Di quelle stranianze, di quel fare selvatico e astratto che gli artisti affettano quasi segno di genio, non peccava Rafaello; benignissimo di naturale, amabile quanto le sue pitture. Instancabile a crescere in cognizioni, traeva a sè con una specie di fascino i migliori intelletti; de’ cui consigli si giovava, e spesso per genio antiveniva i trovati faticosi della scienza. I giovani dirigeva amorevolmente, e fin cinquanta pittori di nome gli facevano corteo come a maestro allorchè andava a corte. Non che detraesse agli emuli, s’ingegnava profittare del merito di ciascuno; quindi cerco da tutti, e la sua vita fu una serie di trionfi; fortunato sempre, anche nel morire prima di perdere le illusioni. A trentasette anni, spossato da voluttà cui traevalo la sua sensibilità al bello, fu salassato, e dovette soccombere. Il quadro della Trasfigurazione ch’egli avea sul cavalletto, quasi la parola incompiuta d’un morente che lasciando indovinare raddoppia l’emozione, fu la più splendida orazione alle sue esequie.

A parte a parte si troveranno pittori che lo superino; nessuno che come lui congiunga disegno, colorito, forza di chiaroscuro, effetto prospettico, immaginativa, condotta, quella grazia che è più cara della bellezza, e l’armonia della vita esteriore coll’interna; egli divoto ne’ santi e voluttuoso nelle Galatee; egli grazioso a finire un quadretto, magnifico nelle epopee della sacristia di Siena e dell’incendio di Borgo, patetico nello Spasimo. Il suo disegnare non è il supremo grado della delicatezza e giustezza? dove trovar mani e piedi meglio rilevati che nel Battista della Tribuna? dove chiaroscuro più efficace che nella liberazione di san Pietro? l’Eliodoro e il miracolo di Bolsena sono pel colorito i migliori affreschi del mondo, anche a fronte di quei del Giorgione e di quei del Tiziano a Padova. Nè altri mai colse la natura sul fatto come lui; mirabilmente esprimendo le particolarità della vita morale e fisica, cioè l’individualità, senza pregiudicare all’insieme; e in quegli ampj componimenti potè estenderla alle età, agli affetti, ai caratteri tutti, non in situazioni esagerate, ma in gradazioni composte, alla profondità congiungendo flessibilità meravigliosa, nulla trattando alla leggera, e dalla graziosità delle forme non iscompagnando la giustezza del pensiero; sicchè, come Apelle dell’antica, così egli offre il tipo della bellezza moderna e del mistico ideale[26].

Scolpiva anche ed architettava; e composizioni di gusto castigato e non servile pose per isfondo dei quadri. A Firenze i palazzi Uguccioni in piazza del granduca, e Pandolfini in via San Gallo disegnò con purezza e nobiltà d’elevazione e di fregi; in Roma rimpetto della Farnesina del Peruzzi pose un palazzino elegantissimo pel Chigi; e principalmente lodano quello vicino a Sant’Andrea della Valle. Nel cortile in Vaticano le loggie aperte a tre piani, e vi storiò cinquantadue fatti sacri, con arabeschi ai quali innestò figure umane e simboliche, cosa non usitata nè da Cristiani nè da Arabi, ma che poi si riscontrò nelle terme di Tito, e ch’egli potea aver conosciute: e quel lusso fu adottato a ornare regalmente i palazzi, e diffuse il gusto di purissimi ornamenti; tanto più che, essendosi allora perfezionata l’incisione, Marcantonio non credette adoprar meglio il magistrale suo bulino che sulle opere di Rafaello, le quali così potevano rapidamente essere ammirate dai lontani.

Per altre vie che dell’ordine e della castigatezza giganteggiò Michelangelo Buonarroti (1475-1564), da Caprese aretino. Allogato a Firenze col Ghirlandajo, il dipintore allora più famoso, tanto se l’affeziona, da farsene perdonare le correzioni che fa ai disegni di lui, ridintornandoli fieramente. Per dare la baja a cotesti che non sanno ammirare se non ciò ch’è antico, finge avere scoperto un Cupido, e come l’ode lodato a cielo, palesa d’esserne autore egli, giovane sui vent’anni. Il conversare con Lorenzo de’ Medici e coi letterati della costui Corte, e le preziosità di quella galleria l’iniziano ai precetti della scuola; ma diceva che chi non sa far bene da sè, non può ben servirsi delle cose altrui.

Vedendo insigni antichità allora venute in luce, quali il torso del Belvedere, l’Ercole e Anteo, l’Ercole Farnese, il Laocoonte, giudicò inespressiva la calma dei moderni: e mentre prima di lui usavansi inflessioni sobrie e maestose, cercando nel disegno piuttosto il decente che il miracoloso, dell’anatomia valendosi solo per dar ragione delle movenze; nell’architettura volendo accoppiare la forza colla convenienza, Michelangelo pensò bisognasse alle figure dare vita dal capo ai piedi, anzichè concentrarla nel solo volto; preferì i nudi e le musculature; e pigliata fiducia dalle vive lodi e dalle grandiose commissioni, lanciossi ad ardimenti che solo il suo genio può giustificare; e colla imitazione della natura arrivò a surrogare all’antico ideale un altro, ch’è l’apoteosi della forza dell’uomo.

Dapprima baldanzoso ad abbracciare tutte le arti sorelle, come si vide cerco e vantato fu preso da subito sgomento di se stesso e dell’arte; e gittato lo scalpello, senz’altro che la Bibbia e la Divina Commedia si ritirò a gemere in versi desolati; avvicendamenti d’esaltazioni e di sconforti, che le anime grandi conoscono. Gli restituì la fiducia Giulio II, commettendogli un mausoleo, degno del committente e dell’artista, con grande architettura e ben quaranta statue, delle quali il Mosè non era che una[27]. Ne strillarono i competitori, e attesero a torgli l’amor del papa; ma avendolo questo un giorno fatto aspettare in anticamera, egli lasciò detto all’usciere: — Quando mi domanda, rispondigli che son ito altrove». E detto fatto, monta sulle poste e torna in Toscana; vani i corrieri a spron battuto spacciati sull’orme di lui dal pontefice; vane le lettere a lui, i brevi minacciosi alla Signoria; dice voler recarsi al granturco, che lo richiede d’un ponte fra Costantinopoli e Pera. Alfine rivenne a Roma, e il monsignore che l’introdusse volle scusarlo presso Giulio II della sua scortesia; ma il papa, costretto a fargli buon viso, fu lieto d’avere su cui sfogare il suo rancore, strapazzando il prelato; poi all’artista commise la statua sua per Bologna. «Maestà, forza, terribilità» v’avea egli espressa, talchè il papa gli domandò, — Dà la benedizione o la maledizione?» I Bolognesi ammutinati la mandarono a pezzi, e Alfonso d’Este ne fece un cannone.

I cartoni della guerra di Pisa, che in venti mesi terminò a Firenze, avevangli dato fama del più grande disegnatore. Vorrebbesi che Bramante, per mortificarlo, insinuasse a Giulio II di fargli storiare la cappella di Sisto IV, sperando, nell’insolito artifizio del fresco, resterebbe inferiore a Rafaello e agli altri. Invano scusatosene, Michelangelo si rinchiuse senza veder nessuno, nè a nessuno fidarsi; non potendo escludere le distraenti officiosità del papa, or gli faceva cascare una tavola ai piedi, or lo impolverava, quasi fosse caso; e se l’impaziente gli chiedeva — Quando avrai finito?» rispondeva: — Quando potrò». Vorrebbero che in venti mesi compisse quel suo capolavoro. Rispettando le architettoniche forme, come opportune a dare anch’esse solidità e vita, divise in altrettanti comparti la storia, dalla prima colpa sino a’ preludj della redenzione. I profeti e le sibille, gigantesche cariatidi ne’ pennacchi, sembrano appoggiare non meno la vôlta della sala che l’edifizio dell’antica legge; e negli atti nuovi, ne’ volti, ne’ panneggiamenti mostrano quel vigore di spirito che sa tenere viva la speranza in un mondo pervertito: mentre con moltissime difficoltà d’esecuzione è espresso l’incanto del bello nella creazione, e la calma nelle scene patriarcali.

Compiva egli i sessant’anni quando Paolo III con dieci porporati gli venne a casa pregandolo di ripigliare a dipingere una faccia della cappella stessa. Accettò, ma cascato dal palco e fiaccatasi una gamba, per nuovo scoraggiamento avea deliberato lasciarsi morire; pure distolto dal proposito, in otto anni compì il famoso Giudizio. Quella simmetria che s’ammira negli affreschi precedenti, qui è dissimulata fino a somigliare alla varietà della natura: eppure senza che verun interstizio palesi una distribuzione sistematica, il pensiero si eleva di giro in giro dal primo rifluire della vita, dalle prime angosce dell’inferno, dalle prime aspirazioni verso il bene supremo, fino alle ultime lotte della speranza, o dalla calma delle schiere beate fino all’esultanza del trionfo e alla gloria di Colui, che sovra i maledetti fa terribilmente inclinare le sfere rotanti.

Ebbe così ritratti in quella cappella i due punti estremi della vita del genere umano; e niuno seppe meglio rapire alla natura il segreto delle ineguali proporzioni, in modo d’imprimere sulle membra i differenti destini; nè rivelare più sentitamente la robusta espressione meditabonda. Come Fidia ad Omero e alle tradizioni poetiche dell’età sua, così egli s’ispirò alla Bibbia e alla Divina Commedia per nobilitare la natura umana: ma Dante, dopo gli spasimi dell’inferno, ricrea coll’eterno riso e l’ineffabile dolcezza del cielo; Michelangelo subordina l’etereo e il sovrumano ai materiali spedienti del disegno; vuole il nudo e l’anatomia, senza riflettere a modestia o a convenienze, senza ricordarsi che, nell’arte non meno che nella morale, si trova vero quel proverbio, — Non osservar troppo sotto la pelle». E coloro che si avventano contro Paolo IV che fece da Daniele di Volterra velare i nudi della Sistina, sappiano che l’Aretino, l’Aretino io dico, disapprovò tali indecenze, il cui abuso in un’anima così bella mostra quanto si fossero incarnate coll’arte le idee pagane[28].

Vogliono che dalle opere di lui Rafaello traesse l’ultima sua maniera larga: ma mentre Michelangelo diceva, — Quanto Rafaello sa di pittura, sono io che glie l’ho insegnato», questi, senza tenersi offeso dell’esagerazione, si chiamava felice d’essere nato al tempo di Michelangelo. Mentre Rafaello infrena il proprio genio, s’acconcia ai varj maestri, e tiene della grazia primitiva anche quando s’avventura al robusto e al teatrale, il Buonarroti sovverte le nozioni del bello, rende incerti, arbitrarj, convenzionali i limiti dell’arte. Rafaello, col segreto delle simpatie esprime il carattere, il patetico ancor più che il bello; in invenzioni che appagano il giudizio e toccano il cuore, si può dir veramente trasfonda la vita e il sentire e il visibile parlare. Gli studiosi dei segreti dell’arte e delle difficoltà materiali stordiscono innanzi alle opere di Michelangelo; ma chi non vuole disgiunto il bello dal ragionevole, appunta quella fantasia senza moderazione, quel grandioso esagerato, quella robustezza posta ne’ santi come ne’ demonj, quei gruppi d’abilità, d’apparato, d’ostentazione, che comandano la meraviglia, non ispirano l’affetto.