L’amore dell’arte fa prosperar l’arte; e il popolo risorto ne’ Comuni, il popolo credente, l’avea risuscitata dalla barbarie, e spinta per sentieri nuovi ad una maniera, scorretta se volete, ma ardita e originale e consona ai nuovi bisogni. Allora sorsero magnifiche cattedrali in ciascuna città; allora Dante cantava. La cognizione e lo studio sopravvenuto degli antichi, avrebber potuto ripulire quelle forme conservando l’intima ispirazione; nel che coraggiosamente vedemmo progredire gl’ingegni nel secolo precedente. La pratica dell’arte esige cultura intellettuale; nè l’artista può elevarsi all’ideale se non in una società ove sia delicato il sentimento, appurato il gusto; e per essere capace d’ammirarne le opere richiedonsi cognizioni proprie d’una civiltà avanzata. Quel prosperare delle arti indica dunque un’estesa cultura ne’ nostri compatrioti: ma artisti senza fede ne’ costumi, amatori eleganti, impudichi modelli, prelati spenderecci, principi che, avendo il sentimento del bello, mancavano del sentimento del buono, le trassero ben presto al decadimento.
Intaccata la grande unità cattolica, disperse le società massoniche e con esse i loro segreti, l’architettura si ravviò sulle più facili pratiche dell’antico. La pittura, educata dal cristianesimo e dalla libertà, s’era fatta educatrice del popolo, manifestazione di nobili affetti e soavi, scorretta ma spontanea, leccata ma limpida come derivante dalle miniature, calma senza artifizj di scorci, di sott’in su: or eccola ripudiare il medioevo a nome dell’antichità; e se in prima tentò rivestire il nuovo suo ideale co’ prestigi classici, ben presto i segni jeratici paragonava alla natura che imitano, piuttosto che alle verità che rappresentano; da liturgica che era quando la scelta dell’artista sottoponeva all’autorità del teologo, profanossi in una libertà che ben presto le tolse dignità ed efficacia; e dimenticata la sostanza per l’inviluppo, il gusto surrogò all’entusiasmo, posponendo la devozione al blandimento de’ sensi, non attendendo più a tradurre dogmi, ma a seguire la moda e le commissioni. Affinata nell’abilità tecnica, e divenuta mestiere, variò da paese a paese, da maestro a maestro, qui prediligendo il disegno, là il colorito, altrove la composizione o lo scorto, e sempre mirando a piacere, a imitar la natura e l’arte antica, a ottener l’illusione quand’anche si sacrificassero all’evidenza e al movimento il decoro e la grazia, alla bellezza l’espressione; ben ritraendo muscoli, nervi e vene, e altri sfoggi di scienza; affollando persone in modo che si smarrisse il soggetto principale; toccando risolutamente; e intanto negligendo il concetto che vivifica, l’espressione che eleva il sentimento e ajuta la contemplazione.
L’artista non fu più pel popolo, ma dovè cercare compensi e protezione alle Corti, onde si fece piacentiero: e l’intento morale e l’espressione, anima delle belle arti, non possono che scapitare allorchè non obbediscano all’intimo sentimento, ma a commissioni. E in fatto le arti scaddero dall’importanza storica, perchè cessò l’opportunità di quei reggimenti tra cui erano rinate: allora, tornato il predominio della materia, e l’idolatria della forma, che si raffina a scapito dell’idea, come la moltiplicità de’ lavori detrae all’originalità; insozzate le fantasie, svanito l’affetto sublime e religioso, si fecero ministre a lascivie e adulazioni, e contribuirono a crescer le nostre vergogne e perpetuare l’avvilimento.
Non s’insisterà mai troppo sulla deficienza di moralità, mentre si ammira quello splendore delle lettere e dell’arti. Dal quale abbagliati, taluni lo attribuiscono alla protezione dei grandi. E certo onori ed eccitamenti mai non vennero così splendidi, così universali. Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I, Caterina de’ Medici, invitavano i nostri ad accendere la fiaccola del bello in Francia, e Leonardo, il Primaticcio, il Cellini, Andrea del Sarto, una colonia d’artisti, vi lasciarono opere e scolari; Guido Guidi fiorentino era medico di Francesco I; Italiani dettavano dalle cattedre, e scienze nuove portavano nell’Università di Parigi, della quale l’Aleandro trevisano fu anche rettore, benchè gli statuti n’escludessero i forestieri. Publio Andrelini da Forlì, coronato poeta latino a ventidue anni, di stile facile ma negletto e caldissimo disputatore, fu intitolato poeta del re e della regina (regius et reginus), e riccamente donato da Carlo VIII e dai successori suoi. Francesco Vimercate, illustre aristotelico, chiamato da Francesco, restò venti anni a Parigi, e fu il primo che professasse filologia greca e latina in quell’università; nella qual pure ebbe invito Angelo Canini d’Anghiari, lodato grammatico; mentre Jacopo Corbinelli e gli Strozzi innamoravano di quella lingua, in cui a Valchiusa era stata cantata la bella Avignonese. L’Alamanni ripagava con bei versi l’ottenutavi ospitalità, e felicitava la Senna di scorrere pacifica tra popoli concordi, mentre
Il mio bell’Arno, ah ciel! chi vide in terra
Per alcun tempo mai tant’ira accolta
Quant’or sovra di lui sì larga cade?
Il mio bell’Arno in sì dogliosa guerra
Piange soggetto e sol, poi che gli è tolta
L’antica gloria sua di libertade.