Capace di vedere quanto v’avea di moderno nell’antichità e d’antico nel medioevo, venuto in tempo che la assolutezza dello Stato pugnava colla democrazia sovrana, a quella s’affisse, e precorse l’età dell’onnipotenza dello Stato, oggi stabilita dappertutto fuorchè in Inghilterra. Che bizzarre origini, che strani intenti non si attribuirono al suo Principe! Udiamo lui stesso confessarceli: — Io mi sto in villa, e poichè seguiono quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dì a Firenze. Ho insino a qui uccellato ai tordi di mia mano, levandomi innanzi dì; impaniavo, andavane oltre con un fascio di gabbie addosso, che pareva il Geta quando torna dal porto con i libri d’Anfitrione; pigliava al meno due, al più sette tordi. Così stetti tutto settembre; di poi questo badalucco, ancorachè dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere; e quale la vita mia dipoi vi dirò. Mi levo col sole, e vommi in un mio bosco che io fo tagliare, dove sto due ore a riveder le opere del giorno passato, ed a passar tempo con quei tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mani o fra loro o coi vicini. Partitomi dal bosco, io me ne vo ad una fonte, e di qui in un uccellare, con un libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come dire Tibullo, Ovidio e simili. Leggo quelle amorose passioni, e quelli loro amori ricordanmi de’ miei, e godomi un pezzo in questo pensiero. Trasferiscomi poi in sulla strada nell’osteria, parlo con quelli che passano, domando delle nuove dei paesi loro, intendo varie cose, e noto varj gusti e diverse fantasie di uomini. Viene in questo mentre l’ora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi, che questa mia povera villa e paulolo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’osteria: qui è l’oste per l’ordinario, un beccajo, un mugnajo, due fornaciaj. Con questi io m’ingaglioffo per tutto il dì giuocando a cricca, a tric trac, e dove nascono mille contese e mille dispetti di parole ingiuriose, ed il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Così rinvolto in questa viltà, traggo il cervello di muffa, e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi ritorno a casa, ed entro nel mio scrittojo; ed in sull’uscio mi spoglio quella vesta contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandare della ragione delle loro azioni: e quelli per loro umanità mi rispondono, e non sento per quattro ore di tempo alcuna noja, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte, tutto mi trasferisco in loro.
«Perchè Dante dice Che non fa scienza senza ritener lo inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto un opuscolo De principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subjetto, disputando che cosa è principato, di quali spezie sono, come e’ si acquistino, come e’ si mantengono, perchè e’ si perdono; e se vi piacque mai alcun mio ghiribizzo, questo non vi dovrebbe dispiacere; e ad un principe, e massime ad un principe nuovo, dovrebb’essere accetto; però io lo indirizzo alla magnificenza di Giuliano.
«Io ho ragionato con Filippo Casavecchia di questo mio opuscolo, se gli era bene darlo o non lo dare; e se gli è ben darlo, se gli era bene ch’io lo portassi, o che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano non fussi, non che altro, letto: il darlo mi faceva necessità che mi caccia, perchè io mi logoro, e lungo tempo non posso stare così, che io non diventi per povertà contennendo. Appresso, il desiderio avrei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me: e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio dell’arte dello Stato, non gli ho nè dormiti nè giucati; e dovrebbe ciascuno aver caro servirsi d’uno, che alle spese di altri fussi pieno di esperienza. E della fede mia non si dovrebbe dubitare, perchè, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatre anni, che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia».
Finì l’opera al modo che conosciamo (t. IX, p. 150), e la dirigeva all’inetto Lorenzo dicendogli: — Pigli vostra magnificenza questo piccolo dono con quell’animo che io lo mando; il quale, se da quella fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà dentro un estremo mio desiderio che ella pervenga a quella grandezza che la fortuna e le altre sue qualità le promettono. E se vostra magnificenza dall’apice della sua altezza qualche volta volgerà gli occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto indegnamente sopporti una grande e continua malignità di fortuna».
Che glien’incontrò? I tiranni nol curarono; solo alla fine il cardinale de’ Medici lo deputò al capitolo de’ frati di Carpi, e il fratello di quello gli fece un assegno affinchè scrivesse le storie di Firenze. Nella qual opera stava ben sull’avviso di non offendere, e al Guicciardini scriveva: — Essendo per entrare in certe particolarità, avrei duopo sapere da voi s’io mettami a rischio di dispiacere sia rivelando, sia rappicciolendo gli avvenimenti; consiglierommi del resto meco medesimo, e m’ingegnerò a far sì che, pur dicendo la verità, a niuno debba ella rincrescere». Fortuna fu dunque che morte il togliesse dall’impaccio di narrare i casi contemporanei, ove impossibile l’orzeggiare.
Che se lo ammiravano i politici, la sana cittadinanza gli volle male di quella sregolata politica[193], la quale dovea non liberare l’Italia dagli stranieri, ma buttarla in loro braccio pervertita e derisa.
Intanto conosciuto per bizzarro e d’opinioni singolari[194], detta sconcie commedie, e da Firenze gli scrivono: — Ora che non ci siete voi, nè giuoco nè taverne nè qualche altra cosetta non ci s’intende». A cinquant’anni spasima d’una fanciulla, e, fra altre sudicie lettere, nel gennajo 1514 scriveva al Vettori, inviandogli un sonetto amoroso: — Io non saprei rispondere all’ultima vostra lettera con altre parole che mi paressino a proposito, che con questo sonetto, per il quale vedrete quanta industria abbia usato quel ladroncello d’Amore per incatenarmi. E sono, quelle che ha messo, sì forti catene, che io son al tutto disperato della libertà. Nè posso pensar mai come io abbia a scatenarmi: e quando pur la sorte, o altro aggiramento umano, mi aprisse qualche cammino a uscirmene per avventura, non vorrei entrarvi; tanto mi pajono ora dolci, or leggiere, or gravi quelle catene; e fanno un mescolo di sorte, che io giudico non poter vivere contento senza quella qualità di vita. Io mi dolgo che voi non siate presente per ridervi ora dei miei pianti, ora delle mia risa; e tutto quel piacere ne avreste voi, se lo prova Donato nostro, il quale insieme coll’amica, della quale altre volte vi ragionai, sono unici porti e refugi al mio legno, già rimaso per la continua tempesta senza timone e senza vele». Vive discolo sempre, corifeo de’ bontemponi; e nelle regole che dettava per una brigata compagnevole, imponeva che tutti intervenissero puntuali ai perdoni, alle feste, alle cerimonie ecclesiastiche, e insieme a tutti i balli, le colazioni, le cene, gli spettacoli, le veglie ed altri spassi, sotto comminatoria d’essere relegati gli uomini in un convento di monache, le donne in uno di frati.
Poi di mezzo a questa vita godereccia dava arguti pareri intorno alla situazione dell’Italia, o andava ad una delle tante confraternite devote, e alla sua volta vi recitava una predica sul De profundis, conchiudendo coll’esortare a penitenza, e ad «imitare san Francesco e san Girolamo, i quali per reprimere la carne e torle facoltà a sforzarli alle inique tentazioni, l’uno si rivoltava su per i pruni, l’altro con un sasso il petto si lacerava... Ma noi siamo ingannati dalla libidine, incôlti negli errori, e inviluppati ne’ lacci del peccato, e nelle mani del diavolo ci troviamo; perciò conviene, ad uscirne, ricorrere alla penitenza, e gridare con David, Miserere mei Deus, e con san Pietro piangere amaramente». Così predicava forse prima d’uscire a cantar la serenata:
Apri all’amante le serrate porte...
Pon giù quella superbia che tu hai;