Altrettanta fama ebbe la Tullia d’Aragona a Venezia (pag. 202), corteggiata da Bernardo Tasso e da altri valenti, i quali Speron Speroni introduce a ragionare con essa nel suo Dialogo d’amore. Non serve ripetere le infami glorie di Rosa Vanozza e di Lucrezia Borgia, cui seguirono dappresso i fasti di Bianca Capello: ben deve far colpo, che donne di famigerata libidine fossero assunte a nozze principesche; ma quei principi, non frenati da potere superiore nè dal formidabile dell’opinione, credeansi lecito ogni talento. Della Franco già parlammo, ed è curiosa una lettera in cui dissuade una signora veneta dal render cortigiana la propria figlia; curiosa dico per gli argomenti che vi adopera, singolarmente insistendo sui pericoli cui espone la vita e le facoltà[202].
Nei diarj manoscritti del Sanuto leggiamo sotto il 1497: — Pochi zorni fa don Alfonso (poi marito di Lucrezia Borgia) fece in Ferrara cosa assai liziera, che andoe nudo per Ferrara con alcuni zoveni in compagnia, di mezo zorno». Il Baglione di Perugia vive in pubblico amore colla sorella. Una signora di Ferrara amata dal cardinale Ippolito d’Este, il mecenate dell’Ariosto, essendosi abbandonata al costui fratello Giulio, ne incolpa la gran bellezza degli occhi di questo; e Ippolito glieli fa cavare. Allora Giulio trama col fratello Ferdinando per ispodestare Alfonso, ma scoperti, son presi, mandati al supplizio; poi sul palco graziati, e chiusi in perpetua prigione. Si rifugge dall’oltraggio di Pierluigi Farnese nel vescovo di Fano.
Paolo Giovio, in un dialogo latino manoscritto presso la sua famiglia in Como, si lagna che, «traboccando il lusso e la licenza, le più nobili matrone ruppero a libidine sfacciata; e mentre i Francesi, uomini subiti, liberali, violenti in amore, già n’aveano parecchie contaminate, gli osceni Spagnuoli, astuti, importuni, con assidui corteggi e scaltri artifizj salirono al talamo di molte. Giacchè altre per cattiveria e lascivia, quali per gran prezzo, le più per ambizione, per tema, per rivalità delle altre, fanno getto del pudore. Che se alcuna savia e pudica rifiuta gl’ignominiosi propositi, non è da nobili cavalieri corteggiata, si mandano soldati a far sacco nelle sue ville e nelle campagne, nè si finisce finchè i mariti stanchi non se ne ricomprano colle notti delle mogli. Casa alcuna non è sicura dalla militare avarizia, se la padrona non si spalleggi della brutta lascivia di alcun insigne uffiziale».
A pugnali e veleni ricorreano o credeansi ricorrere non solo il Valentino e suo padre, ma anche persone in voce di oneste; e li adoprava Alessandro Farnese, reputato dolce e umano, e quando udiva essersi attentato contro la vita del principe d’Orange, mandava circolari d’esultanza; talmente gli assassinj erano parte della tattica d’allora. Di avvelenamenti fra gente d’ogni condizione son piene le biografie e le novelle, e sarebbesi detto fossero il pudore di chi si vergognava dell’assassinio manifesto: fin que’ lietissimi umori del Bibiena e del Berni furono, o si dissero uccisi di veleno: frà Paolo Sarpi consigliava alla Signoria veneta di ricorrervi per tor di mezzo gli uomini pericolosi, stante che il veleno sia men odioso e più utile che il carnefice. Le scene tragiche, onde restò funestata la corte di Cosmo di Toscana, forse vennero esagerate dall’odio dei fuorusciti; ma non meno della lettura del Machiavelli sgomenta il giornale ove il Burcardo notò freddamente misfatti orrendi eppur giornalieri. Nel 1514 la città di Piacenza sporgeva supplica al papa contro del governatore Campeggi, il quale permetteva ogni iniquità, al punto che sotto gli occhi di lui cittadini de’ primarj, e non pochi, sono trafitti impunemente, matrone strozzate nelle proprie case, donne rapite in città, botteghe e officine predate di pieno giorno, ville saccheggiate, rivissute le fazioni, ogni casa piena d’armi e d’armati[203].
Di mezzo a tanta corruzione e atrocità sopravviveano rimembranze cavalleresche: Francesco I combatteva come un antico paladino; venivano a morire di qua dell’Alpi Bajardo e Gastone di Foix; questi mentre assedia Marcantonio Colonna in Verona, udito che trovasi malato, gli spedisce il suo medico, e guarito, lo prega uscire un momento perchè possa vederlo. Ma piuttosto che ad imprese di guerra, la gentilezza ora volgeasi al vivere delle Corti, divenuto una necessità pei poveri di spirito, a cui fanno di mestieri il fasto e le blandizie, e una palestra di belle creanze e di spiritoso conversare.
Il conte Baldassarre Castiglioni mantovano, mandato a raffinarsi presso i principi milanesi, accompagnò nelle armi Francesco Gonzaga di Mantova e Guidobaldo d’Urbino; sostenne ambascerie in Francia, in Inghilterra, in Ispagna; a Roma godette l’amicizia de’ migliori; e quando morì, Rafaello gli fece il ritratto, Giulio Romano ne disegnò la tomba, Pietro Bembo ne preparò l’iscrizione. Stette egli lungamente nella corte d’Urbino, ove esso Guidobaldo, infermo di podagra, «sopra ogni altra cosa procurava che la casa sua fosse di nobilissimi e valorosi gentiluomini piena, coi quali molto famigliarmente viveva, godendosi della conversazione di quelli: nella qual cosa non era minore il piacere che esso ad altrui dava, che quello che d’altrui riceveva, per essere dottissimo nell’una e nell’altra lingua, ed aver insieme con l’affabilità e piacevolezza congiunta ancor la cognizione d’infinite cose: ed oltre a ciò, tanto la grandezza dell’animo suo lo stimolava, che, ancor che esso non potesse con la persona esercitare l’opere della cavalleria come avea già fatto, pur si pigliava grandissimo piacere di vederle in altrui; e con le parole, or correggendo or laudando ciascuno secondo i meriti, chiaramente dimostrava quanto giudizio circa quelle avesse; onde nelle giostre, nei torneamenti, nel cavalcare, nel maneggiare tutte le sorti d’arme, medesimamente nelle feste, nei giuochi, nelle musiche, insomma in tutti gli esercizj convenienti a nobili cavalieri, ognuno si sforzava di mostrarsi tale, che meritasse esser giudicato degno di così nobile commercio.
«Erano tutte l’ore del giorno divise in onorevoli e piacevoli esercizj così del corpo come dell’animo: ma perchè il signor duca continuamente, per la infermità, dopo cena assai per tempo se n’andava a dormire, ognuno per ordinario dove era la signora duchessa Elisabetta Gonzaga a quell’ora si riduceva. Quivi i soavi ragionamenti e le oneste facezie s’udivano, e nel viso di ciascuno dipinta si vedeva una gioconda ilarità, talmente che quella casa certo dir si poteva il proprio albergo dell’allegria: nè mai credo che in altro loco si gustasse quanta sia la dolcezza che da un’amata e cara compagnia deriva, come qui si fece un tempo; chè, lasciando quanto onore fosse a ciascuno di noi servire a tal signore, a tutti nasceva nell’animo una somma contentezza ogni volta che al cospetto della signora duchessa ci riducevamo; e parea che questa fosse una catena che tutti in amor tenesse uniti, talmente che mai non fu concordia di volontà o amore cordiale tra fratelli maggiore di quello, che quivi tra tutti era. Il medesimo era tra le donne, con le quali si aveva liberissimo ed onestissimo commercio; che a ciascuno era lecito parlare, sedere, scherzare e ridere con chi gli parea: ma tanta era la riverenza che si portava al volere della signora duchessa, che la medesima libertà era grandissimo freno; nè era alcuno che non estimasse per lo maggior piacere che al mondo aver potesse il compiacere a lei, e la maggior pena il dispiacerle. Per la qual cosa, quivi onestissimi costumi erano con grandissima libertà congiunti, ed erano i giuochi e i risi al suo cospetto conditi, oltre agli argutissimi sali, d’una graziosa e grave maestà; che quella modestia e grandezza che tutti gli atti e le parole e i gesti componeva della signora duchessa, motteggiando e ridendo, facea che ancor da chi mai più veduta non l’avesse, fosse per grandissima signora conosciuta. E così nei circostanti imprimendosi, parea che tutti alla qualità e forma di lei temperasse; onde ciascuno questo stile imitare si sforzava, pigliando quasi una norma di bei costumi dalla presenza d’una tanta e così virtuosa signora...
«Tra l’altre piacevoli feste e musiche e danze che continuamente si usavano, talor si proponevano belle questioni, talor si faceano alcuni giuochi ingegnosi ad arbitrio or d’uno or d’un altro, nei quali sotto varj velami spesso scoprivano i circostanti allegoricamente i pensieri suoi a chi più loro piaceva. Qualche volta nasceano altre disputazioni di diverse materie, ovvero si mordea con pronti detti; spesso si facevano imprese, come oggidì chiamiamo; e sempre poeti, musici, ed ogni sorta d’uomini piacevoli, ed i più eccellenti in ogni facoltà che in Italia si trovassero, vi concorrevano»[204].
Queste colte e decenti eleganze volle il Castiglioni ritrarre con uno stile senza frasche, fingendo ragionamenti in cui si delineano le condizioni del Cortigiano, come allora chiamavasi il gentiluomo. Secondo l’andazzo, troppo spesso egli imita, e principalmente nelle introduzioni ricorda Cicerone. Come questo, anzichè sulla stoica austerità, si regge sulla media condiscendenza socratica, che riduce la virtù alla scienza, il vizio all’ignoranza. Nè s’approfonda egli nella natura umana come dovrebbe chi detta precetti; sbiadisce lo spicco delle fisionomie; nulla vuole si operi con originalità e di primo lancio. Per raggiungere il tipo ideale del cortigiano dà precetti del vestire, del parlare, far riverenze, se mentire e fin a qual punto; sovrattutto sappia bene di scherma, oltre il ballo, il nuoto, il salto, e sonare e gli esercizj piacenti; non abbia poi particolarità, cioè carattere. Vuole «che il cortigiano si volti con tutti i pensieri e forze dell’animo suo ad amare e quasi adorare il principe a cui serve, sopra ogni altra cosa, e le voglie sue e costumi e modi tutti indirizzi a compiacerlo» (lib. II); e insegna l’arte di lodare il principe senza che paja adulazione, di lodar se stesso senza che paja vanità, di mostrar renitenza agli onori e posti che più s’ambiscono, di spassare la brigata con bisticci e coll’esagerare un motto; l’arte insomma d’essere immorale e grazioso. Eppur vuole che il suo cortigiano eviti le piacenterie e le condiscendenze smodate, non dissimuli le opportune verità; del che offre esempio egli stesso, disapprovando le arti troppo comuni fra i principi.
Ammiratore dell’età sua come tutti i contemporanei, deride i lodatori del passato. «Che gl’ingegni di quei tempi fossero generalmente molto inferiori a que’ che son ora, assai si può conoscere da tutto quello che d’essi si vede, così nelle lettere come nelle pitture, statue, edifizj ed ogni altra cosa. Biasimano ancora questi vecchi in noi molte cose che in sè non sono nè buone nè male, solamente perchè essi non le faceano; e dicono, non convenirsi ai giovani passeggiare per la città a cavallo, massimamente sulle mule, portar fodre di pelle, nè robe lunghe nel verno; portare berretta, finchè almeno non sia l’uomo giunto a diciott’anni, ed altre tai cose: di che veramente s’ingannano; perchè questi costumi, oltre che siano comodi ed utili, son dalla consuetudine introdotti, ed universalmente piaciono, come allor piaceva l’andare in giornea con le calze aperte e scarpette pulite, e, per essere galante, portare tuttodì uno sparviero in pugno senza proposito, e ballare senza toccar la mano della donna, ed usare molti altri modi, i quali, come ora sariano goffissimi, allor erano prezzati assai. Però sia lecito ancor a noi seguitare la consuetudine de’ nostri tempi, senza essere calunniati da questi vecchi, i quali spesso, volendosi laudare, dicono: — Io aveva vent’anni che ancor dormiva con mia madre e mie sorelle, nè seppi ivi a gran tempo che cosa fossero donne; ed ora i fanciulli non hanno appena asciutto il capo, che sanno più malizie che in que’ tempi non sapeano gli uomini fatti»; nè si avveggono che, dicendo così, confermano i nostri fanciulli aver più ingegno che non avevano i loro vecchi» (lib. II).