E a Paolo Emili veronese, chiamatovi da Luigi XII, la Francia deve la prima sua storia, che fu continuata da Daniele Zavarisi del paese stesso.
Giovanni Grolier di Lione, posto da Francesco I, nel 1515, gran tesoriere a Milano, benchè forestiero e in tal impiego, si fece amare, almeno dai letterati, coi quali mostravasi tanto munifico, che avendone un giorno molti a pranzo, donò a ciascuno un par di guanti, e si trovò ch’eran pieni di monete d’oro[157]. Pietro Tomai ravegnano, di portentosa memoria, sopra la quale scrisse egli stesso un’operetta latina (la Fenice, 1491), insegnò leggi per molte città fin quando Bugislao duca di Pomerania vedutolo a Venezia, il pregò a seguirlo a Gripswald. Ivi egli insegnò, poi vecchio volle rimpatriare: ma il duca di Sassonia per via mandò pregandolo a venir a lui, e gli usò grandissime cortesie: cercato a gara dai principi di Germania, fu un trionfo il suo passare di città in città: poi ritrattosi ne’ Francescani, pare morisse il 1511.
Al naturalista Mattioli levavano un figlio al battesimo l’imperatore di Germania e i re di Francia e Spagna; ad Agostino Nifo papa Leone X concede il titolo di conte palatino e di portare il cognome e lo stemma de’ Medici; a Rafaello vuole il cardinal Bibiena dare sposa una nipote. Perfino il disdegnoso Carlo V consuma lunghe ore a Bologna nell’ammirare la bella e minutissima scrittura di Francesco Alunno, e massime il credo e il principio del vangelo di san Giovanni scritti sullo spazio d’un denaro[158]; festeggiò in ogni guisa il Castiglioni, lo naturalizzò spagnuolo, gli diede un vescovado, e morto l’onorò di splendide esequie, professando «aver perduto un de’ migliori cavalieri del mondo»; s’abbassa a raccorre il pennello caduto a Tiziano; al venire di Michelangelo si leva esclamando: — Imperatori ve n’ha di molti, ma pari a voi nessuno»; ai cortigiani che s’arricciano degli onori renduti al Guicciardini, risponde: — Con una parola io posso fare cento cavalieri, e con tutta la mia potenza non un pari a questo»; richiese Giannello della Torre cremonese raccomodasse a Pavia l’orologio fatto da Giovanni Dondi; e avendo quegli risposto non potersi più ripararlo, e fattone un nuovo, Carlo V sel menò in Ispagna, ove a Toledo lavorò macchine ingegnosissime, sicchè fu detto l’Archimede di quel tempo; e lo volle seco nel ritiro di Just.
Carlo V, vincitore dell’Africa, sbarcando a Napoli, riceveva in pubblica udienza Laura Terracina poetessa, e dalle mani di lei la petizione perchè alla città fosse concesso il titolo di Fedelissima. Al domani poi recavasi alla casa di lei a Posilipo, e sulle treccie della giovinetta deponeva la corona di lauro tolta dal proprio capo, dicendo convenir essa del pari ai trionfanti e ai poeti. Poco poi dall’Inghilterra le giungeva l’ordine della Giarrettiera.
Il fiero Giulio II spaccia corrieri sopra corrieri per richiamare Michelangelo e scende seco a scuse d’avergli fatto fare anticamera: papi, principi se lo faceano seder accanto: profugo dalla patria a Venezia, invano si ritira alla Giudecca per cansar visite e cerimonie, chè subito la Signoria gli manda due gentiluomini a onorarlo e offrirgli ogni comodità, gli esibisce seicento scudi l’anno senza verun obbligo e sol pel piacere di possedere un tanto maestro delle tre arti[159]: Francia e il granturco lo domandano del pari: da Roma ne fu rapito il cadavere, perchè riposasse non nella basilica del cristianesimo, ma a Firenze nel sacrario degli uomini grandi.
Nel nome di Leon X si compendia quanto ha di segnalato l’amore delle lettere; impieghi, benefizj, dignità ecclesiastiche, denari suoi proprj metteva a disposizione dei dotti; usava per segretarj il Bembo e il Sadoleto, i più tersi scrittori latini; al Tibaldeo di Ferrara, venutovi dalla corte dei Gonzaga, diede trattamento e ricchezze e cinquecento zecchini per un epigramma; riconosciute felici disposizioni nel Flaminio giovinetto, sel tenne accanto; stava attonito agli improvvisi del Marone; pagò cinquecento zecchini i primi cinque libri degli Annali di Tacito, venuti di Westfalia; e nel privilegio conceduto per istamparli, glorifica le lettere come il più bel dono che, dopo la vera religione, Iddio abbia fatto agli uomini, loro vanto nella fortuna, conforto nell’avversità; e al fine dell’opera promette ricompensa a chi gli porterà vecchi libri ancora inediti. Adopera Fausto Sabeo a cercarne, il quale percorse a piedi mezz’Europa, affrontando (canta egli) fame, sete, pioggia, soli, polvere onde liberar di schiavitù qualche antico scrittore. A Giovanni Heytmers diede incarico di rintracciar le Deche di Tito Livio pagandole a qualsifosse prezzo, e dicendo che «importante porzione dei doveri pontifizj è il favorire i progressi della classica letteratura». Concedeva privilegi alle edizioni più accurate, e ad Aldo Manuzio, colla riserva che non le vendesse troppo care: affidava la biblioteca Vaticana al Beroaldo: a Nicola Leoniceno scriveva chiedendogli licenza di fare qualcosa per lui, e gli offriva un’abbadia, una villa presso Roma, alloggio sull’Esquilino, ch’egli però pospose alla studiosa quiete: fissava a Roma Giovanni Lascari e Marco Musuro filologi famosi, il primo dei quali prepose a un collegio apposito per l’insegnamento del greco, con alquanti giovani condotti di Grecia e con stamperia: più di cento professori soldava nel ginnasio romano, che volle emulasse le migliori Università[160]; esortando agli studj serj, non a quella filosofia mendace che si chiama platonismo, e a quella folle poesia che corrompe l’anima.
Quest’amore ereditato da’ suoi maggiori trasmise egli ai discendenti: il cardinale Ippolito a Bologna teneva trecento famigliari, la più parte letterati; e avendogli Clemente VII rimostrato ch’erano troppi per lui, rispose: — Non li tengo a corte perchè io abbia bisogno di loro, ma perchè essi l’hanno di me». Cosmo granduca scriveva di proprio pugno agli artisti, sollecitava Michelangelo a ritornare da Venezia, e che gli portasse del pesce sôla che gli piaceva. Francesco suo figlio, istrutto d’ogni letteratura, crebbe le Università di Pisa, Firenze, Siena e l’accademia Fiorentina, fondò quella Crusca e la stupenda galleria, aumentò la biblioteca Laurenziana, promosse la botanica, sostenne chiunque avesse valore, e a Gian Bologna scriveva: — Non potevano più che quel che hanno fatto soddisfarci le due figurine che ci avete mandate, non potendo essere altrimenti d’opera che esce dalla vostra mano»; e Ferdinando granduca allo stesso: — Desideriamo che, nella voglia di lavorare, vi ricordiate principalmente d’avere una buona cura alla vostra sanità, chè questa importa più di tutto»[161]. Esso Ferdinando comprò la Venere Medicea, cominciò la ducale cappella di San Lorenzo, pose la stamperia di caratteri orientali.
I principi considerano come un altro lusso di loro Corti il possedere i più celebri letterati: siffatti vedemmo i principi di Milano e di Napoli, sinchè non furono sbalzati dai forestieri; il duca di Mantova tenne lungamente il broncio col Castiglioni perchè gli chiese di passare dalla sua alla Corte d’Urbino; il Tasso era disputato agli Estensi dai Medici; Alfonso I d’Este, benchè continuo in guerre, nè d’artista e letterato avesse che la pretensione, e lavorasse da mestierante in tornire e fare stoviglie, fabbricò dispendiosamente e rifiorì l’Università di Ferrara, dove Lucrezia Borgia, Lucrezia ed Anna d’Este, Isabella de’ Medici erano cortesi al bel sapere fin coll’amore; come Isabella d’Este marchesa di Mantova. Alfonso II teneva in corte Matteo Casella, Lodovico Cato, Jacopo Alvarotti giureconsulti rinomatissimi, il medico Nicolò Leoniceno, l’erudito Celio Calcagnini, e quel che fa per mille, l’Ariosto; e conferì a Girolamo Falletti piemontese il titolo di conte di Frignano e varj assegni, coll’obbligo feudale di dargli ogni anno due opere nuove di piacevol lettura, altrimenti pagherebbe il doppio delle sue rendite[162].
Pico della Mirandola diede i fondi ad Aldo Manuzio per istabilire la stamperia, e voleva assegnargli un podere affinchè Carpi divenisse il nido di quelle edizioni; ma le proprie sfortune gliel’impedirono. Il cardinale di Trento promette dar mantenimento per tutta la vita all’Anguillara s’e’ traduce l’Eneide; e gli regala tante braccia di velluto quanti ha terzetti un capitolo assai piaciutogli. Il valente condottiero Vespasiano Gonzaga, che fece rifabbricare Sabbioneta, con vie allineate e larghe, e bellezza di case, di tempj, di piazze, statue e fortificazioni, pose scuole, e ricercava letterati ed artisti. Era della casa stessa Scipione cardinale, che fondò a Padova l’accademia degli Eterei, amico del Guarini e del Tasso; del quale scriveva fin le lettere e copiò tutto il poema, e volea comune con lui la camera, la tavola, il bicchiere. Udito Pier Vettori, uno dei più famosi retori del suo tempo, il cardinale Alessandro Farnese gli mandò un vaso pieno di monete d’oro; Francesco Maria duca d’Urbino una catena d’oro; una Giulio III nel riceverlo a Roma, e i titoli di conte e cavaliere. Esso duca d’Urbino, di mezzo alle armi, avea della sua Corte formato il ritrovo delle persone erudite e colte[163].
Gonzalvo di Còrdova e Pier Navarro a Napoli profusero segni di benevolenza al poeta latino Pietro Gravino. L’Alviano, nel respiro delle battaglie, radunava a Pordenone, borgata regalatagli dai Veneziani, il Fracastoro, il Cotta, il Navagero ed altri, che chiamava sua accademia, e che il ricreavano ed istruivano. Gian Giacomo Trivulzio, anche vecchio, traeva a udir professori. Alfonso d’Avalos si circondava di letterati; e Girolamo Muzio racconta che, viaggiando con esso da Vigevano a Mondovì il 1543, ragionarono continuo di poesia, ed esso compose per via sin venti sonetti e un’epistola di cento versi a rime libere. Sin l’infame Valentino, sin il turpe Alessandro Medici ambivano fama di bella educazione. E tutti a Michelangelo, al Puccini, al Bandinello, al Bronzino dirigeano lettere famigliarissime, discutendo i progetti, pregandoli di qualche lavoro; Francesco I di Francia scriveva di proprio pugno a Michelangelo perchè gli mandasse alcuna sua opera; Filippo II scriveva al Tiziano: — Mi farete sommo piacere e servizio se vi occuperete di questo quadro colla maggior possibile sollecitudine».