Gian Francesco Conti, scolaro poi emulo di Giovan Britannico bresciano, prese il nome di Quinzano o dal villaggio dove umilmente nacque presso Brescia, o da quell’amico cui Marziale faceva correggere i proprj versi; e vi aggiunse quello di Stoa, perchè i suoi condiscepoli lo dicevano portico delle Muse. Risoluto d’entrare in grazia ai grandi, quando Luigi XII vinse ad Agnadello, celebrò questa vittoria, e ne chiese in compenso la corona poetica, che il re gli decretò: mandò odi al cardinale d’Amboise, e ne fu chiamato a professare a Parigi e ad educare Francesco I: da questo è messo professore a Pavia, ma cadute le fortune francesi, si ritira in patria. Molti lo levano alle stelle, altri gli trova trecento sbagli di grammatica, o l’accusa d’aver usurpato fatiche altrui. Bisogna sentirlo deplorare l’insufficienza degli onori concessigli! — Molte opere pubblicai; molte più ancora ne pubblicherò. Non si stamparono più di seimila versi miei? non fui visto comporne mille ottocento in un sol giorno? quante tragedie, commedie e satire, concepite nella mia testa, fan ressa per isbucarne? Enumererò gli epigrammi, i monostici, i distici, i miei dubbj su Valerio Massimo, le mie opere sulle donne, i miei panegirici, le orazioni pubbliche, le favole, le epistole, le odi, la mia vita di re Luigi XII, i miei libri sui miracoli dei pagani, i miei endecasillabi, le mie selve, la mia Eraclea (la guerra veneta), il mio Orfeo, e seicento altri? Non fui dall’invitto re di Francia decorato della corona d’alloro? è poco onore per me che codesta laurea poetica, che pochi altri ottennero in vecchiaja, siami stata concessa quando appena compivo la quinta olimpiade»[174].
A Leone X fu presentato un fanciullo di sei anni come un portento; ed era Gabriele Simeoni fiorentino, che poi invece di studj mostrò presunzione, e insaziabile avidità di doni e mecenati. In Francia sollucherò la duchessa d’Etampes, ganza di Francesco I, onde ottenne fin la pensione di mille scudi[175]; a Firenze, a Roma impieghi, che poi riperdeva. Reduce in Francia, carezzò la duchessa di Valentinois: poi servì al principe di Melfi, accompagnò il vescovo di Clermont al concilio di Trento, ma cadde in sospetto dell’Inquisizione, che il tenne in ferri un anno: militò col Caracciolo nella guerra di Piemonte, col duca di Guisa in quella di Napoli; singolarmente egli sperava da don Ferrante Gonzaga, allora vicerè di Sicilia, e più volte tornò a ricordargli che Achille ed Augusto non sarebbero in sì alta fama se non si fosser mostrati generosi con Omero e Virgilio. Saputo che Pierluigi Farnese avea regalato cencinquanta scudi all’Aretino, e’ gli scrisse «sperando che la sua liberalità e favore abbia a condurre così lunga, rara, onorevole e faticosa impresa, quale è il mettere tutta l’astrologia giudiziaria in versi sciolti a felice fine, e consegnarla al nome suo»: ma il Farnese non accettò. Emanuele Filiberto di Savoja bensì accettò la dedica delle Imprese, e gli die’ ricovero a Torino, ove morì il 1570. Fa di se stesso gli elogi più sguajati; quando trovasse monumenti antichi, vi scolpiva il proprio nome; lagnavasi che sì pochi fossero «inclinati a giovare ad un uomo virtuoso, il quale in un momento poteva rendere immortale il suo benefattore»; e paragonandosi a Dante, sulla tomba di questo cantava:
E facciam fede al secolo futuro
Tu qui coll’ossa, io con la vita altrove,
Ch’uom di virtù, poco alla patria è grato.
La sua Tetrarchia di Vinegia, Milano, Mantova, Ferrara è un aborto di storia. Nella prefazione alle Satire alla bernesca sostiene esser questo genere il solo ove possa mostrarsi ingegno, perocchè «mille si trovano poeti capaci di cantare i gesti d’un eroe, ma pochi assai capaci di celebrare le oneste qualità di una fara, d’un forno, d’un’anguilla»; e ne mandava copie manoscritte ai principi in essa lodati. In un’altr’opera figurata rappresenta enigmaticamente i varj Stati d’Italia, esortando Enrico II a conquistarla, derivando i re francesi da Franco figlio d’Ettore, mentre i Romani, discesi da Enea, non erano che un ramo cadetto. Altrettanto presuntuose e ignoranti sono le tante altre sue opere, illustrate anche di belle stampe; alcune in francese; sempre rifriggendo le poche sue cognizioni, promettendo opere grandiose che mai non cominciò.
Come Raimondo Lullo aveva inventato un’arte di ragionare, così altri volle inventare una meccanica di scriver bene. Camillo Delmino da Portogruaro, autore di varie opere retoriche, diceva a chi nol volesse ascoltare, di aver l’idea d’un teatro, nel quale entrerebbero tutti gli oggetti sensibili, tutti i concetti umani, e quanto spetta alle scienze, all’eloquenza, all’arti belle e meccaniche. Dal conte Giulio Rangone suo protettore menato in Francia, spiegò il suo divisamento a Francesco I e ad altri principali, e n’ebbe in dono seicento scudi, ma non effettuò mai la sua idea; bensì voleva stamparla e dedicarla al re purchè gli assegnasse duemila scudi di pensione, e Francesco non stimò d’esaudirlo. Tornato in patria, il Muzio suo ammiratore lo presentò ad Alfonso d’Avalos; e questi per cinque mattine di seguito lo ascoltò esporre la generalità e i particolari di cotesto teatro, ch’era omai la favola del mondo, e ne prese tal meraviglia, che gli assegnò quattrocento scudi di rendita, oltre cinquecento pel viaggio; e volle che al Muzio dettasse l’idea. Dormivano il Muzio e Camillo nella stessa camera, e ogni mattina quegli scriveva sotto dettatura, e così nacque il libro stampato col titolo di Idea del teatro. Osceni eccessi trassero al sepolcro il Delmino di sessantacinque anni, e fu sepolto nelle Grazie a Milano: il nome di lui visse alcun tempo, le opere sue furono ristampate, e il Muzio ci descrive l’estro che sfavillava dal volto di esso quando parlava, simile a quel della sibilla sul tripode; ma chi cercasse quell’opera sua, nel poco che potrebbe intendere troverebbe le vanità d’un ciarlatano e una miscea di cabala, d’astrologia, di mitologia, di tutto insomma, eccetto quello che il titolo promette.
Giacomo Critonio (Crichton) nato altamente in Iscozia, e detto l’Ammirabile, a vent’anni sapea quanto conosceasi del suo tempo, sonava molti stromenti, parlava venti lingue, primeggiava negli esercizj cavallereschi. Di tali sue abilità volle dar mostra all’Europa, e dopo Parigi venne a Roma, affiggendo una cedola dove sfidava chiunque fosse versato in una qualunque scienza a disputar seco in qualsifosse lingua; e intanto si diede alla caccia, ai giuochi, alla cavallerizza, alla scherma. Pasquino lo canzonò dunque come un ciarlatano, ond’egli se n’andò a Venezia, ove divenne amico di Aldo Manuzio e d’altri eruditi; davanti al doge e ai pregadi orò con tanta eloquenza, da colmar tutti d’ammirazione, e la gente affollavasi a vederlo e udirlo. Passato a Padova, vi recitò le lodi di questa città; sei ore disputò coi più valenti professori sopra ogni varietà d’argomenti, confutò gli errori aristotelici, poi finì con uno stupendo elogio dell’ignoranza. Di gloria onusto, capitò a Mantova mentre il duca trovavasi dolente di aver concesso la sua protezione a uno spadaccino rinomato che già aveva ucciso tre persone: e Critonio si esibì di combatterlo, e di fatti lo trafisse a morte. Il duca pertanto, oltre mille cinquecento pistole già promessegli, il chiese maestro di suo figlio Vincenzo Gonzaga. Ma ecco una sera del 1583 è assalito da dodici persone mascherate; esso tien testa a tutti, finchè il loro capo, ridotto alle strette, scopre esser il principe suo allievo. Critonio se gli butta a’ piedi domandandogli scusa, ma quegli stizzito o ubriaco il passa fuor fuori. Tali e molte più avventure furono certo esagerate; ma di lui abbiamo varj componimenti di bella latinità, e di lodi altissime l’onora Paolo Manuzio.
Altro ingegno bizzarro, Ortensio Landi milanese (1500-60), porge di se medesimo la più trista pittura ne’ Cataloghi e nella Confutazione dei Paradossi: contraffatto, di volto tisicuccio e macilento, sordo, benchè sia più ricco d’orecchie che un asino; mezzo losco, piccolo di statura, labbra d’etiope, naso schiacciato, mani storte, color di cenere, favella e accento lombardo, quantunque molto s’affaticasse di parer toscano; pazzarone, superbo, impaziente ne’ desiderj, collerico sin alla frenesia, e composto, non come gli altri uomini di quattro elementi, ma d’ira, di sdegno, di collera e d’alterizia. Le opere sue lo scoprono temerario, arguto, vigoroso; batte tutte le verità, non con serrato argomentare, ma con scettica burla; sputacchia gl’idoli del suo tempo; dice il contrario di quel che pensa la comune e che forse pensa egli stesso, e maschera di pazzia la libertà. Il Boccaccio è la bibbia dei pedanti? ed esso lo conculca come imbecille, incolto, ruffianesco, spregevolissimo, e amar meglio il parlar milanese e bergamasco che il boccaccevole. Bestemmia quell’animalaccio d’Aristotele, lodando Lutero che se n’emancipò. Muore Erasmo, e tutti l’elevano al cielo come si fa sulle tombe recenti: ed esso lo mette in canzone. Se la piglia coi Toscani per fatto della lingua; encomia l’infedeltà conjugale, il libertinaggio e i pregiudizj. Eppure non gli mancano nobili aspirazioni; nel Commento delle cose più notabili e mostruose d’Italia mena una specie di viaggio burlesco traverso al bel paese, mostrandone il decadimento; contro i vizj che lo producono s’irrita fin all’invettiva; e torna ogni tratto, e principalmente nel libro De persecutione Barbarorum, a scagliarsi contro i principi e prelati, solleciti a nodrir buffoni, più che uomini dotti. Fastidito de’ costumi italiani, e desideroso «d’una patria libera, ben accostumata e del tutto aliena dall’ambizione», andò in Isvizzera e fra’ Grigioni: ma se quivi sulle prime «fu allettato da un soavissimo odore d’una certa equalità troppo dolce e troppo amabile», ben presto vi scôrse «tanta ambizione e tanto fumo, che fu per accecarne».
Che importa qualche goccia di senno in un mar di follie, d’immoralità, d’empietà? Egli medesimo disdiceasi, contraddicevasi, e sempre con pari sicurezza; i suoi Paradossi confutò egli stesso coll’accannimento d’un nemico; nella Sferza degli antichi e moderni scrittori mena a strapazzo non solo gli autori, ma le scienze stesse; eppure finisce coll’esortare i giovani allo studio. Conosceva ben addentro gli autori antichi, e, come dice Giannangelo Odoni, volea Cicerone e Cristo; ma quello nei libri non avea; se questo avesse in cuore, Dio lo sa[176].