Altra volta scriveva: — Leone e Clemente, in cambio d’asciugarmi il sudore della servitù colle pronte mani del premio, le intinsero con presta crudelità nel mio sangue, non per altro che per esser io senza inganni, perchè l’adulazione non mi guasta, perchè la crapula fuggo, perchè procedo alla libera, perchè conosco i ribaldi, perchè aborrisco gl’ingrati, e perchè non lo vuo’ dir per modestia, eppure si sa nè si nega, per sì môre offesa e sì turche non manco di battezzata credenza alla Chiesa; del che fanno pubblica fede i libri che di Cristo ho scritto e dei santi... Intanto è manifesto ch’io son noto al Sofì, agl’Indiani ed al mondo, al pari di qualunque oggi in bocca della fama risuoni. Che più? i principi, dai popoli tributati, di continuo me loro schiavo e flagello tributano. Io non allego la forza dello incredibil miracolo per superbia che n’abbi o per vanto; ma ne favello per confessare a me stesso l’obbligo che ho con Dio, che mi ha fatto tale»[184].

Tardasi a donare? minaccia di porre Cristo in man de’ Turchi: — Intanto comincio a metter la penna in tutto il leggendario dei santi, e tosto ch’io abbia composto, vi giuro, caso che non mi si provvegga da vivere, che al sultano Solimano lo intitolo, facendo in sì nuova maniera la epistola, che ne stupirà ne’ futuri secoli il mondo; imperocchè sarà cristiana a tal segno, che potria moverlo a lasciar la moschea per la chiesa». È regalato scarsamente? rifiuta: — Ho rimandato i dieci ducati, pregandolo che si degni, nel ritor del suo dono, di rendermi le lodi da me dategli; imperocchè non mi pare onesto di onorare chi mi vitupera nel modo che mi vituperebbe lo aver accettato cotal piuttosto limosina da mendici che presenti da virtuosi. Certo che a quelli che comprano la fama, conviene esser larghi da senno, dando, non secondo il grado del loro animo, ma come richiede la condizione di chi gliene rende; conciossiachè i poveri inchiostri hanno che fare a sollevare un uomo impiombato in terra da ogni demerito». A Francesco I scriveva: — Astenetevi dal promettere almeno ai virtuosi, acciò consumati dietro a la speranza, non abbino con che mordervi la fama... Non sapete voi, sire, che non si conviene al grado della vostra altezza il non rammentarvi dei seicento scudi che, con il moto proprio della reale lingua, diceste al messo mio che qui mi si pagherebbero da lo imbasciatore?... E perciò la gloria vostra riguardi la ingiuria che fa a se medesima, mentre indugia la mercede offerta da se stessa a me che la predico».

Se talora indignati lo caccino, restagli aperta Venezia, «ricevitrice d’ogni bruttura», come dice il Boccaccio, dove il vivere licenzioso è in moda, e libera ogni cosa fuorchè il parlar di Stato. — Io (scrive al doge Gritti) io, che nella libertà di cotanto Stato ho fornito d’imparare a esser libero, refuto la corte in eterno, e qui faccio tabernacolo in perpetuo agli anni che ne avanzano; perchè qui non ha luogo il tradimento, qui il favore non può far torto al diritto, qui non regna la crudeltà delle meretrici, qui non comanda l’insolenza degli effeminati, qui non si ruba, qui non si sforza, qui non si ammazza. Perciò io che ho spaventato i rei ed assicurati i buoni, mi dono a voi, padri dei vostri popoli, fratelli dei vostri servi, figliuoli della verità, amici della virtù, compagni degli strani, sostegno della religione, osservatori della fede, esecutori della giustizia, eroi della caritade, e subjetti della clemenza. Per la qual cosa, principe inclito, raccogliete l’affezion mia in un lembo della vostra pietà, acciò ch’io possa lodare la nutrice dell’altre città, e la madre eletta da Dio per fare più famoso il mondo, per raddolcire le consuetudini, per dare umanità all’uomo, e per umiliare i superbi perdonando agli erranti... O patria universale! o libertà comune! o albergo delle genti disperse!» Torna a Roma? — Fuori da me sempre fui, non per altro che per dubitare che le smisurate accoglienze con cui il papa abbracciandomi baciommi con tenerezza fraterna, col concorso di tutta la corte a vedermi, non m’incitassero a finir la vita in palazzo, nel quale mi si diedero stanze da re, non da servo. Veramente si è visto il tumulto de’ popoli, che in ciascuna terra che siam passati, hanno dimostrato nel caso miracoloso del contemplarmi, dell’onorarmi e presentarmi di sorte che la peste dello stesso veleno ha sprofondato sotterra l’invidia... Il comune giudicio afferma che, tra ogni meritata felicità di sua beatitudine, debbe il pastor sommo mettere il mio esser nato al suo tempo, nel suo paese e suo divoto».

Qual meraviglia se gonfiavasi in superbia? — Tanti signori mi rompono continuamente la testa colle visite, che le mie scale son consumate dal frequentar de’ loro piedi, come il pavimento del Campidoglio dalle ruote di carri trionfali. Nè mi credo che Roma, per via di parlare, vedesse mai sì gran mescolanza di nazioni, come è quella che mi capita in casa. A me vengono Turchi, Giudei, Indiani, Francesi, Tedeschi e Spagnuoli. Del popol minuto dico nulla; perciocchè è più facile di tor voi dalla divozione imperiale, che veder me un attimo senza soldati, senza scolari, senza frati e senza preti intorno: per la qual cosa mi par essere diventato l’oracolo della verità, da che ognuno mi viene a contare il torto fattogli da tal principe o da cotal prelato; onde io sono il segretario del mondo, e così m’intitolate nelle soprascritte... Qual dotto in greco e in latino è pari a me in vulgare? quali colossi d’argento e d’oro pareggiano i capitoli, ne’ quali ho scolpito Giulio papa, Carlo imperatore, Caterina regina e Francesco Maria duca? Se io avessi predicato Cristo nel modo che per me si è laudato Cesare, avrei più tesori in cielo, che non ho debiti in terra»[185].

Per onore dell’umanità vorremmo crederli nulla più che un bugiardo galloriarsi di quel vituperoso briffaldo, se non ce ne rimanessero documenti; e principi più elevati, quei delle lettere e delle arti, gli porsero tributo. Il Bertussi dedicava i madrigali del Cassola al divinissimo signor Pietro Aretino: Alessandro Piccolomini, scrittore moralista, gli professava stima, e lo fece iscrivere tra gli Infiammati di Padova. Quando Adria sua bastarda andò sposa a Bernardino Rota, gli Urbinati le furono incontro per otto miglia, e poichè era notte quando tornarono, si posero i lumi a tutte le finestre. Frà Bellandini gli mandava un’elegia sull’Assunzione, e quattro sonetti al sepolcro di Cristo, per averne il parere: ne accettava le lodi il piissimo Beccadelli. Fausto da Longiano, precettore e poligrafo, che moltissimo si mosse, ed ebbe qualche somiglianza e grand’amicizia coll’Aretino, nelle lettere a questo loda sguajatamente se stesso e lui, fin a dire che un suo fratello predicatore avea terminato una predica coll’asserire che se la natura e Dio voleano riformar la razza umana, non poteano far meglio che produrre molti Aretini. Aldo Manuzio gli scriveva: — Non mi meraviglio che i maggiori principi e re del mondo temano ed onorino le forze della vostra eloquenza, nè che i pontefici vi bacino in fronte, nè che gl’imperatori vi pongano a man dritta; maravigliomi piuttosto che non dividano le signorie con voi, comprando l’immortalità che può dar loro la virtù vostra, per quanto ella vale». E la pia e casta Veronica Gambara: — Divino messer Pietro mio, mio figliuolo mi pregò in nome vostro ch’io fossi contenta di far un sonetto in lode della avventurosa donna novellamente amata da voi... Ve lo mando qui incluso»[186]. L’Ariosto il collocò fra quelli onde Italia si onorava: Ferdinando d’Adda, rettore dell’Università di Padova, gli dirigeva un epigramma ove il mette di sopra di Carlo V e Francesco I: nessun’accademia voleva esser senza il suo ritratto, il quale vedeasi ne’ gabinetti de’ principi come nelle bettole e ne’ lupanari: la città d’Arezzo lo dichiara nobile e gonfaloniere onorario: c’è un volume di lettere in sua lode: che più? lo denominarono persino il quinto evangelista.

Diciamo altrettanto degli artisti. Il Sanmicheli era frequente bersaglio di sue celie, onde montava sulle furie, ma essendo timorato di Dio, pentivasene tosto, e gli mandava frutti e leccornie, ch’egli poi godeva col Tiziano e col Sansovino. Il Vasari si loda ogni tratto di esso, e gli scrive: — Se nello intervallo di qualche mese non vi ho visitato, non è per questo che ogni minuto d’ora non vi ricordi e ancora non visiti con l’animo riverentemente quella gran presenza ch’è in voi; e così come il ricordarvi e il vedervi mi fa sentore nella memoria di riguardare la divinità della vostra virtù, dove si specchia ogni persona rara, che delle cose mirande che la natura produce fa che la vostra è più colma di meraviglia; e ben gloriare mi poss’io nell’età sì giovane essere stato da un Pietro tale chiamato figlio, a aver meritato dalle virtù sue esser messo nelle sue opere»[187].

Il Tiziano ne prendeva consigli, lo dipinse[188] più volte, e da Augusta nel novembre 1550 scriveagli d’avere presentata una sua lettera all’imperatore, e avergli soggiunto che «a Venezia, in Roma e per tutta Italia si confermava dal pubblico che sua santità teneva buona mente circa il farvi cardinale. In questo, Cesare mostrò segno d’allegrezza nel viso, dicendo che molto gli piaceria, e che non potrà mancare di farvi piacere, ed anche soggiungendo altre parole nel caso di voi, onorate e grandissime»; e tutto ciò in presenza di suo figlio, del duca d’Alba, e d’altri gran signori. «Il duca d’Alba non passa mai giorno che non parli meco del divino Aretino, perchè molto vi ama, e dice che vuol esser agente vostro appresso sua maestà. Io gli ho raccontato che spendereste un mondo, e che ciò che avete è di tutti, e che date ai poveri fino i panni di dosso, e che siete l’onor d’Italia».

A Michelangelo «bersaglio di meraviglie, nel quale la gara del favor delle stelle ha saettato tutte le freccie delle grazie loro», l’Aretino domandava licenza di dir le sue lodi, perchè «il mondo ha molti re, e un sol Michelangelo»; e questi gli rispondeva: — M. Pietro mio signore e fratello», lo esortava a scrivere di lui, e — Non solo l’ho caro, ma vi supplico di farlo, dacchè i re e gli imperatori hanno per somma grazia che la vostra penna li nomini». L’Aretino gli mandava suggerimenti sulla cappella Sistina, e consistevano in quelle allegorie della Speranza, la Disperazione, la Vita, la Morte, il Tempo, la Fama e altrettali, che i letterati trovano sulla punta della penna, ma che mal rispondono al dovere della pittura, che è di rappresentare delle forme. E Michelangelo se ne scusa come si farebbe oggi con un giornalista, desolato di non potere dargli ascolto perchè già avanzato il lavoro.

Non crederete se la passasse liscia coi tanti che malmenava. Il Berni in un sonetto caudato gli avventò un tal risciacquo d’ingiurie e sconcezze, che dovette rimanerne ancor più ingelosito che offeso, e disperò di poterlo sorpassare. Altrettanto fecero il Muzio e Bernardo Tasso; e a chi gli mostrasse il dente, esso s’acchetava; anzi il Boccalini lo chiamava «calamita de’ pugnali e de’ bastoni». Un Volta, con cui rivaleggiava nel corteggiare una contessa, gli appoggia cinque coltellate: Pietro Strozzi, nominato in un sonetto, gli manda dire che, se lasciasi uscir mai il suo nome, lo farà freddare, ed egli sel tiene per detto: l’ambasciadore d’Enrico VIII, da lui sospettato di frode nel trasmettergli i doni del re, lo fa bastonare, ed egli ringrazia Dio che gli concede forza di perdonar l’offesa. Il Tintoretto, da lui pizzicato, chiamosselo nello studio col pretesto di fargli il ritratto, e cavato un pistolese, l’andò misurando pel lungo e pel largo, e infine gli disse: — Voi siete lungo due pistolesi e mezzo, ve ne ricordi»; e lo rimandò collo spavento, e l’ebbe da poi lodatore.

Si raccolse infine a Venezia, quivi scapestrando in amori, e insieme facendo del bene a partorienti, a pitocchi; finchè, ridendo all’ascoltare dalle sue sorelle, che tenevano postribolo, le salacità da tal luogo, cascò dalla scranna, e si percosse a morte. Ricevuto l’olio santo, sclamò: — Guardatemi dai topi or che son unto», e morì in luogo e modo degni di sua vita.