Ma qui pure si vergeva al classico; e in qualche Corte, e massime a Ferrara, si recitavano componimenti antichi: Pomponio Leto espose davanti a Sisto IV commedie di Plauto e Terenzio, e nel 1486 in Ferrara i Menecmi tradotti. Non andava festa senza rappresentazioni drammatiche; e per dirne una, Lucrezia Borgia quando sposò il duca di Ferrara, vi giunse con tale accompagnamento, ch’erano quattrocentoventisei cavalli, ducentrentaquattro muli, settecentocinquantatre persone. Legga in Marin Sanuto chi vuole le particolarità di quell’entrata[139], splendida se altre mai, e i giuochi di funambuli e le giostre e i balli: noi diremo come centodieci commedianti rappresentarono cinque commedie di Plauto, con intermezzo di moresche, ossia di danze pirriche e pantomime di fatti mitologici, con musica del Tromboncino. A Venezia l’11 febbrajo 1514 si rappresentò l’Asinaria di Plauto in terza rima[140].
In questa città al principio del secolo XV per le rappresentazioni si formarono molte Compagnie dette della calza, perchè la loro divisa consistea nel colore d’una delle brache. Ciascuna distinguevasi con nomi particolari, degli Accesi, dei Pavoni, dei Sempiterni, dei Cortesi, dei Floridi, degli Eterei, ecc., con priore, sindaco, secretano, notajo, cappellano, messaggio[141]. Gli statuti, approvati dai Dieci, venivano solennemente giurati; e imponevano fratellevole benevolenza, non contese, non propalare le decisioni, festeggiare alle nozze di ciascun compagno; sposandosi far donativi a questi; accompagnarne il mortorio, e portare il lutto. Prendeano a stipendio artisti valenti per dirigere le loro feste; e il Tiziano ebbe soldo dai Sempiterni; una ordinò al Palladio un teatro nel grand’atrio corintio del monastero della Carità, e a Federico Zuccaro dodici scene per rappresentare l’Antigone, tragedia del conte Dalmonte vicentino. Quel teatro era di legno e poco poi bruciò, ed esso Palladio, dall’accademia Olimpica invitato a costruirne uno stabile a Vicenza, lo modellò sugli antichi, in una semiellissi poco favorevole all’acustica e meno alla visuale. Il palco offre in iscorcio sette vie, con palagi, tempj, archi in rilievo: ma, a tacerne lo stile moderno, essendo per necessità sproporzionati al vero, danno sgraziato vedere; e poco si tardò a conoscere inopportune decorazioni stabili, le quali non poteano valere se non ad un solo componimento. Il teatro di Sabbioneta fu da Vincenzo Scamozzi modellato più rigorosamente sull’antico, semicircolare, col palco visibile da tutti gli astanti. Ranuccio I Farnese nella Pilotta di Parma ne fondò un vasto, a disegno di Giambattista Aleotti, reso poi capace di quattordicimila spettatori, e dove potea condursi acqua per le naumachie. Dappoi si moltiplicarono; surrogaronsi palchetti alle scalee; e al tempo del Bibiena già teneano forma odierna.
In una rappresentazione alla Corte d’Urbino, descritta da Baldassarre Castiglioni, la scena fingeva una via remota tra le ultime case e il muro della città, dipinto sul dinanzi del palco, mentre la platea figurava la fossa. Sopra i gradini degli spettatori girava un cornicione rilevato, in cui lettere bianche su campo azzurro mostravano questo distico del Castiglioni, allusivo al duca Guidubaldo:
Bella foris, ludosque domi exercebat et ipse
Cæsar; magni etenim utraque cura animi.
Mazzi e festoni di fiori e d’erbe pendevano dal cielo della sala; attorno alla quale due ordini di candelabri, tanto majuscoli da portar ciascuno fin cento torcie, rappresentavano le lettere Deliciæ populi. Sulla scena era disegnata una bella città, parte in rilievo, con un tempio ottagono di stucco, lavorato a finissime storie, finestre finte d’alabastro, architravi e cornici d’oro e oltremare, e finte gemme e statue e colonne e bassorilievi, che in quattro mesi non le avrebbero finite quanti artisti nutriva Urbino. Musica emanante da luoghi nascosti ricreava una commedia tutta di fanciulli, e la Calandra del Bibiena. Più si ammirarono gl’intermezzi, nel primo de’ quali Giasone, armato all’antica, uscì ballando, poi côlti due tori ignivomi, gli obbligava all’aratro; allora dai seminati denti del dragone rampollavano uomini armati a danzare una moresca, sinchè l’un l’altro si uccidevano. Nel secondo, Venere appariva sul carro tratto da due colombe, cavalcate da amorini; altri amorini coi simboli proprj carolavano, sinchè colle faci metteano fuoco ad una porta, donde uscivano nove coppie di amanti affocati a ballare. Nel terzo, atteggiarono Nettuno e otto mostri marini: nel quarto, Giunone coi pavoni e i venti. E un amorino spiegava l’intenzione degli intermedj con versi composti dal Castiglioni, che riducevanli a significazione unica e morale[142].
Passando Leone X per Firenze, il Rucellaj ne’ suoi famosi orti fece recitare la Rosmunda: poi nel palazzo de’ Medici si atteggiavano due commedie oscene, la Mandragora del Machiavelli e l’Assiuolo di Gianmaria Cecchi, disponendo nella sala due palchi per modo che, finito che fosse un atto dell’una, sull’altro cominciavasi un atto dell’altra, con questa alternativa ingannando la lunghissima durata[143].
Nè qui vogliamo dimenticare il famosissimo atto della Pinta, rappresentato in Santa Maria della Pinta a Palermo il 1562, l’anno appunto in cui nasceva Lope de Vega, a’ cui atti sacramentali tanto somiglia. Aveva composto il libretto Merlin Coccaj, compiutolo Gaspare Licco, musicatolo il Chiaula: rappresentava la creazione e l’incarnazione, e costava ogni volta dodicimila scudi; onde il vicerè Colonna ebbe ad esclamare: — È troppo per questa terra, poco pel paradiso».
La prima tragedia regolare e in versi sciolti fu la Sofonisba del Trissino, modellata sopra Sofocle[144], dove il coro non solo riempie gl’intervalli, ma rappresenta la parte morale. Nel carattere dell’eroina, non mai tentato da altri, abbastanza si commisurano la realtà coll’ideale; ma i colori sono pallidi e uniformi, la semplicità greca portata all’eccesso, misero l’intreccio, troppi gli sfoghi d’un dolore rimesso, soprattutto squallida la dicitura. La Rosmunda e l’Oreste del Rucellaj, l’Antigone di Luigi Alamanni, la Tullia del Martelli son pitocchi ricalchi degli antichi, sull’esempio de’ quali voleansi giustificare le prolisse narrazioni, il dialogo esanime, la triviale moralità de’ cori. Moltiplicaronsi poi quando invalse di recitarne all’entrata de’ principi; e forse la migliore di quel secolo, sebbene sconosciuta nè credo stampata, è l’Orazia dell’Aretino, primo esempio dei drammi storici ad azione ampia e spettacolosa, che formarono poi la gloria di Shakspeare.
Dalla pittura degli affetti si fe pronto passaggio a quella dei delitti; e nella Canace di Speron Speroni la protagonista compare sulla scena un istante prima del parto, consultando la nutrice sul come nasconderne il frutto; entra a partorire due gemelli, che per ordine del padre son gettati ai cani[145]. Nella Selene di Cintio Giraldi ferrarese la regina e sua figlia per un atto intero tengono alla mano, dinanzi al senato egizio, due teschi, che credono del figlio e del marito: un incesto, un parricidio, un suicidio, e qualch’altre uccisioni secondarie empiono il suo Orbecche. Gli va di costa l’Arcipranda, posta fra le migliori del secolo; soggetto di atrocità romanzesca, con cadaveri strascinati, ed altri fatti a brani, e pur mescolata a pitture voluttuose; opera di Antonio Decio, amico e lodato dai migliori d’allora e da Torquato Tasso. Nella Semiramide Muzio Manfredi cesenate sceneggia sfacciatamente l’incesto. Frate Fuligni espone sul palco le torture inflitte dai Turchi al Bragadino; l’atteggiamento delle quali atrocità rivela l’abitudine di vederle nella vita, e la fomentava.