Altri sui vizj di quel secolo avventaronsi indignati. Le satire già erano messe in moda dai Beoni e dai Canti carnascialeschi: la terza rima vi fu applicata da Antonio Vinciguerra, segretario della repubblica fiorentina, nelle sei contro i peccati capitali che impestavano Italia e la Chiesa; rozze e dure, eppur sapute a mente da tutti. Quelle dell’Ariosto meglio si direbbero epistole; pedestri, individuali, di rado accostate alla quistione civile e di fuga; frizzi di vivace letterato che, desideroso di viver bene, d’avere miglior abito, maggiore libertà di arte, delle traversie non prende rabbia ma impazienza; spiritoso sempre, violento talora ma senz’asprezza, al modo d’Orazio partendo sempre da se medesimo, e dipingendosi come un epicureo di placidi godimenti. Tutto fuoco invece e biliose invettive, il fuoruscito Alamanni senza riguardo passa in rassegna i governi d’Europa; e si sveleniscono pure Gabriele Simeone e Pietro Nelli: il Bentivoglio procede meglio, così da beffa e da senno: il Lasca celebra la piazza imprecando a cotesto tedio del pensare.
Frequente bersaglio a’ satirici è il vivere lauto dei cherici e de’ prelati, e la scostumatezza de’ monaci. Giovanni Mauro va in estasi davanti a questo dolce guadagnare il paradiso colle mani in mano, e tesse la storia della bugia, che nata in Grecia, tragitta a Sicilia, a Napoli, infine a Roma, dove nessuno ancora la sturbò dal trono, e dove essa è lo scorciatojo per arrivare agli onori dopo venduto il caldarrosto per la via. Francesco Molza predica felice lo scomunicato perchè non ha più nulla a partire con Roma.
Con altrettanto ardore si coltivò un genere diametralmente opposto, il pastorale; ma anche questo senza verità. Aveano dinanzi agli occhi una natura ridente d’ogni bellezza; potevano esaminare la vita rustica, così varia dalle cascine delle Alpi alle vallate di Sonnino; dalle incolte pascione di Sicilia, divise da siepi di fico opunzio, a quelle di Roma pittorescamente sparse di grandiose rovine: ma no; per ispirarsi ricorreano alle corti di Tolomeo e di Augusto, soffiavano nella zampogna di Teocrito e di Titiro.
L’amore del descrittivo fece coltivare anche un altro genere della decadenza greca, il didattico. Luigi Alamanni e Giovanni Rucellaj cantarono la Coltivazione dei campi e quella delle api, ma non come chi si appassiona per la natura e per le semplici diligenze pastorali, testimonio di cuor buono: la sazievole monotonia del primo e la prosastica cascaggine del secondo non rattengono i pedanti dall’offrirceli come esemplari del verso sciolto. Erasmo di Valvasone friulano scrisse della Caccia, oltre l’Angeleide, poema sulla caduta degli angeli, che non desta interesse perchè tutt’altre passioni che le nostre s’incontrano fra esseri perfetti come Dio od orribili come i demonj: ma il Milton ne desunse alcuna cosa, e nominatamente l’infelice fantasia del cannone, adoprato in guerra dai demonj[135]. Bernardino Baldi urbinate, studioso delle lingue e delle matematiche ed uno de’ talenti più universali, soprantendendo alle fabbriche ducali d’Urbino, vi fabbricò Santa Chiara, creduta di Bramante; imprese la storia di Guastalla, d’ond’era abate ordinario; fece molte versioni dal greco, tentò introdurre nuove misure di versi, dettò egloghe pescatorie, e il poema della Nautica, diffuso e spesso prosastico; e sonetti sopra Roma, benchè la contemplazione di quella città «pur nelle sue ruine anco superba» non gli ecciti che idee di morale comune.
Donne molte salsero in fama di lettere e di coltura. La Cassandra Fedele, tutta entusiasmo e pietà, volta dall’infanzia ad elevati studj senza scapito della grazia e dell’ingenuità, ori o gemme mai non portò, mai non comparve altrimenti che con un vestitino bianco e velata il capo; ammirata per tutta Italia, venerata dai Veneziani, che faceva stordire coll’erudizione sua classica e teologica, e che rapiva coll’incanto e la vigoria del suo improvvisare musica e versi. Quando Isabella d’Aragona volle attirarla a Napoli con magnifiche promesse, il senato non sofferse che «la repubblica fosse privata de’ suoi più begli ornamenti». Gian Bellini ebbe commissione di riprodurne i lineamenti quando essa non finiva i sedici anni, quando cioè per cogliere al vero una fisionomia quasi infantile eppure già vagamente ispirata, voleasi un pennello, la cui delicata naturalezza fosse in armonia col soggetto.
Alle nozze di Lavinia, figlia di Guidubaldo d’Urbino, col marchese Del Vasto nel 1583, vuolsi intervenissero dodici poetesse italiane: Tullia d’Aragona, Gaspara Stampa, Laura Terracina, Chiara Matraini, Lucrezia Gonzaga da Gazzuolo, Claudia della Rovere, Costanza d’Avalos, Ersilia Cortese e le urbinate Elisabetta Cini, Isabella Genga, Minerva Bartoli, Laura Battiferri.
A Tarquinia, figlia del primogenito di Francesco Molza poeta, il senato romano decretò il titolo di cittadina, onor nuovo per donna, e il soprannome di Unica; il Tasso le intitolò il suo dialogo dell’amore; Francesco Patrizi il terzo tomo delle sue Discussioni peripatetiche, chiamandola «la più dotta fra tutte le più illustri matrone che sono, che furono e che in avvenire saranno».
Gaspara Stampa padovana verseggiò dietro al Collalto, guerriero il quale non prese che tedio de’ rimati piagnistei. Veronica Gàmbara da Brescia, in gioventù amica del Bembo, poi per nove anni moglie a Giberto di Correggio, passò la restante vita in casta e studiosa vedovanza. In maggior rinomo salì Vittoria, figlia del gran connestabile Fabrizio Colonna, di soli quattro anni fidanzata al marchese Alfonso di Pescara che n’aveva altrettanti: a diciassette si sposarono, ma a trentacinque egli perì nella battaglia di Pavia; ed ella disacerbò il dolore cantandolo, poi dandosi a fervorosa religione. Amata da Michelangelo, come cosa divina lodata da Bernardo Tasso, dal Rota, dal Costanzo, dal Minturno, dal Filocalo, dal Musofilo, da Galeazzo di Tarsia, de’ quali era la musa ispiratrice, nessuna nube offuscò l’illibato suo carattere[136].
Tullia d’Aragona, generata da un cardinale, bellissima, coltissima, cinta dal fiore di letterati e di galanti, gareggiando colle famigerate cortigiane di Bologna, di Roma, di Ferrara, di Venezia, alfine si ritirò a Firenze a vita migliore, e pubblicò molte liriche. Stomacata dalle sconcezze e profanità del Boccaccio, che «è da stupire come nè anche i ladri e i traditori che si facciano pur chiamar cristiani, abbiano mai comportato d’udir quel nome senza segnarsi della santa croce e senza serrarsi l’orecchio come alla più orrenda e scellerata cosa che possano udire le orecchie umane», compiangeva le altre sudicerie de’ suoi contemporanei, i Morganti, le Ancroje, gl’innamoramenti d’Orlando, i Buovi d’Antona, le Leandre, i Mambriani, l’Ariosto, i quali contengono «cose lascive, disoneste, e indegne che non solamente monache o donzelle o vedove o maritate, ma ancora le donne pubbliche le si lascino veder per casa»; onde, scaltrita per proprio esempio «di quanto gran danno sia nei giovanili animi il ragionamento, e molto più la lezione delle cose lascive e brutte», scrisse il Guerrino detto Meschino, coll’intenzione «di dar lode a Dio solo, e colla persuasione d’aver procurato al mondo un libro da essergli gratissimo per ogni parte». Non si può encomiarla se non del retto volere. E per verità fa scandalo non meno che stupore l’inverecondia dominante nelle composizioni d’allora; nei canti carnascialeschi, che ripeteansi dalle mascherate; nei capitoli, ove troppi riscontri trova monsignor Della Casa; nelle satire, nelle novelle, nelle commedie.
Non erano ancora dimenticati i misteri del medioevo[137], anzi continuarono assai tardi. Nel 1585 capitarono a Roma alcuni, probabilmente finti, principi Giapponesi, mostrandosi nuovi e convertiti ammiratori della nostra religione. Tornando per Venezia, la repubblica volle dar loro lo spettacolo d’una delle magnifiche sue processioni, nella quale le grandi confraternite rappresentarono alcuni misteri. Quella di san Marco atteggiò il miracolo avvenuto nel 1242 quando (un pescatorello l’attestò al doge) una turba di demonj avventava la più sformata procella sopra la città, se san Marco, san Giorgio e san Nicolò non l’avessero sviata. La scuola della Misericordia rappresentò Venezia circondata dalle Virtù, e con vesti e gioje che costavano più di cinquecentomila ducati. La scuola della Carità figurò la decollazione del Battista e i tre fanciulli nella fornace. La scuola di san Giovanni rappresentava gli Evangelisti, l’Abbondanza, le quattro Stagioni. Più ricca delle altre, quella di San Rocco era preceduta da quattro demonj, poi vedevansi su differenti palchi il peccato d’Adamo, il sacrifizio d’Abramo, vari atti di Mosè, una Samaritana che dal secchiello d’argento spruzzava i circostanti, e molti altri fatti dei due Testamenti; poi allegorie, poi il giudizio finale. Alla confraternita di San Teodoro precedeva uno che dall’inaffiatojo spargeva acqua rosata; poi il giudizio di Salomone, la Sibilla che ad Augusto addita il neonato bambino, Costantino battezzato, le beatitudini del paradiso, gli strazj dell’inferno; e non serve dire la quantità di preti, di confratelli, di angeli, di argenterie. Una processione consimile si fece nel 1598 in occasione della pace fra Enrico IV e Filippo II[138]. Anche Roma godeva di spettacoli più somiglianti ai misteri, che non ai drammi moderni, come la storia di Costantino rappresentata il carnevale del 1484 nel palazzo pontifizio.