Taciamo la frivolezza, n’era pregiudicata l’originalità, atteso che tali corpi sogliono erigere monopolio del buon gusto, e giudicare secondo canoni prestabiliti; nè potendo sperarsi rinomanza senza il loro suffragio, forza era rassegnarsi a quelle norme arbitrarie, anzichè procedere per sentimento e per interna attività.

Unica aspirazione essendo lodi e denaro, si mendicavano e le une e l’altro. — Gli stolti ridono de’ cenci ond’ho coperto il corpo, e de’ sandali bucati che ho in piede; mi celiano che il mio abito perdette il lustro e il pelo, e la corda traditrice mostra i grossolani fili, ultimi resti della pecora tosata sul vivo; ridono, e non m’hanno in verun conto, e dicono che i miei versi non vi piaciono più. Mandatemi dunque una delle vostre vesti migliori». Così il Poliziano al Magnifico Lorenzo; e questo affrettavasi di spedirgliene una, ed esso tal quale se la indossava, e il popolo riconosceva ch’era della guardaroba del principe, e ne inferiva che i versi del poeta n’erano ben degni. Il poeta, nella necessità di ringraziare, invocava l’assistenza di Calliope, la quale scendea dall’Olimpo, ma non riconosceva il suo prediletto dacchè era sì riccamente in arnese, e risaliva al cielo; sicchè il Poliziano batteasi invano la testa, chè i versi riconoscenti non sapeano venire.

Non vi fecero pietà le condiscendenze cui Bernardo Tasso si credette obbligato onde buscar protezione e pane da quell’imperatore, che gli avea tolto ogni bene perchè serbò fede al padron suo? Luigi XII, andato ad ascoltare le lezioni di Giason Del Màino a Pavia, l’interroga perchè non pigli moglie; — Perchè Giulio papa sappia, per testimonio di vostra maestà, che io non sono indegno del cappello di cardinale». Bisognando il Guicciardini d’un poco di dote per le sue figliuole, il Machiavelli l’incoraggia a richiederne Leon X, gli annovera esempj della costui liberalità, gl’insegna come formare la lettera accattona, e «tutto consiste in domandare audacemente, e mostrare mala contentezza non ottenendo». I dispacci del Machiavelli nelle sue missioni chiudonsi sempre col domandare quattrini, e in quella chiave cantano tutti gli altri ambasciatori.

Andrea dell’Anguillara da Sutri (1517-70), conosciuto da tutti per la gran gobba; l’abito tacconato e la ciera ridente, vendeva le sue ottave mezzo scudo l’una, e perciò ne fece tante; e non ricevendo compenso d’una sua canzone al duca Cosmo, ne mosse arroganti querele: — Lo stare sei mesi senza rispondermi è tale disprezzo verso la persona mia, che non ha punto del duca, chè non credo che dei pari miei ne trovi le migliaja per le siepi della Toscana, come delle more selvatiche. Ed io sarei tentato di far sentire le mie querele con una satira in versi; ma ho dovuto scrivere in prosa, perchè mi ricordo che un Fiorentino mi disse una volta in Francia ad un certo proposito, che se le lettere di cambio fossero in versi, non se ne pagherebbe niuna; ed io desidero che mi sia pagata la presente, almeno d’una risposta, sia quale si voglia»[170]. Traduceva i primi due libri dell’Eneide, e prometteva che Enea nell’Eliseo troverebbe tutti coloro che nel regalerebbero, all’inferno i differenti; e inviandone copia al cardinale Farnese, gli scriveva: — È necessario, acciò ch’io il possa finire, che ella mi mandi quell’ajuto, che si richiede alla sua grandezza e magnanimità ed al mio amore e bisogno. Io ne mando per questo effetto a tutti i principi d’Italia, perchè tutti concorrano ad ajutarmi. E piaccia a Dio che non mi bisogni mandare e lei e gli altri tutti a casa del diavolo, e che Enea non abbia troppo da fare nell’inferno a parlare con tante anime dannate, quante io son per mandarvene se non fanno il debito loro». Con tutto ciò morì povero, del morbo allora divulgantesi.

Novidio Fracchi, poeta latino, dedicò a Paolo IV un poema Sacrorum fastorum, cui precede una stampa, figurante il papa in trono fra l’imperatore di Germania e il re di Francia, e l’autore in ginocchi offre loro il suo poema; ai piedi è scritto: Hos ego do vobis, vos mihi quid dabitis?

Paolo Giovio, venale dispensiero di gloria e di strapazzi, diceva tener due penne, una d’argento, una d’oro per proporzionare la lode ai regali; e, — Io ho già temperata la penna d’oro col finissimo inchiostro... Io mi costituisco obbligato a consumare un fiaschetto di finissimo inchiostro con una penna d’oro per celebrar le opere di vostra santità... Io starei fresco se gli amici e padroni mei non mi dovessero esser obbligati quando gli faccia valere la sua lira un terzo più che ai poco buoni e mal costumati. Ben sapete che, con questo santo privilegio, ne ho vestito alcuni di broccato riccio, e al rovescio alcuni, per loro meriti, di brutto canevaccio, e zara a chi tocca; e se essi avranno saette da bersagliare, noi giocheremo d’artiglieria grossa. So ben io ch’essi morranno, e noi camperemo dopo la morte, ultima delle controversie»[171].

Fa stomaco l’insistenza con cui egli cerca or una pelliccia, ora un cavallo, ora confetti; a Luca Contile chiede «pomi cotogni e pesche confette, che ne son provenute da Napoli alla signora principessa un diluvio»; a Isabella di Mantova settanta risme di carta per istampare le sue opere[172]; a monsignor Farnese scrive: — Io comincio a lucubrare, e farò cosa ad onore di vossignoria che i posteri la leggeranno, e basta. Ma vossignoria si disponga a fare che Alessandro mio nipote sia vescovo di Nocera»; al marchese del Vasto, che gli fece intendere voler venire al suo Museo, villa a Como, dove avea raccolte belle rarità e i ritratti degl’illustri contemporanei: — L’aspetto con desiderio grandissimo, e so che non uscirà dell’uso suo magnanimo e liberale, ricordandomi, quando ella per suo diporto va alle Grazie, ovvero a San Vittore, dove, benchè sia perpetua la grassezza e l’abbondanza, andando per quattro giorni vi porta provvisioni per un mese. Che spererò io se quella viene al Museo fra tanti uomini immortali che se ben non mangiano, allettano però infiniti mangiatori? Voglio che Pitigiano sappia che le botti del suo magazzino favorito fanno querciola, e suonano il tamburo. Farebbe anco bel vedere se vostra eccellenza accompagnasse il fornimento che vi lasciò, con un altro bello e simile». E s’impazienta se i doni tardano o vengono scarsi alla sua avidità; e chiama perduti i lavori cui mancò quella mercede, che unica l’avea mosso. Principi e ricchi gliene profondevano a gara; e tanto si temea l’azione di siffatti scribacchianti sull’opinione, che perfino Adriano VI pregava il Giovio a dir bene di lui; il quale lo compiacque nella Storia, salvo a vituperarlo nel trattato dei Pesci quando più non avea nulla a sperarne o temerne. E Carlo V, che chiamava lo Sleidan e il Giovio i suoi due bugiardi, uno dicendone troppo male, troppo bene l’altro, pure, sapendo che uno scrittore, per quanto poco coscienzioso, è letto purchè mostri talento, accarezzava il Giovio e donava, poi facealo confutare da Guglielmo Van Male, massime a proposito della spedizione di Tunisi.

Come gli odj dall’amore, così i vituperj germogliano dalle lodi: quindi le risse schiamazzanti di quel tempo. — I letterati (scrive Girolamo Negro) sono in guerra; Pietro Cursio combatte con Erasmo sopra il vocabolo bellax, se pigliarlo in cattiva parte per cosa precipua alla guerra, o vero s’egli è verbum merum; ogni dì vengono fuori libri nuovi ed invettive sopra questa cosa; sono alcuni che in nome d’Erasmo rispondono a questo Cursio, e costui va in collera». Da polverosi scaffali abbiamo dissotterrato due invettive contro Giovanni Parrasio cosentino, famoso maestro di retorica in Milano, una intitolata contra Janum Parrhasium asinum archadicum, e l’altra in Janum Parrhasium scarabeum fœdissimum et vespam aculeatam. I Medici pigliavano spasso d’udire i sonetti che si avventavano Luigi Pulci e Matteo Franco. Girolamo Ruscelli s’accapiglia con Lodovico Dolce, due pedanti a una, i quali non acquistano calore che per l’ingiuria. A proposito del libro De nominibus Romanorum, Francesco Robortello da Udine cominciò invelenato litigio con Carlo Sigonio, e se non bastarono le ingiurie latinamente prodigatesi, il primo pubblicò un cartello di sfida contro l’altro, cioè cedole dove proponeva un nuovo metodo d’insegnare il latino; il Sigonio ne oppose un altro, il Robortello replicò, il Sigonio diè fuori una filippica potentissima, sinchè l’autorità v’impose silenzio. Giraldi Cintio entrò in baruffa col Pigna; Paolo Manuzio col Lambino perchè volea stampare consumtus senza il p; e avendogli l’emulo portato un marmo ove leggevasi consumptus, gliel’avventò alla testa. Il Varchi litiga col Lasca e col Pazzi, che lo invita a mandargli i suoi manoscritti per farne impannate, sicchè vedano la luce almeno per un inverno, poi egli tocca pugnalate da signori che pretendeansi maltrattati nella sua Storia, ed egli stesso assale con un coltello Alfonso de’ Pazzi che lo satirizzava; ma questo gli disse: — Rimettete l’arma a suo luogo, ch’io non pretendo vincervi per assalto ma per assedio».

Pietro Angeli, detto Bargeo, per versi mordaci è costretto fuggir di Bologna, poi uccide in duello un Francese; Anton Francesco Raineri poeta milanese è morto da un suo amico; Diomede Borghesi da Siena per risse dovette fuoruscire; Dionigi Atanagi usurpa una traduzione a Mercurio Concorezio, che lo assalta e ferisce; il celebre grecista Prividelli reggiano, professore a Bologna, scelto da Enrico VIII a patrocinar la causa del suo divorzio, fu ucciso da uno di cui avea difeso l’accusato; Michelangelo portò in perpetuo l’impronta del pugno avuto da Pier Torrigiano; Tiziano dipingeva spesso col corazzino; Pietro Facini insidia alla vita d’Annibale Caracci; Lazzaro Calvi avvelena Giacomo Baregone; credesi che così finisse il Domenichino. Girolamo Parabosco sonatore, nell’insegnar musica alla Maddalena famosa cortigiana di Venezia, cerca cattivarsene l’amore, ma i vagheggini di essa, un giorno ch’e’ batteva alla porta, gli buttarono sul capo acqua calda e brage, onde restò segnato tutta la vita. Giambattista Sanga poeta s’innamorò d’una giovane; e la madre di lui, non potendo distornelo altrimenti, stabilì avvelenarla; fintasele amica, le imbandì un’insalata, della quale sopraggiungendo mangiarono pure il Sanga e Aulerio Vergerio segretarj di Paolo III, e tutti morirono (Ziliolo).

Scorrete la vita di que’ letterati, e a nessuno mancano vicende: alcuni primeggiano per isfolgorata ciarlataneria. Giulio Bordone, soprannomato della Scala dall’insegna della paterna bottega, fattosi nome nelle lettere e nella medicina, passava in Francia, e intitolavasi Giulio Cesare Scaligero (pag. 122); e non che asserirsi discendente dai signori di Verona, spacciava un’infinità di imprese guerresche compite da suo padre e da lui; e il mondo credeva; e mentre è scrittor mediocrissimo, il Tuano lo chiama hujus seculi ingens miraculum, e vir quo superiorem antiquitas vix habuit, parem certe hæc ætas non videt[173]; e Giusto Lipsio lo pone quarto con Omero, Ippocrate e Aristotele.