La conversazione piacevoleggiavasi con racconti e con facezie, sulla qual materia egli si dilata; e molto intorno alle donne di palazzo, facendole ispiratrici del suo cortigiano; tocca con delicatezza l’amore, e se convenga corteggiare, e se piuttosto una pulzella o una maritata, e come impedire che l’amore degeneri in effeminatezza, contro della quale si avventa.
Educato il suo gentiluomo, lo colloca a fianco al principe, e qui l’interesse diviene più largo, l’autore più franco nel deplorare quelli abbandonati alla licenza e all’adulazione, mentre vorrebbe si presentasse loro la verità sotto il velo del piacere. Vero è che i consigli ch’e’ porge al principe riduconsi a generalità inconcludenti, o al più dicevoli a piccoli signori, e col patto che sieno buoni. «Non si può forse dare maggior laude nè più conveniente ad un principe, che chiamarlo buon governatore. Però, se a me toccasse instituirlo, vorrei che egli avesse cura non solamente di governar le cose già dette, ma le molto minori, ed intendesse tutte le particolarità appartenenti a’ suoi popoli quanto fosse possibile, nè mai credesse tanto, nè tanto si confidasse d’alcun suo ministro, che a quel solo rimettesse totalmente la briglia e lo arbitrio di tutto ’l governo; perchè non è alcuno che sia attissimo a tutte le cose, e molto maggior danno procede dalla credulità de’ signori che dall’incredulità, la quale non solamente talora non nuoce, ma spesso sommamente giova: pur in questo è necessario il buon giudizio del principe, per conoscere chi merita essere creduto e chi no. Vorrei che avesse cura d’intendere le azioni, ed esser censore de’ suoi ministri; di levare ed abbreviare le liti tra i sudditi; di far fare pace tra essi, e legargli insieme con parentadi; di fare che la città fosse tutta unita e concorde in amicizia come una casa privata, popolosa, non povera, quieta, piena di buoni artefici; di favorire i mercatanti ed ajutarli ancora con denari; d’essere liberale ed onorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso i religiosi; di temperare tutte le superfluità; perchè spesso per gli errori che si fanno in queste cose, benchè pajano piccoli, le città vanno in ruina. Però è ragionevole che il principe ponga meta ai troppo suntuosi edificj dei privati, ai convivj, alle doti eccessive delle donne, al lusso, alle pompe nelle gioje e nei vestimenti, che non è altro che un argomento della lor pazzìa; chè, oltre che spesso, per quell’ambizione ed invidia che si portano l’una all’altra, dissipano le facoltà e la sostanza dei mariti, talora per una giojetta o qualche altra frascheria vendono la pudicizia loro a chi la vuol comperare» (lib. IV).
L’opera del Castiglioni divenne la più diffusa in Europa. L’avea preceduto Agostino Nifo[205], il quale, riducendo l’arte del cortigiano a disannojar i grandi con facezie e novelle, ne apre loro le fonti, a scapito della carità e del pudore. In tal senso vanno la Donna di Corte di Lodovico Domenichi; gli Uffizj dell’uomo di Corte di Pelegro Grimaldi e Giambattista Giraldi; del Muzio il Gentiluomo, ove sostiene la libertà essere personale, e perciò maggiore nel letterato che nel guerriero, e le Cinque cognizioni necessarie a giovin signore che entra alla Corte, le quali sono, ricordarsi d’esser uomo, cristiano, nobile, giovane, signore; ed altre operette di questo andare, i cui precetti tendevano a togliere più sempre quell’impronta individuale, così propria delle creazioni moderne, che primeggia in Dante, mentre scompare nell’Ariosto e nel Tasso, e che spiccava ancora negli uomini del principio del secolo; e il togliere la quale fu il còmpito della seconda metà di esso, per consegnare l’uomo mutilo e schiomato alle vergogne del seicento.
L’Italia ne’ suoi bei giorni avea speso ad erigere quelle cattedrali, di cui altrove è una per regno, e qui in ciascuna città; quei canali, che portavano la fertilità sui campi e il commercio. Adesso più non era il popolo che pensasse alle glorie e ai comodi proprj, ma duchi e signori che volevano ostentare magnificenza per abbagliare e stordire, e dar a credere ai vicini che i loro popoli fossero beati perchè aveano feste e magnificenza di Corti. Chi, scorrendo le storie di quel tempo per meglio che per mera curiosità, non è preso da un senso singolare al vedere tanta pompa accanto a tante sofferenze, tanta allegria fra sì cocenti infelicità? Il gusto dei godimenti materiali, tanto pregiudicevole alla libertà, quanto opportuno a quei che la vogliono rapire, aveva invaso i mortali; i prodotti tributati dai nuovi paesi erano accolti colla spasmodica ingordigia d’un recente acquisto; la ridesta erudizione porgeva soggetti a briose mascherate e a composizioni teatrali; il medioevo proseguiva i suoi tornei; sicchè mescolavansi misteri di santi, comparse di numi, arcadiche semplicità. Nel Berlingaccio a Roma ogni cardinale mandava maschere in carri trionfali e a cavallo, con suoni e ragazzi che cantavano, e buffoni che lanciavano arguzie lascive, e commedianti ed altri, vestiti non di lino e lana, ma di seta di broccato d’oro e d’argento, spendendo ducati a josa[206]. Nozze, battesimi, ingressi di principi o di papi spesseggiavano occasioni di tripudj sontuosi.
Han rinomanza i carnevali di Roma, de’ quali il corso e i moccoletti durano tuttora. Più chiassosi erano un tempo, e singolarmente abbiamo ricordi di quello del 1545, detto di Agone e di Testaccio. Dal Campidoglio si diressero a piazza Navona molti trombetti a cavallo vestiti di rosso, poi i ministri della giustizia, da 7000 artieri, tutti in compagnie e divise con trombe e tamburi e bandiere, trammezzati da soldati e carri. Dei quali il primo diceasi massimo, ed apparteneva al rione di Transtevere; l’altro al rione di Ripa, portando la Fortuna; il terzo al rione di Sant’Angelo, figurante Costantinopoli, e così de’ varj rioni, con varie significazioni, fra cui un cervo inseguito, Abila e Calpe, il Mongibello, Prometeo sul Caucaso, Turchi, Italiani, Tedeschi in zuffa, un Concilio che condannava gli eretici; i connestabili dei tredici rioni, i gentiluomini di Sutri e Tivoli, e cori all’antica, e musici, infine il carro del papa, colla statua in abito pontificale, e virtù simboliche e attorno le cariche, e staffieri e paggi, poi il gonfaloniere di Roma, ornato di gioje perfin gli sproni, e da ultimo i conservatori della città e il senatore del Campidoglio. Nei palazzi lungo il giro tutto era folla e parati; sulla piazza Navona schieraronsi come un battaglione, poi ripresero la marcia; e la festa costò 100,000 scudi, oltre i vestimenti.
La festa di Testaccio fu a modo simile, eccetto i carri. Le alture che circondano il prato eran piene di gente, e palchi e carri e attorno fanterie e cavalli. Vi si rinnovò la pompa suddetta, poi la caccia dove furono uccisi tredici tori, e lanciate sei carrozze, ciascuna con pallio rosso e un porco vivo. Qui gran livree di varj cardinali, con divise variatissime e a gara ricche; si corsero pallii, anche d’asini e di bufale, e bagordi e tumulti, poi alla sera commedia. E il narratore[207] avverte che il primo giorno di quaresima fu la stazione a Santa Sabina, la quale fu tanto solenne, che molti vennero in disputa chi fosse più bello, il carnevale o la quaresima di Roma.
Alle feste di Roma doveano contribuire gli Ebrei, la cui università pagava 1130 fiorini d’oro pel carnevale, inoltre mandar alcuni deputati al magistrato della città, implorando che il popolo romano ne continuasse la protezione, e offrendo un mazzo di fiori con una cedola da 20 scudi per addobbare i palchi d’essi magistrati.
Lo slanciar polvere, farina, razzi cagionava molti disordini, finchè Sisto V, che alzò forche e torture in cospetto di tali divertimenti, represse gli eccessi, e introdusse di scagliare confetti.
Firenze, come già Atene, vi accoppiava squisitezza d’arti; e veramente lungo tempo si mantenne paradiso degli artisti, i quali formavano quasi un mondo distinto, tutto vivacità e studio e gare ed anche invidie, siccome manifestano sovrattutto gli scritti del Cellini e del Vasari. Già a lungo ne divisammo; e non finirono colla libertà, anzi di nuovo tutte le arti si congiunsero per celebrare le nozze di Cosmo de’ Medici con Eleonora di Toledo. La prima sera, fra splendidissimo apparato, Apollo celebrò gli sposi, e le muse risposero una canzone in otto parti; seguì una dopo l’altra ciascuna città di Toscana personificata, e cinta di ninfe e di fiumi, cantando una strofa agli sposi. La seconda sera, fu rappresentata una commedia di cinque atti in prosa, con prologo e intermezzi in verso cantati, dove figuravano l’aurora e le varie ore del giorno, finchè la notte riconduceva il sonno; ma un coro di satiri e baccanti collo strepito, le danze, il riso, eccitava l’ilarità. Giambattista Gelli avea composto la musica del primo giorno, Giambattista Strozzi del secondo, Sebastiano Sangallo dipinte le scene, e il Giambullari ce ne lasciò la descrizione: come il Vasari diè quella degli apparecchi per le nozze di Francesco de’ Medici con Giovanna d’Austria[208].
Se le maggiori magnificenze si vedevano a Roma e a Firenze, nè Ferrara nè Napoli voleano lasciarsi togliere il passo. Di Venezia continuavano ad essere rinomati i carnevali; e allo sposalizio del mare, e all’altre patriotiche commemorazioni, il popolo illudevasi di partecipare ancora a un governo che lo invitava alle feste e ai pranzi. Quando Zilia Dandolo sposò il doge Lorenzo Priuli nel 1557, i senatori, passando sotto una serie di archi trionfali, mossero alla casa della novizza, e come salirono le scale e posero il piede in quelle stanze fornite a gran ricchezza, si fece loro bellamente incontro la sposa vestita alla ducale, con sulle spalle un bianchissimo velo di Candia, fissato a sommo la testa al diadema. Dopo salutazioni ed ossequj, le fecero giurare l’osservanza del suo capitolare; ella rese grazie, donò a’ consiglieri una borsa d’oro riccio, e un’altra al cancelliere grande. Correvasi poscia la regata in canale, mentre convenivano da ogni lato barche e gondole, di gran vista pei damaschi e ricchi velluti onde andavano adorne, e lustravano da lunge per molto oro. In queste erano tutte le arti, con tal pompa che gli orefici traevano quattordici gondole; e tutte insieme solcavano la laguna al suono di pifferi, e tra allegri balli e viva, e sotto archi e trionfi; ultimo il bucintoro che trasportava in trono la dogaressa. Allorchè la pompa fiottante approdava alla piazza San Marco, tutta a parati bianchi, calavano prima le arti con innanzi i mazzieri e la musica, indi gli uomini più ragguardevoli, e seguiti da trombetti e donne, fra le quali sei spose, diffusi sulle spalle i capelli intrecciati d’oro; indi ventuna matrone in nero e velate; poi i senatori, il cancellier grande, i parenti del doge; finalmente tra due consiglieri e gran corteggio la principessa, la quale, cantate grazie e rinnovato il giuramento in San Marco, salì negli appartamenti, passandovi a rassegna nelle ricchissime sale le arti, che per mezzo de’ loro castaldi offrivano ciascuna complimenti e doni. Pervenuta alla gran sala, andava assidersi sul trono ducale. Le facevano corona i grandi dello Stato, e per la sala s’aggiravano signori e maschere di bizzarrissime guise.