Caduta la notte e fatta gran luminaria per tutto il palazzo, apparvero in giro sulla piazza trecensessanta uomini divisati a un modo, ciascuno sollevando un piatto d’argento riboccante di confetti e dolci, e accompagnati da cento torcie portate da giovinetti in seta, seguiti da venticinque gentiluomini con mazzieri e musica: poichè ebbero condotto un lungo giro fra la plaudente moltitudine, si condussero in palazzo, ed entrati nel salone, offrivano quelle delicatezze al corteggio e alla principessa; intanto davasi fuoco a una macchina d’artifizio. Indi cominciava la danza, intramezzata da splendida cena; nè si cessava dal ballo fino al nuovo giorno, in cui ritornavasi alla festa ed in ispecie i macellaj vi facevano la caccia de’ tori. E durarono molti giorni quelle allegrezze[209].
Superò ogni anteriore magnificenza la festa fatta nel 1574 a Enrico III, quando fuggiasco dalla mal governata Polonia, passava a governar peggio la Francia. Nell’arsenale gli fu imbandita una colazione di frutti canditi, ove forchette, cucchiaj, piatti erano di zucchero: stavano allora in lavoro ducento galee sottili, sei galeazze e molti piccoli legni; e mentr’egli girava visitando, si compaginò e allestì una galea. Alla festa nella sala del maggior consiglio intervennero da ducento gentildonne, biancovestite con ricchissime gioje, e tutte ebbero cena nella sala dello Squittinio. Il re prese gran divertimento delle recite e invenzioni di mascherate e musiche di Andrea Calmo; visitò le belle, e le ville signorili: peccato che tanta splendidezza siasi sciupata per chi non la meritava[210].
Quando a Milano il magno Trivulzio sposò Beatrice d’Avalos, il banchetto fu siffatto. Data alle mani acquarosa, cominciossi da pasticci di pignuoli e zuccaro e focaccia di mandorle e altre delicature, tutte messe a oro; vennero poi belli asparagi, più ammirati perchè fuor di stagione; indi polpe e fegatelli, carne di starne arrostita, teste di vitelli intere, colla pelle messa a oro e argento; capponi e piccioni con salsiccia e presciutto e vivande di cinghiali con potaggi delicati; un castrato intero arrosto con savore di cerase; tortore, pernici, fagiani e altri uccelli arrosto, con olive per concia; pollastri con zuccaro, aspersi d’acquarosa; un porchetto intero arrosto con agro dolce, un pavone arrosto, una miscela d’ova, latte, salvia, zuccaro; pomi cotogni con zuccaro, pini e carciofi; altre dolcezze pruriginose; infine dieci maniere di torte e molte confetture; ogni cosa in piatti d’argento e oro, accompagnata ciascuna da fiaccole e trombe; e in esse fiaccole v’avea gabbie di tutti quegli uccelli e quadrupedi che si servirono cotti. Si finì al solito con commedianti, saltatori, musici e funamboli»[211].
Nel febbrajo 1515 Prospero Colonna, quando divenne capitano della gente d’arme del duca di Milano, fece al duca, a’ cortigiani, ed a trentasei damigelle un mirabile convito e festa da ballo, sotto un atrio di legname dipinto e indorato, di gran bellezza e misteriosità, dice il Prato, che prosegue: «Stavano gli uomini alle sue tavole, e le donne altresì, con sì lunga varietà di cibi, che per quattro ore durò il portare. E a ogni bocca si serviva un intiero fagiano, una pernice, un pavone e altre cose: portando per ogni imbandigione una cosa di zuccaro indorata, somigliante a quella che si offeriva; ed in compagnia altri tanti pesci: e tre volte fu levato e rimesso la tovaglia e mantili, con tanti adornamenti di acque e di foglie, che l’Arabia ne avria avuto scorno. Venuto il fine della cena, venne un giovine, il quale s’infinse di esser giojelliero, molte collanette, braccialetti e altre fantasie d’oro mostrando: onde le damigelle con maraviglia cominciorno tante bellezze a vedere, e domandavano il prezzo d’una cosa e d’un’altra, finchè sopraggiunse esso signor Prospero, mostrando d’intromettersi; e alla fine ogni cosa finse comprare, e a quelle damigelle le donò, talchè niuna partì che non avesse presente per venti scudi d’oro, e chi trenta; e dicesi che questo fece, solo per potere la sua amata, senza biasimo d’infamia, con le proprie mani presentare. Poi la mattina seguente a tutte mandò un cesto inargentato, con entro la sua colazione; e al duca fece portare venticinque cariche di salvaggine, a lui avanzate»[212].
Avvertiremo di nuovo come un lusso di tanta ostentazione andasse scompagnato da quelle comodità che fanno confortevole il vivere. Pure di molte n’erano state introdotte. In Santa Maria Maggiore a Firenze leggeasi sopra un sepolcro: Qui diace Salvino l’Armato degli Armati di Firenze, inventor degli occhiali, Dio gli perdoni le peccata. Anno D. MCCCXVII. Altri ne nominano inventore fra Alessandro da Spina pisano, morto il 1313, che forse non fece che divulgare quest’arte tenuta in prima secreta; poichè nel Trattato del governo della famiglia di Sandro di Pipozzo fiorentino, nel 1299, già si legge: — Mi trovo così gravoso d’anni, che non avrei valor di leggere e scrivere senza vetri appellati occhiali, trovati novellamente per comoditate de li poveri vecchi quando affiebolano dal vedere»; e il famoso frà Girolamo da Rivalta predicava in Firenze nel 1305: Non è ancor vent’anni che si trovò l’arte di far gli occhiali... ed io vidi colui che fece gli occhiali, e favellaigli».
Il primo oriuolo da torre che si ricordi fu a Padova per un Dondi, la cui famiglia conserva il titolo dell’Orologio; poi a Milano quelli di Sant’Eustorgio nel 1306 e di San Gotardo nel 1335; nel 1328 Wallingford n’avea posto uno a Londra, e da quel tempo si estesero. A Firenze nel 1512 «si mise in palazzo de’ Signori un nuovo oriuolo, che cominciò a sonar l’ore in calen di febbrajo 1512 a dodici ore: dove prima sonava da un’ora per insino ore ventiquattro, ch’è il dì e la notte, lo ridussero a ore dodici per volta, che vengono a dividere la notte e il dì per metà a uso di ponente» (Cambi). Anche gli oriuoli da tasca divulgaronsi; venivano di Germania, e dalla forma erano detti ova di Norimberga.
Le strade pure miglioravano, ad alcuna si posero cartelli indicatori: ma viaggi e passeggiate faceansi a cavallo o in bussola, finchè le carrozze divennero più comuni; in qualcuna la cassa fu sospesa a cinghie per diminuire le sciacche; ma non v’avea mantice nè vetri, e al più erano protette da cortine, mentre le dorature, le pitture, gl’intagli le rendevano dispendiose. Nella facilità odierna è curioso leggere come lord Russell, incaricato di pagare al connestabile di Borbone i sussidj di Enrico VIII, dovette da Genova a Chambéry portar il denaro a schiena di muli entro ballotti e sacchi, sotto forma di biancheria vecchia e di legumi venderecci. Da Chambéry scrisse a quel re qualmente il duca di Savoja «da nobile e generoso principe» degnò permettere si trasportasse il denaro a Torino «sui proprj muli nel forziere della casa reale, ove stanno di solito gli ornamenti della sua cappella; sovra ciascuno compartimento di esso baule è scritto il contenuto, affinchè nessuno dubiti che v’abbia altra cosa»[213]. Sotto tale artifizio viaggiò a salvamento il sussidio, che doveva fomentare la guerra in Francia. Il cardinale Bibiena rimprovera Giuliano de’ Medici che era in Torino, di non dar notizie sue al papa; «nè si scusi con dire che per essere il loco fuor di mano, non ha saputo ove indirizzare lettere; perciocchè a Genova o a Piacenza si potevano ad ogn’ora mandare per uomo a posta»[214]. La comodità delle poste fu introdotta prima che altrove in Italia, mediante corrieri a cavallo, regolarmente stabiliti agli opportuni ricambi, per servizio de’ negozianti, ancor prima che de’ principi e del pubblico. Noi dicemmo (pag. 190) come i signori Della Torre portassero fuori quell’uso.
Dovette certamente scompigliare le abitudini l’affluenza del metallo d’America, che alterò i salarj, agevolò le transazioni e il modo di pagare i debiti; ma sul principio angustiò i poveri, pei quali erano rincarite tutte le necessità, nè ancora cresciuti i compensi. Insieme vennero diffuse molte droghe, lo zuccaro principalmente e il caffè. Il Redi nel Bacco loda Antonio Cadetti fiorentino di aver dei primi fatto conoscere la cioccolata in Europa, aggiungendo che la corte toscana v’introdusse scorze fresche di cedrati e odore di gelsomino insieme colla cannella, la vaniglia, l’ambra. Allora pur venne la sudiceria del tabacco, indarno contrastata dall’igiene e dalla buona creanza[215].
In Italia, più che negli altri paesi, mangiavasi bene, abitavasi comodo: le vesti, impreteribile distintivo delle condizioni, non erano cenciose nelle infime classi, mentre nelle superiori caricavansi di pelliccie e ricami e ori e perle: straordinaria la profusione dei profumi. Il Bandello[216] riferisce d’un Milanese che «vestiva molto riccamente e spesso di vestimenta si cangiava, ritrovando tutto il dì alcuna nuova foggia di ricamo e di strafori ed altre invenzioni. Le sue berrette di velluto[217] ora una medaglia ed ora un’altra mostravano; tacio le catene, le anella e le maniglie. Le sue cavalcature, o mula o ginetto o turco o chinea che si fosse, erano più pulite che le mosche: quella che quel giorno doveva cavalcare, oltre i fornimenti ricchi e tempestati d’oro battuto, era da capo a piedi profumata, di maniera che l’odore di muschio, di zibetto, d’ambra e d’altro si faceva sentire per tutta la contrada... Teneva un poco anzichè no del portogallese, che ogni dieci passi, o fosse a piedi o cavalcasse, si faceva da uno dei servitori nettare le scarpe, nè poteva soffrire di vedersi addosso un minimo peluzzo».
Francesco I in una spettacolosa festa di Corte ricevette sul capo un tizzone ardente, e per medicare la ferita fecesi rasare i capelli, tenendo invece la barba prolissa come gli Svizzeri e gl’Italiani; i cortigiani, che si fanno merito de’ morbi del re, subito adottarono le lunghe barbe; l’Università e il Parlamento non vollero accettarle. Leone X ordinò che i preti smettessero le barbe; e tutta Roma fece scene sul dolore che provò Domenico d’Ancona nel tagliarsi la sua, immortalata dal sonetto del Berni quanto la chioma di Berenice da Callimaco.