla respirazione doveva alimentare la fiamma. All’universalità di cognizioni univa quella potenza magistrale, che non solo trova la perfezione, ma sa trasmetterla, e alle due scuole distinte che lasciò a Firenze e in Lombardia insegnava a dipinger la vita, il movimento, farvi concorrere alla rappresentazione tutte le abilità, disegno, colorito, carattere, e tutte regolate dalla ragione.