Insomma costoro personificano la parte rivoluzionaria della letteratura, in lizza colla madrigalesca e accademica, però in nome soltanto del materialismo, con fantasie sbrigliate, invocando il privilegio della pazzia[177], drappeggiandosi nella propria abjettezza per isfuggire la persecuzione; e niuna fidanza ponendo nell’efficacia riparatrice della letteratura, l’ardor razionale non esercitavano nell’esame, ma svampavano nel riso.

Ed ecco farcisi innanzi il più sguajato esempio del domandare, del lodare, del censurare. Per un sonetto contro le indulgenze merita costui d’essere cacciato da Arezzo, dov’era nato in un ospedale, non avendo altro nome che di Pietro, cui aggiunse quel della patria (1492-1557). A Perugia vede dipinta una Maddalena che tende le braccia verso Cristo, ed egli nottetempo vi dipinge un liuto che essa in quell’atto sembra sonare; vive alcun tempo di legar libri, col che conosce opere e letterati; poi spintosi fin a Roma pedone e senza bagaglio, dal Chigi, mecenate di Rafaello, è ricevuto per valletto, poi cacciato per ladro; ma egli campa di scostumatezze, si fa cappuccino, si sfrata, adula, sparla; busca un bell’abito, e con quello si presenta a Leone X offrendogli un elogio, e ricevendone un pugno di ducati; offre elogi a Giuliano Medici, e n’ha un cavallo, e ottien rinomanza collo scrivere in quel modo, che non richiede altro che sfacciataggine.

E la sfacciataggine è l’unica scienza di costui. Ingegno naturale non educato, «come un asino (diceva) io non so nè ballare nè cantare, ma far all’amore». Guardatosi attorno, s’avvide che sfrontatezza e ribalderia gli procaccierebbero gloria meglio che le placide virtù; e traendo al peggio la potenza della stampa, di mezzo ai sonetti sospirosi e ai torniti periodi si pone ad avventare limacciosi strapazzi in istile bislacco; simile all’assassino, apposta la gente inerme sulla via, e intima, — La borsa, o vi ammazzo con uno scritto». Cuculiando gli studiosi e gl’imitatori, vantavasi di non somigliarli; sapea vilipendere le lettere allorchè tutti le idolatravano; scaraventare metafore tra la forbitezza eunuca degli umanisti; metter impeto ed estri ove gli altri accuratezza e gelo. E diceva: — Ascoltate, acciò chiaro s’intenda se più meritano in sè lode di gloria della natura i discepoli, ovvero gli scolari dell’arte. Io mi rido dei pedanti, i quali si credono che la dottrina consista nella lingua greca, dando tutta la riputazione allo in bus in bas della grammatica... Io non mi son tolto dagli andari del Petrarca e del Boccaccio per ignoranza, che pur so ciò ch’essi sono; ma per non perdere il tempo, la pazienza e il nome nella pazzia di volermi trasformare in loro. Più pro fa il pane asciutto in casa propria, che l’accompagnato con molte vivande su altrui tavola. Imita qua, imita là; tutto è fava, si può dire alle composizioni dei più... Di chi ha invenzione, stupisco; di chi imita, mi faccio beffe: conciossiachè gl’inventori sono mirabili, gl’imitatori ridicoli. Io per me d’ognora mi sforzo di trasformarmi talmente nell’uso del sapere, nella disposizion dei trovati, che posso giurare d’esser sempre me stesso, ed altri non mai. Non nego la divinità del Boccaccio; confermo il miracoloso comporre del Petrarca; ma sebbene i loro ingegni ammiro, non però cerco di mascherarmi con essi: credo al giudizio dei due spiriti eterni, ma credendoli vado prestando un po’ di fede al mio»[178].

Con uno scrivere contorto e scarmigliato, con frasi affettate e fuor di luogo, con metafore sbardellate[179], stupiremmo che fosse salito a potenza così irrefrenata, se anche ai dì nostri non la vedessimo usurpare nelle gazzette da chi ha la fronte di dire e fare ciò che onest’uomo non ardisce. Su quel tono dunque egli scriveva satire, commedie, lettere, libelli, e li dedicava a persone virtuose e a sacre; e alla vita e genealogia di tutte le cortigiane di Roma, al dialogo di Maddalena e Giulia, a libri di cui neppur il titolo si può trascrivere, alternava prediche e i sette salmi e il Genesi e dell’umanità di Cristo e vite di santi e opere d’asceticismo esagerato, nelle quali c’era di che bruciarlo quanto nelle laide.

Così divenne terribile; cerco e scacciato da chi imitava o aborriva la scapestrata sua vita, o ne temeva gl’irreparabili assalti[180]. — Io mi trovo a Mantova appresso il signor marchese, e in tanta sua grazia, che il dormire e il mangiare lascia per ragionar meco, e dice non aver altro intero piacere, ed ha scritto al cardinale cose di me, che veramente onorevolmente mi gioveranno; e sono io regalato di trecento scudi, e gran cose mi dona. A Bologna mi fu cominciato ad esser donato; il vescovo di Pisa mi fe una casacca di raso nero, che fu mai la più superba; e così da principe io venni a Mantova». Avendo Giulio Romano dipinti, e Marc’Antonio Raimondo incisi sedici voluttuosi atteggiamenti, l’Aretino impetra ad essi il perdono da Clemente VII, e intanto li correda di altrettanti sonetti descrittivi; e quest’infame alleanza di belle arti corse il mondo, e crebbe la deplorabile fama di Pietro. Cacciato allora da Roma «che sembra con esso perdere la vita», va e ricovera al campo di Giovanni dalle Bande nere, e v’arriva mentre questi avea concesso a’ suoi una notte franca, cioè di potere abbandonarsi ad ogni lor voglia; sicchè pensate gli stravizzi, le risse, i furti, gli amori rapiti o pagati o conquisi, le violenze, la scena d’inferno, e come l’Aretino vi si trovasse nel proprio terreno. E Giovanni, ribaldo quanto qualunque de’ suoi ribaldi, si compiace di sì bell’acquisto, lo vuol sempre a tavola, spesso a letto seco, pensa farlo principe[181], e gli scrive: — Il re jeri si dolse ch’io non t’avea menato meco al solito; diedi la colpa al piacerti più lo stare in corte che in campo. Mi replicò che ti scrivessi, facendoti qui venire. So che non manco verrai pel tuo benefizio che per veder me, che non so vivere senza l’Aretino». Questo re gli regalò una catena d’oro; ed esso il Dialogo delle corti, «come l’ostia della virtù sull’altare della fama consacrò al nome del glorioso Francesco I, creatura saggia ed anima piena di valore».

Don Ferrante Gonzaga gli passava una pensione. Luigi Gonzaga gli spediva versi e denaro; e l’Aretino rispondevagli trovandoli scarsi: — Se voi sapeste sì ben donare come sapete ben versificare, Alessandro e Cesare potrebbero andare a riporsi. Attendete dunque a far versi, poichè la liberalità non è vostr’arte»[182]. Guido Rangone e sua moglie Argentina Pallavicini anch’essi gl’inviavano lettere e doni; ed esso ringraziando lei d’uno scatolino con una medaglia e ventiquattro puntali d’oro, — Quanto è (soggiunge) che io le ebbi le due vesti di seta, che vi spogliaste il dì che ve le metteste? quanto è che mi daste i velluti d’oro e le ricchissime maniche e la bellissima cuffia? quanto è che mi mandaste i dieci e dieci e otto scudi? quanto è che faceste porre il trebbiano nella cantina? quanto è che mi accomodaste dei fazzoletti lavorati? quanto è che mi poneste in dito la turchina? Sei mesi sono, anzi non pur quattro»[183].

Vuol vivere, come sguajatamente scriveva, «col sudore de’ suoi inchiostri»; e denari, gioje, vesti gli fioccavano; «più di venticinquemila scudi l’alchimia del suo calamo ha tratto dalle viscere dei principi»; duemila n’aveva di pensioni; mille all’anno ne guadagnava, dic’egli, con una risma di carta e un’ampolla d’inchiostro; più di ottantamila dicono ne buscasse in tutta la vita. Eppure non gli pajono abbastanza quegli onori e quelle ricchezze. Al tesoriere di Francia che gli pagava una somma, — Non vi meravigliate se tacio; ho consumata la voce nel chiedere, e non me ne resta per ringraziare». A tanto arrivava per pura sfacciataggine, e intitolandosi per divina grazia uom libero, e vituperando i principi in generale mentre li loda ciascuno, o vituperando come gli giova per istigare le reciproche gelosie: — Emmi forza di secondare l’altezza de’ grandi con le grandi lodi, tenendomi sempre in cielo con l’ali delle iperboli. A me bisogna trasformare digressioni, metafore, pedagogerie in argani che movano e in tenaglie che aprano: bisogna far sì che le voci de’ miei scritti rompano il sonno all’avarizia».

E voi, re della terra, che vantate di non curvar più la fronte dinanzi al vicario di Dio, abbassatela al masnadiere della penna. Enrico VIII gl’invia trecento corone d’oro in una volta; mille Giulio III per un sonetto ricevutone, oltre la bolla di cavaliere di San Pietro, e lo bacia in fronte. Ma altro e’ voleva, e non ottenendo quanto le sue speranze, tornò a Venezia dicendo non aver voluto accettare il cappello rosso. Sì; fin alla speranza di diventar cardinale s’elevò costui, fiancheggiato dal duca di Parma; poi prese il nome di divino e flagello dei principi; fu ritratto dai primi artisti, ebbe medaglie per sè, per la moglie, per la figlia, pei bastardi, e sul rovescio d’una leggevasi: I principi tributati dai popoli il servo loro tributano.

Carlo V gl’inviò una collana del valore di cento zecchini, dopo sconfitto in Barberia, perchè nol beffasse, ma egli rispose: — È cosa ben piccola per una sciocchezza sì grande». E Carlo, che aspirava alla monarchia universale, tributò onori e una pensione al divino; se lo fece cavalcar alla destra a Bologna, ond’egli scriveva: — Gran cosa che, non pur mi sia il di lui favore successo siccome a me il divisate, ma la mansuetudine del religioso imperadore ha d’assai avanzato l’opinione di voi nello affermarvi che, riscontrandolo per ventura per il cammino, m’imporrebbe il cavalcare con seco, fin a darmi la man destra che mi diede, atto tanto degno della sua clemenza, quanto indegno della mia condizione. Io certamente sono uscito di me in udirlo e in vederlo; conciossiachè chi non l’ode e nol vede, immaginarsi non può l’inimmaginabile senno della umana famigliaritade di quella piacevole grazia...»

E con che arti gli s’insinua? col protestargli che i pittori gli han fatto torto ne’ ritratti, col parlargli d’Isabella sua moglie defunta; «nel poi dirgli io, che non pensava che le mie carte fossero lette da lui che tiene in sè le faccende del mondo, rispose che tutti i grandi di Spagna aveano copia di quanto gli scrissi sulla ritirata d’Algeri, la cui impresa minutamente contandomi, mi scoppiò l’anima nel pianto, sì mi commosse la tenerezza udendogli dire: E a che fine voleva io più venirci, se in cotal fatto moriva tanta gente per me! Ancora sento il timido della sonora favella augusta... Il mio non esser punto vano mi faceva dimenticare il suo aver chiamato a sè cavalcando i miserabili veneti ambasciadori, alle cui solenni spettabilitadi disse: Amici onorati, certo che non vi sarà grave dire alla Signoria ch’io le chieggo in grazia di tener rispetto alla persona dell’Aretino, come cosa carissima alla mia affezione».