Contro di lui era diretto il «Terremoto del Doni fiorentino, colla rovina di un gran colosso, bestiale anticristo della nostra età, opera scritta ad onor di Dio e della santa Chiesa per difesa non meno dei buoni Cristiani», con una prefazione «al vituperoso, scellerato e d’ogni tristizia fonte ed origine Pietro Aretino, membro puzzolente della pubblica falsità, e vero anticristo del secol nostro».
Questo Anton Francesco Doni da Firenze (-1574), servita, poi prete secolare, «vivendo di kyrieleison e di fidelium animæ», bizzarrissimo come uomo e come scrittore, stampava opere, che poi riproduceva sotto mutato titolo, e lavori altrui pubblicava col proprio, sempre variando di mecenati, per buscare. Le sue Librerie sono cataloghi e giudizj di opere, ma talora fine o mutate a capriccio, e sempre inesatti. La Zucca, i Marmi, i Mondi, le Pitture, i Pistolotti, e l’infinità de’ libercoli suoi riboccano di capresterie pazzesche, non ben discernendosi quando burli o parli da senno. Volle sin fare una dichiarazione sopra il terzo dell’Apocalisse contro gli Eretici.
Ferocissimamente lo nimicò Lodovico Domenichi (-1564), scrittore spiritoso e vuoto, vissuto in corte de’ Medici e sotto i cui auspizj si formò a Piacenza sua patria un’accademia, che avea per patrono Priapo e le costui insegne. Egli stampò come originali alcune traduzioni, e come sue delle opere altrui, fra le quali un dialogo, che dieci anni prima era comparso fra i Marmi, e a cui allora aggiungeva tre invettive contro il Doni. Il quale, oltre la taccia di plagiario, allora molto comune, in una lettera che rimane a suo perpetuo vitupero[189] lo accusava con infamie da spia, ed ebbe il dispetto di non vedere esaudita la sua ira. Eppure fin medaglie si coniarono al Domenichi[190].
Amico, nemico, imitatore dell’Aretino, Nicolò Franco beneventano (-1569) cerca incessantemente e ottiene, e ne’ suoi sonetti l’accocca a re, a papi, a cardinali, a letterati, al concilio di Trento, con vomito di rabbia e di sudiceria. L’Aretino lo adoprò per iscrivere satire e per farsi correggere i proprj scritti, come dotto che era di latino e greco: poi guastatisi, Nicolò intitolossi flagello del flagello, con oscenità grossolane il serpentava, «agli infami principi dell’infame secolo» diresse un virulento rimbrotto de’ favori a un tal mostro conceduti, e — Principi, io v’ho parlato in rima, ed ora vi parlo in prosa. Che parte aggiate fra tante infamie vel potrete conoscere, se la vostra trascuraggine non sia così cieca in leggere com’è stata in donare». Fece i commenti alla Priapea, e toccò anch’egli pugnalate eroiche, come diceva l’Aretino: ma avendo pizzicato persona potente, o piuttosto a punizione delle scritture ed azioni infami, Pio V il condannò alla forca. Il Franco esclamò: — Questo è poi troppo», e fu strozzato.
Di perversità men profonda, ma non meno bizzarro a conoscersi è Benvenuto Cellini da Firenze (1500-70), che direste un disutile millantatore, se nol conosceste uno de’ più lodati artisti. Suona di cornetto e di flauto, e se ne vanta non men che del suo bulino; tutto ammirazione pe’ bei colpi degli spadaccini, e per coloro che ne’ duelli versano la bravosissima anima; onde guaj a chi gli tocca un dito, o vien con esso a paragone di mestiere! non ha parole bastanti per denigrarlo, e nella sua jattanza non comporta d’essere posposto che al divinissimo Michelangelo. Vengono i Tedeschi del 27? in quella infernalità crudele egli serve d’artigliere; a credergli, da lui partono i colpi che uccidono il Borbone e feriscono il principe d’Orange; e si lagna gli abbiano impedito un tiro, col quale avrebbe schiacciato i capi nemici, radunati a parlamento; s’inginocchia al papa pregandolo di ribenedirlo degli omicidj fatti in servizio della Chiesa, e «il papa, alzate le mani e fattogli un potente crocione sulla figura», lo manda assolto. I principi lo hanno famigliarissimo; il granduca capita tratto tratto nella sua bottega; i principotti d’Italia, i cardinali, le mogli e le ganze di questi e di quelli gareggiano per averne qualche lavoro. Il papa gli dice: — Se io fossi un imperator ricco, donerei al mio Benvenuto tanto terreno quanto il suo occhio scorresse; ma perchè noi del dì d’oggi siamo poveri imperatori falliti, ad ogni modo gli daremo tanto pane che basterà alle sue piccole voglie». Ma i doni o non vengono o sempre inadeguati al suo merito ch’era grande, o alla sua presunzione ch’era più grande ancora; le lodi gli sono contrastate: onde egli adopera una lingua che fora e taglia, e quello schioppetto «col quale e’ dà in un quattrino», e una spada eccellente con cui assalì più volte i suoi nemici e sgominò i birri.
Un oste esagera lo scotto? Benvenuto «vien in pensiero di ficcargli il fuoco in casa, o di scannargli quattro cavalli buoni ch’egli aveva nella stalla»; ma si contenta di tritargli col coltellino quattro letti. Un’altra volta tira stoccate, e il nemico gli cade morto, «qual non fu mia intenzione, ma li colpi non si danno a patti». Al papa froda bravamente l’oro, salvo a farsene assolvere; ruba fanciulle, corrompe ragazzi; e le sue ribalderie racconta con tale sicurezza, come fossero atti di giustizia; e pretende che «gli uomini come Benvenuto, unici nella loro professione, non hanno ad essere obbligati alle leggi»; e trova un gran torto quando, a trentanove anni, per la prima volta è messo prigione. Eppure ha la sua morale anch’esso, a’ servigi della passione; e se muore un suo nemico, «si vede che Iddio tien conto de’ buoni e de’ tristi, e a ciascuno dà il suo merito». È religioso, è credulo; nel Coliseo gli è fatta vedere la tregenda de’ diavoli, dov’egli solo non ha paura; messo prigione, legge continuo la Bibbia italiana, ed ha apparizioni di Dio e di santi, onde ne porta una fiammella sulla sommità del capo, «la quale si è evidente ad ogni sorta d’uomo a chi io l’ho voluto mostrare, quali sono stati pochissimi». Alfine, lieto di fuggire di Castel sant’Angelo «a dispetto di colui che in terra e in cielo il vero spiana, liberamente perdona alla santa madre Chiesa, sebben gli abbia fatto questo scellerato torto». Poi nel terribile momento della fusione del Perseo, momento le cui convulsioni non può immaginare se non chi sia artista, invoca Dio, e a questa devozione attribuisce la buona e inaspettata riuscita, e perciò va in pellegrinaggio ai santuarj «nel nome di Dio sempre cantando salmi e orazioni».
E «sempre cantando e ridendo» era ito da Firenze a Parigi tra molti pericoli della vita. Ivi si mette a vivere magnificamente con tre cavalli e tre servitori; è alloggiato in una villa reale: ma l’invidia si solleva contro di lui, ed egli si compiace di nemici potenti. Tale a Firenze era la duchessa, tale è quivi madama d’Etampes: e s’arrovella coi cortigiani scannapagnotte di colà; e sempre sono i subalterni che gli mandano attraverso le buone fortune, guastando le intenzioni dei re. Ivi trova «una certa razza di brigate, le quali si domandano venturieri, che volontieri assassinano alla strada; e sebbene ogni di assai se ne impicca, quasi pare che non se ne curino». Un altro impaccio v’incontra, le liti, perchè «subito ch’ei cominciano a vedere qualche vantaggio nella lite, trovano da venderla, e alcuni l’hanno data per dote a certi, che fanno totalmente quest’arte di comperare liti[191]. Hanno un’altra brutta cosa, che gli uomini di Normandia hanno, quasi la maggior parte, per arte loro il far testimonio falso; di modo che questi che compran la lite, subito istruiscono quattro di questi testimonj o sei, secondo il bisogno; e per via di questi, chi non è avvertito a produrne tanti in contrario, e che non sappia l’usanza, subito ha la sentenza contro». Ma quand’egli vede la causa pigliar mala piega, ricorre per suo ajuto a una gran daga, e «all’uno tronca le gambe, l’altro tocca di sorte, che tal lite si fermò»; ringraziando sempre di questa e d’ogni altra ventura Iddio.
Il suo racconto, tutto brio e bugie, non lo scrisse lui, ma lo dettava, e ben te n’accorgi all’enfasi e alle vanterie; sotto aspetto d’ingenua confidenza lo svisa, come tutte le autobiografie, coi sentimenti d’autore e con un’insaziabile jattanza, per la quale si dà vanto fin del delitto. Terribile agli altri, era o credeasi in continui pericoli; più volte assaltato, più altre avvelenato: porta i denari in dosso «per non essere appostato o assassinato come è il costume di Napoli»; il papa lo fa avvelenare con diamante in polvere, ma l’avaro orefice pesta invece un berillo; le altre volte la sua robusta costituzione trionfa. E scapola da processi di delitti orribili, talvolta col solo far fracasso, come con colei che l’accusava di peccato infame, di cui non fece altra discolpa che col gridare cominciassero dal bruciar lei, complice e paziente.
Leon Leoni tenta per invidia avvelenare il Cellini, sfregia il viso a un tedesco giojelliere di Paolo III, ond’è condannato alla galera; in Venezia fa da un sicario attentare alla vita d’un Martino suo discepolo; nella propria casa a Milano assalì col pugnale il pittore Orazio Vecellio per ammazzarlo e derubarlo; eppure egli è carezzato da Annibal Caro, chiesto e largamente rimunerato dal governatore di Milano, dal duca di Parma, da Carlo V.
Non ci s’imputi di confondere con coteste un’esistenza molto più nobile, ma che tanto ritrae del suo secolo. Nicolò Machiavelli, nato d’illustre sangue fiorentino, entra giovane agli affari; e presto nominato segretario ai Dieci della guerra, vi si mantiene quattordici anni, finchè mutata signoria è deposto: sopraggiunti i Medici, per sospetto vien messo in prigione e alla tortura; resiste al manigoldo, ma non alle blandizie del principe buon padre, al quale dal carcere dirige versi supplichevoli e scuse[192]. La repubblica ristabilita lo trascura come ligio ai Medici: quando questi ritornano, e’ mette di mezzo amici e donne per ottenere impiego; e non contentato, piagnucola e bela, senza sapersi acconciare colla fortuna e colla propria dignità.