In mano di Michelangelo ogni cosa giganteggia; sempre originali i concepimenti, grandiose le forme, larga la maniera; magnificenza di piani e varietà di accessorj accoppiate a profondità e semplicità. Nel Mosè io non vo ad ammirare quel braccio nè a censurare quella barba, e i muscoli da facchino o il non istorico panneggiamento; neppure mi ricordo che dovea figurare fra tante altre statue e in piano diverso dal presente: ma a quell’indefinibile di melanconico e di venerando impressogli nel viso che cosa potrebbe mettere a petto l’antichità? Se non che l’anima sua tutt’azione mal tollerava i freni dell’arte, quasi neppur quelli della materia: di qui la natura de’ suoi lavori, tanti eppure tutti staccati da ogni tradizione di scuola, e sempre con potente personalità, e aventi per carattere indefettibile la forza. Architetture bizzarramente complesse carica di statue in posizioni faticose, quasi potenti volontà incatenate da una forza prevalente, e costrette a mestizia eterna o ad una meditazione prossima al disperare: fino i suoi colori sono così ricisi, così taglienti i contorni, che li credi destinati a rilevarsi in marmo.
Soggiogando la materia alla sua fantasia, pretendeva dare corpo al sentimento, ridurre le statue ad esprimere generose concezioni, possibile fosse o no; onde molte incominciò e non finì; altre ferì di colpi sì risoluti, da venirgli poi meno il marmo; i nudi sdrajati sulle tombe de’ Medici, doveano essere allegorie, nate nella concitata immaginazione per significare tutt’altro che le glorie dei Medici; e in Lorenzo di Pietro, il più inetto e tristo di quella razza, atteggiava un’idea intitolandolo il Pensiero, e mettendo l’anatomia a servizio di questa. E sempre egli vagheggiava una forma indipendente, che traesse importanza unicamente da sè e per sè, che comandasse lo stupore colle ardite combinazioni: ma cercando l’effetto senza riguardo alla convenienza, aperse la via alla corruzione, e coll’abuso dell’astratto spuntò il sentimento della castigatezza. Sarebbe però ingiustizia apporre all’iniziatore il trasmodare degli imitatori.
Anche nell’architettura ridestò lo stile colossale e l’unità d’ordine: ma poichè il modo antico non si confaceva più coi bisogni e colle idee presenti, gli si surrogava il convenzionale. La sacristia di San Lorenzo, cappella funeraria de’ Medici, maestosa nelle masse, pecca di licenze e magrezze: nella biblioteca Laurenziana si trovava legato da troppe convenienze: al palazzo Farnese di Roma, disegnato dal Sangallo, pose il cornicione più bello dopo quel del Cronaca a Firenze. Commessagli da Pio IV una chiesa sulle terme di Diocleziano, seppe valersi delle ossature antiche con un rispetto che neppure in quella chiesa usarono a lui i successivi architetti. Riordinò il Campidoglio sul declive opposto al primitivo, con un balaustro tutto a pezzi antichi, e col Marc’Aurelio equestre; la spianata fiancheggiò di due ale di palazzo, e cominciò quello del Senatore, alzato poi da Giacomo della Porta e dal Rainaldi con infelici variazioni. Ivi egli inventò il capitello jonico colla voluta in fuori, per quel desiderio d’originalità che il traeva a innovamenti non necessarj di disposizione e di decoramento; come nella porta Pia, mescolanza illaudevole di classico e di nuovo, da cui furono spinti a tante bizzarrie gl’imitatori.
La basilica di San Pietro in Vaticano, malgrado i difetti, resta il capolavoro delle arti, delle quali offre la storia dal tempo che Proba nel IV secolo v’ergeva un tempietto a suo marito Anicio, infino al Tenerani. Ideata al tempo di Costantino sul tipo di San Giovanni Laterano e di San Paolo, ebbe atrio quadrifario al vestibolo; internamente cinque navi; erte mura di mattoni; pavimento di marmi varj di figura, di grandezza e colore; finestre colorate in telaj di bronzo; bronzo le imposte della porta principale, tolte a qualche tempio, come n’erano tolti altri membri. In appresso fu modificata, e aggiuntivi altari e monumenti di forma e destinazione diversa, oratorj, sacristie, cappelle, biblioteca, monasteri, mausolei; varianti di stile secondo i passi dell’arte. Dite altrettanto delle pitture e de’ musaici, sì internamente come sulla facciata, alla quale sovrastava una croce di marmo con a’ piedi Cristo seduto, avente alla destra la Madonna, alla sinistra san Pietro, da piè Gregorio IX inginocchiato, e ai lati i quattro animali simbolici.
Riedificare quella basilica in modo che, sorpassando i monumenti eretti dai padroni del mondo, rappresentasse la grandiosità cattolica, pensò Nicola V, e ridurre il palazzo Vaticano bastante a tutti i cardinali, che circonderebbero il papa quasi un concilio permanente; ivi tutti gli uffizj della curia; ivi grandioso ricinto del conclave; immenso teatro per la coronazione; sontuosi appartamenti pei principi; il colle, tutto sparso di edifizj, comunicherebbe colla città per lunghi portici a botteghe; attorno giardini, fontane, cappelle, biblioteca. Morte interruppe il disegno datone da Nicolò Rosellini; e il piano di Leon Battista Alberti per la chiesa conosciamo solo dalla descrizione del Bonanni.
Fatto che sarà il mausoleo di Giulio II, dove collocarlo? Michelangelo propose di compiere la tribuna, dal Rosellini divisata in testa all’antica basilica; non vi vorrebbero meno di centomila scudi. — Ducentomila se occorrono», rispose Giulio; e si cominciò a discuterne; e come di cosa nasce cosa, quel papa, a cui nulla parea troppo grande, sentì nascersi il desiderio di dare degna occupazione ai valenti artisti col ricostruire San Pietro. Bramante prevalse ai competitori, ma i disegni andarono perduti, salvo quel che Rafaello raccolse e che il Serlio pubblicò. Davanti, un peristilio a triplici colonne; dentro, croce latina terminante in tre semicircoli, donde l’occhio s’alzerebbe alla cupola, per la quale, sopra le volte gigantesche del Tempio della Pace, proponevasi collocare la rotonda del Panteon.
Niuno dunque può contendergli il merito del gran concetto, benchè non effettuato: e quella perfetta unità, con armonia delle linee e delle parti, avrebbe fatto parere San Pietro più grande del vero, come ora accade il contrario. Postovi mano, della fretta apparvero risentimenti nei crepacci; e i contrafforti con cui Michelangelo rinforzò i deboli piloni, alterarono l’economia dell’edifizio. Morti Giulio e Bramante; morto il Sangallo che aveva compilato tutti gli edifizj di Roma antica in un disegno che sarebbe riuscito interminabile; morti frà Giocondo e Rafaello, cui Leone X l’avea successivamente affidato, l’ebbe Baldassarre Peruzzi. Costui disegnò una croce greca, finita in quattro emicicli, sopra cui quattro campanili: entrandovi per quattro porte, l’occhio da ogni parte cadeva sopra l’altare posto in mezzo, sotto alla cupola. Bello e armonico disegno, ma al quale sarebbe stato mestieri altro coraggio e vivacità che non n’avesse il Peruzzi, meglio opportuno a disporre piccoli palazzi e facciate eleganti.
Paolo III nel 1546 affidò la fabbrica a Michelangelo, il quale di settantadue anni si accinse a coprire San Pietro. L’età e più il carattere toglievano ch’e’ pensasse, come altri, a perpetuarsi l’impiego eternando il lavoro; ricusò l’assegno di seicento zecchini; e mentre un modello complicatissimo del Sangallo era valso cinquemila centottantaquattro scudi, egli finì il suo in quindici giorni, e con venticinque scudi, sopprimendo le particolarità dispendiose, e con ciò aumentando maestà, grandezza, facilità. Preferì la croce greca, corintia dentro e fuori, con un ordine solo, e colla più possibile unità. Il papa gli concesse di mutare quel che voleva, ma nulla alterasse il modello; ond’egli, vinte le cabale, superando le maldicenze coll’unico mezzo da ciò, il disprezzarle, inoltrò di pari passo tutto l’edifizio. La cupola doveva costituirne la parte principale, e dai quattro bracci godersene la vista; e il grandioso stilobate, sovra cui rilevò tutto l’edifizio, accenna qual sarebbe riuscita la fronte se i successivi non l’avessero guasta.
Tra questi lavori morì a novant’anni. Al suo mortorio in San Lorenzo soprastavano il Vasari e il Bronzino pittori, l’Ammanato e il Cellini scultori: Benedetto Varchi recitò l’orazione funebre, molti poetarono, altri fecero una quantità d’iscrizioni. V’assisteano da ottanta fra pittori e scultori: molti aveano fatto mostra di abilità nel catafalco, ornato di storie a chiaroscuro e di statue: e Fame ed Eternità, e l’Odio e la Sproporzione e la Pietà, tutti i fiumi del mondo che venivano a condolersi coll’Arno; tutti i pittori da Cimabue in poi che incontravano l’ombra di Michelangelo; e varj atti della vita di questo, e massimamente gli onori rendutigli da principi; ed altre invenzioni ed allegorie, perdonabili ad apparati effimeri[29].
Certo egli fu uno de’ caratteri più nobilmente improntati. Molto doveva ai Medici, pure ne aborrì la tirannia; munì di difese Firenze, ma prima che assediata fosse partì per Venezia. Reduce poi, e perdonato da Clemente VII, s’adoprò per quelli che aveano resa serva la sua patria; ma sulla statua della Notte scrisse, « — È bene ch’ella dorma per non vedere i mali e l’obbrobrio»[30]: rifiutò d’architettare la fortezza; e chi dicesse che poco monta perchè altri la farebbe, non merita di capire cosa sia la dignità. Di profondità morale e religiosa son monumento le sue lettere al Vasari, che gli narrava le feste per la nascita d’un nipotino di lui: — Mi dispiace tal pompa, perchè l’uomo non deve ridere quando il mondo tutto piange; e mi pare che Lionardo a un che nasce non abbia a fare quella allegrezza che s’ha a serbare alla morte di chi è ben vissuto». Austero di condotta, frugale e perciò incorruttibile, amò quei che gli stavano attorno, la morte d’un fedel servo l’accorò come fosse d’un figlio, e scriveva al Vasari: — Voi sapete come Urbino è morto, di che m’è stata grandissima grazia di Dio, ma con grave mio danno e infinito dolore. La grazia è stata che, dove in vita mi teneva vivo, morendo m’ha insegnato morire non con dispiacere, ma con desiderio della morte. Io l’ho tenuto ventisei anni, e hollo trovato carissimo e fedele; e ora che lo avevo fatto ricco, e che io lo aspettavo bastone e riposo della mia vecchiezza, m’è sparito, nè m’è rimasta altra speranza che di rivederlo in paradiso. E di questo m’ha mostro segno Iddio per la felicissima morte che ha fatto, chè, più assai che ’l morire, gli è rincresciuto lasciarmi in questo mondo traditore con tanti affanni, benchè la maggior parte di me n’è ita seco, nè mi rimane altro che un’infinita miseria».