Anche ricchi privati voleano mostrarsi protettori; e mentre i nobili transalpini si gloriavano della propria ignoranza, e firmavano con una croce, «non sapendo scrivere perchè baroni», i nostri abbellìvansi di arti e di lettere. Che non dovettero Rafaello al Chigi, Gian Bologna a Bernardo Vecchietti di Firenze, a Marco Mantova Benavides padovano, l’Ammanati ed altri? Angelo Collocci, nell’antica villa di Sallustio, raduna cippi, busti, statue, medaglie, tra cui i fasti consolari. Il conte Gambara di Brescia, padre della poetessa Veronica, proteggeva i letterati, e da Mario Nizzoli fece comporre le celebri Osservazioni su Cicerone, e stamparle nel suo feudo. Le case de’ Sauli a Genova, de’ Sanseverino a Milano erano aperte ai dotti. I tesori d’erudizione raccolti dal Pinelli divennero fondamento d’insigni biblioteche. Tommaso Giannotto Rangoni da Ravenna, scrittore d’opere mediche di lieve conto, d’un libro sul campare centovent’anni e d’altri astrologici, arricchito colla sua scienza, istituì a Padova un collegio per venti giovani ravegnani che andassero a quella Università, provvedendoli dell’occorrente, e ponendovi anche una biblioteca con molti libri, specialmente orientali, e strumenti e quadri e rarità opportune agli studj; riedificò la chiesa di San Giuliano in Venezia, restaurò quella di San Geminiano, ed ebbe monumenti onorifici, decorazioni, medaglie. In casa di Domenico Venier si adunavano a Venezia Bernardo Tasso, Triffone Gabriele, Girolamo da Molino, Gian Giorgio Trissino, Pietro Bembo, Bernardo Cappello, Daniele Barbaro, Domenico Morosini, Aluisi Priuli, Fortunio Spira, Bernardo Navagero, Speron Speroni ed altri.
A questi esempj conformavasi la folla. I masnadieri assaltano l’Ariosto, ma appena sanno chi fosse, gli fan riverenza. Centinaja di sonetti venivano affissi alle statue, quando compite erano esposte in pubblico, giudicandole con isquisito sentimento del bello, e con una severità di gusto che i maestri rispettavano e la posterità approvò. Quando nei giardini di Tito fu dissepolto un gruppo, che il Sadoleto riconobbe pel Laocoonte descritto da Plinio, le campane di Roma sonarono tutte a letizia, e il marmo coronato di fiori traversò la città fra musiche e parati; i poeti lo cantarono a gara, mentre ascendeva al Campidoglio tra una solennità, memorabile nel paese delle solennità. Il Tartaglia facea bandire le sue scoperte matematiche a suon di trombe, e d’ogni parte riceveva problemi da sciogliere. A Vittore Fausto, che pretendeva avere scoperto la forma delle galere antiche, la repubblica veneta somministrava i mezzi di costruire una quinquereme, e ordinò una gara, nella quale Fausto vinse. Il Sansovino propose di trovare il modo di far cadere esattamente il mezzo della metopa sull’angolo del fregio dorico, e tutta Italia s’agitò intorno a questo problema, e non solo gli architetti, ma il cardinal Bembo, monsignor Tolomei ed altri. Romolo Amaseo udinese era disputato fra principi e università; e il cardinal Bembo a Padova, il governatore Gonzaga a Milano, il cardinale Wolsey in Inghilterra, Clemente VII a Roma, il richiedevano a gara a professare eloquenza. Bernardo Accolti d’Arezzo, detto l’Unico, usciva circondato di prelati e colle guardie svizzere, fu dichiarato duca di Nepi, e onorato d’illuminazione dove arrivasse; aveva a declamare suoi versi? chiudevansi le botteghe di Roma; avendo recitato un ternale in lode di Maria davanti al papa, gli uditori proruppero esclamando: — Viva lungamente il divino poeta, l’incomparabile Accolti»; apoteosi da ingannare la posterità, se per sciagura que’ versi non fossero sopravvissuti[164]. Al Sannazaro, per l’epigramma in lode di Venezia, il senato regalò seicento zecchini: Giambattista Egnazio e Marco Antonio Sabellico furon fatti esenti di imposte essi e i loro beni, e pensionati: ad Antonio Campi, per avere disegnato Cremona, questa città concedette esenzione d’ogni gravezza personale e reale a lui ed a’ suoi figliuoli[165].
Se voltiamo il quadro, scema d’assai il merito di quei protettori. Leone X non pareva comprendere se non la bellezza dello stile; commette un lavoro a Leonardo, ma udendo che s’è messo a stillar vernici e piante, — Ah costui non farà mai nulla, perchè pensa al fine dell’opera prima d’averla cominciata»: forse Leonardo non conosceva le blandizie onde s’accattavano le commissioni, nè fu favorito dai Medici, i quali del resto, se blandivano i letterati, non onoravano la letteratura. L’Ariosto lamentava che, dopo essere disceso sin a baciarlo[166], il papa l’avesse poi lasciato nella miseria, tanto da non avere di che rinnovarsi un manto; e dal duca di Ferrara suo mecenate fu messo governatore nell’alpestre Garfagnana; dal cardinale Ippolito fu tenuto quindici anni in continuo moto per faccende di niun conto «da poeta mutandolo in cavallaro»; poi quando ebbe svilita la propria riputazione col levare a cielo una stirpe immeritevole, udì da costui domandarsi: — Messer Lodovico, dove avete preso tante castronerie?» e perchè seco non volle andare in Ungheria, si vide congedato, e privo delle venticinque corone che gli retribuiva ogni quattro mesi[167]. Pietro Medici teneva Michelangelo a fare statue di neve, e si vantava d’aver alla Corte due portenti, Michelangelo e un corridore spagnuolo; Cosmo preferiva il Vasari al Tiziano; nè essi nè i loro successori osarono terminare le grandiose opere cominciate quando ancora non era spento l’alito della repubblicana libertà; neppure il monumento di Giulio II e la cappella funeraria. I rabbuffi del cardinale Farnese fecero morire consunto Onofrio Panvinio, come quelli del duca d’Este impazzire il Tasso. Le pensioni spesso erano decretate ma non pagate[168].
Federico Badoaro nel 1557 istituiva l’accademia veneziana della Fama, con cento e più socj, che doveano leggere d’ogni scienza, ricevere notizie d’ogni parte, dotata di libri e di sostanze, rallegrata da conviti: repente la repubblica la chiude, volendo che sin il nome «sia del tutto casso, talchè sotto pena di bando perpétuo di tutte le terre e luoghi dello Stato nostro non possi più essere usato d’alcuno»[169]. Illustre era pure l’accademia dei Pellegrini, con cene e beneficenze al modo de’ Franchimuratori, e buona biblioteca, e fondi per pubblicare libri che si regalavano, e dare doti a zitelle; ed essa pure venne proibita nel 1557, quarantacinque anni dopo istituita, forse per ombra del segreto che vi dominava.
Invece dunque d’invidiarli perchè trovavano protezione, parmi a deplorare la condizione di quei letterati e artisti che non potevano attendersi la ricompensa disinteressata del favor popolare e la gloria spontanea. Poteva dirsi che pubblico non v’avesse, ma due sole classi di lettori, ecclesiastici e Corte; onde la funesta necessità di rassegnarsi ad essere protetti, e d’invocare non già tolleranza e perdono all’utile verità, ma sicurezza d’ozj a prezzo della dignità del carattere e del pudore dell’arte.
Sicuramente un artista non potrà mai fabbricare Santa Maria degli Angeli o la cupola di San Pietro, nè dipingere le stanze vaticane se non ne sia comandato; e il genio che concepisce ha mestieri di allearsi colla ricchezza che fa eseguire: ma che questa basti a suscitare grandi uomini o a formare un’età, non dirò di genio, ma nè tampoco di buon gusto, è ciancia di cortigiani. I Medici trovarono già formati que’ grandi, ed ebbero il merito o la scaltrezza di valersene; ma quando le lettere, le arti e la poesia che è l’arte stessa, cioè il bello rivestito di forme sensibili, furono salariate dai principi, staccaronsi dai bisogni e dai sentimenti della nazione, perdettero in genio quanto acquistavano in forbitezza, divennero un ornamento aristocratico anzichè un’espressione nazionale; e posti fra il trivio donde uscivano e le Corti che li salariavano, i letterati non raggiunsero la raffinatezza di queste, e perdettero l’efficacia feconda e geniale della popolarità, e furono tenuti di qua dall’eccellenza, a cui soltanto può arrivarsi col felice accordo di tutte le facoltà dell’anima e dell’intelletto. E noi, ammirando l’esecuzione, deplorando l’intento, più volte ci compiacemmo di considerare quel che sarebbe riuscito l’Ariosto, se, invece degli inonorevoli dinasti di Ferrara, avesse preso per tema la nazione o la cristianità; se il Guicciardini non avesse dovuto scagionare se stesso de’ turpi servigi prestati alla tirannide; se Machiavelli non avesse scritto la storia per comando di Clemente VII, e il Principe per ottenere un impiego; se Michelangelo non fosse stato trabalzato dallo scalpello al pennello, al compasso, nè costretto a stizzirsi col marmo acciocchè sulle tombe de’ Medici esprimesse un’idealità, repugnante agli ordini e al merito dei committenti.
Fra i precetti dettati da molti, fra le censure rimbalzate in quelle rivalità clamorose e accannite, appare egli mai che si credesse l’arte obbligata ad alcuna cosa più elevata che l’arte stessa? Piacere; piacer alla Corte, ai letterati, era l’unico intento. Vedeasi lacerare il manto della religione, e si credea rattopparlo facendo scrivere diatribe dal Muzio: si tassavano le sconvenienze insinuatesi nella liturgia, e Leone X faceva emendare gli inni e il breviario secondo le frasi di Cicerone e di Tibullo: periva la patria, e cantavasi; periva, e pochi animarono la storia con quei magnanimi dispetti, che rimangono come una protesta indelebile delle nazioni; periva, e nessun grande avea voce per intonare l’epicedio, il quale rimbombasse nei sepolcri, per risonare un giorno qual tromba della risurrezione.
Il primo soggetto che si presentasse coglievasi, purchè opportuno a sfoggiare bellezza ed arte. Almeno nell’età seguente il Tasso dibattè lungamente seco stesso qual eleggere al suo poema: l’Ariosto non vi fu indotto da altra ragione che di far la continuazione d’un altro. Chiedi al Vida e al Fracastoro perchè cantarono il baco e la sifilide; risponderanno, — Per mostrare che latinamente si possono dire cose non mai da Latini trattate». L’Alamanni: — Scrissi poemi, perchè que’ soggetti cavallereschi garbavano ad Enrico II». Bernardo Tasso compone cento canti prima di chiedersi se il suo Amadigi sia di Galles o di Gallia.
Di qui la nessuna dignità nella morale e negli argomenti, la nessuna cura di conservare alle composizioni quell’unità che degli scritti fa un’azione. Il Sannazaro, congratulato di sua pietà da Leone X e Clemente VII, volge a carmi lascivi la musa che avea cantato il parto della Vergine; monsignor Della Casa encomia quel Carlo V, cui aveva imprecato come a peste d’Italia; e l’encomiava l’Alamanni, il quale, mandatogli ambasciadore, e sentendosi da lui rinfacciare versi d’altro tenore, lanciati già tempo contro l’aquila grifagna e divoratrice, se ne scagionò col riflettere ch’è uffizio della poesia mentire. Machiavelli va ambasciatore al duca Valentino come ad un capitolo di frati; Leonardo fa statue pel Moro, e archi trionfali pel vincitore del Moro; notando nel suo taccuino la caduta del primo, non riflette se non che «nessuna delle sue opere compì»; e dopo dipinta la Cena, va a fabbricar fortezze pel Valentino; Rafaello compunge collo Spasimo quanto seduce colle Psichi e le Galatee; Michelangelo fortifica la sua patria contro i tiranni, e immortala questi nel marmo; tutti pensano quel che Cellini dice: — Io servo a chi mi paga».
Tale bassezza trapela dalle lodi che l’un l’altro si rimbalzavano i letterati; e a tacer i tanti nuovi Virgilj e Ciceroni e Livj nuovi, il Varchi collocava il Girone Cortese di sopra del Furioso; lo Stigliani anteponeva i Tansillo al Petrarca; il sommo Ariosto consumava un mezzo canto ad eternare oscuri nomi di suoi contemporanei. Questo bisogno del lodare e d’essere lodato, questo circoscrivere l’approvazione in pochi veniva espresso dal moltiplicarsi delle accademie, dal secolo precedente resuscitate per imitazione dell’antichità nella Platonica di Lorenzo de’ Medici. Burlevoli spesso di nome, puerili d’occupazione, coi pasti, col vino infervoravano l’estro; vi si cantavano e recitavano versi ed orazioni e lezioni e dicerie; principi e vescovi sedeano ad ascoltare, a fianco de’ letterati; e talvolta in mezzo a questi gravi padri sorgeva il Caro a lodare il naso del presidente, «naso perfetto, naso principale, naso divino, naso che benedetto sia fra tutti i nasi, e benedetta sia quella mamma che vi fece così nasuto, e benedette tutte quelle cose che voi annasate»; ovvero il Berni vi lodava le anguille, i cardi, la peste; il Firenzuola la sete e le campane; il Casa la stizza e il martel d’amore; il Varchi le ova sode e il finocchio; il Molza l’insalata e i fichi; il Mauro la fava e le bugie; e chi la tosse, chi la terzana, chi la pelatina, chi qualcosa di peggio. Encomj divisi coi principi mecenati, e applauditi da quegli Assonnati, Infecondi, Filoponi e che mi so io.