I mobili domestici, se mancavano di quell’opportunità che oggi reputiamo dote prima, erano magnifici, intagliati maestrevolmente, dipinti dai migliori pennelli. Girolamo Negro[218] scrive, il cardinal suo padrone trovarsi in estrema povertà pel suo grado; «tiene circa venti cavalli, perchè le facoltà sue non gli bastano per più, e bocca quaranta; vivesi mediocremente a guisa de’ religiosi senza pompe; e il papa gli ha assegnato scudi duecento al mese per il suo vivere, la qual provvisione, con gli emolumenti del cappello, basta per l’ordinario della spesa; e scorrerassi così finchè Dio mandi altro». Quale splendido e ricco cardinale d’oggi raggiunge la costui povertà?

Gli oratori spediti da Venezia nel 1523 ad Adriano VI, in Roma furono festeggiati dal cardinale Cornér, che diè loro un «pasto bellissimo, da sessantacinque portate, e per ciascuna venivano tre sorta di vivande, che erano mutate con gran prestezza, sì che appena si aveva degustata una, che ne sopraggiungeva un’altra, il tutto in bellissimi argenti e in gran quantità. Finito il pasto, si levarono stufi e storditi e per la copia delle vivande, e perchè vennero ogni sorte di musici; pifferi eccellenti sonarono di continuo; erano clavicembali con voci dentro mirabilissime, liuti a quattro, violoni, lironi, canti dentro e fuori, una musica dietro all’altra[219].

Luigi d’Este cardinale, fratello del duca di Ferrara, una volta mandò al re di Francia in dono quaranta superbi cavalli da guerra di grandissima valuta, con selle e gualdrappe a oro, e condotti da quaranta palafrenieri vestiti di seta con oro alla levantina. Non meno di ottocento persone componeano la sua famiglia; ed essendo venuto a Roma il granmaestro de’ Giovanniti con trecento cavalieri per purgarsi d’un’accusa, esso li ricevette e trattò tutti nel suo palazzo.

Eppure non di rado uscivano prammatiche severissime contro il lusso, e potremmo addurre quella che il consiglio generale di Cremona emanò il 1547, e fece approvare dal senato di Milano e da Carlo V. Proibiva essa di portar collane, braccialetti o altro ornamento d’oro, salvo una medaglia al berretto di non più che dodici scudi d’oro, e anelli; sugli abiti nessun ricamo o intaglio di seta; alle cavalcature non fornimenti con oro o argento o ricami. Le donne maritate abbiano negli abiti oro o argento, nè ricami, trine, cordoncini; non più di tre vesti di seta, e una sola di cremisino; non perle o gioje, fuorchè due anelli d’oro con pietre alle dita, una collana d’oro di scudi venticinque non più, un’altra al ventaglio di scudi quindici al più; non guanti ricamati o zibellini, non berrette fuorchè la notte e in viaggio. Le fanciulle non mettano vesta di seta, nè gioje od oro, salvo un vezzo di coralli al collo del valore al più di scudi quattro; nè vadano a ballo che i tre ultimi giorni di carnevale. Ai banchetti, vietati assolutamente pavoni e fagiani, una sola o due sorta di selvaggina, non più di tre sorta di lessi domestici, escludendo la salsa reale, il biancomangiare, i pasticci, e i pesci e le ostriche o altre frutte di mare, nè più di due maniere di torta; ne’ pranzi di magro una sola qualità di pesce, escluse le ostriche. Le vivande si diano semplici, senza ornamento di pitture, intagli, banderuole ed altre frascherie trovate dagli scalchi. Ai battesimi non si doni cosa alcuna a compadri e comadri. Ai mortorj non si attacchino in chiesa insegne, scudi, pitture, nè si faccia banchetto.

Ciascuna città potrebbe mostrarne di consimili, più convenienti alla curiosità municipale che alla storica erudizione. Alla quale neppur so se sia duopo soggiungere che sempre erano delusi. In Venezia era vietato ai cittadini vestir altrimenti che nero. Ma che? aspettavano i giorni di carnevale per isfoggiar pompe e forestierie, e massime diamanti; attesochè le gioje non si vendevano dalle famiglie patrizie, ma trasmettevansi agli eredi accumulate. Colà sappiamo che le fanciulle non uscivano mai di casa, salvo che per andar alla messa e alla comunione a pasqua e a natale, ed anche allora velate; e contraevano nozze senza essere conosciute[220].

Dopo la calata di Carlo VIII si propagò l’uso delle imprese, che erano o figure o motti, e spesso figure e motti personali, a differenza degli stemmi; e che uno adottava per indicare lo stato o l’inclinazione propria; e si ricamavano o scolpivano sui mobili, sulle vesti, sulle arme. Di inventarne erano richiesti i letterati, e massime i secretarj; e dall’Ariosto fu trovata una pel duca di Ferrara, dal Molza pel cardinale De’ Medici, dal Santuario varie pei Colonna, dal Giovio pei Medici, pei Pescara, per gli Adorni. Esso Giovio in un Dialogo trattò ampiamente delle imprese militari e amorose, del modo di farle e delle loro significazioni; sulla qual ingegnosa arguzia dettarono pure il Simeoni, il Buommattei, il Ferri, il Contile; e Scipione Bargagli n’era reputato l’Aristotele. Le mille accademie d’allora aveano ciascuna la loro impresa, e ciascun accademico una particolare.

Cesare Borgia tolse per impresa Aut Cæsar aut nihil. Lodovico il Moro, un’Italia in sembianza di regina, davanti a cui un Moro con una scopetta in mano; e all’ambasciator fiorentino che gli chiedeva a che servisse questa, rispose: — Per nettarla d’ogni bruttura»; al che il Fiorentino: — Bada che questo servo scopettando tira la polvere addosso a sè». Federico re di Napoli ebbe un libro bruciato col motto Recedant vetera, ad indicare l’oblio de’ torti ricevuti. Il cardinale Sforza, ad esprimere l’ingratitudine di Alessandro VI, che da lui fatto papa, avea poi depresso il duca suo fratello, adottò la luna che eclissa il sole col motto Totum adimit quo ingrata refulget. Alfonso di Ferrara, una bomba che scoppia a tempo e luogo. Vittoria Colonna, uno scoglio contro cui l’onde spumavano, e il motto Conantia frangere franguntur. L’Ariosto, una bugna di pecchie cui il villano uccide col fumo per cavarne i favi, e il motto Pro bono malum. Il Burchelati letterato trevisano, un granchio colla zampa aperta, e Melius non tangere, clamo. Il Bembo, un Pegaso in atto di levarsi a volo, e Si te fata vocant. Il Davanzati, un cerchio di botte, e Strictius arctius, alludendo al suo stile stringato. Il grancapitano Gonzalvo ebbe una leva a corde che tende una balestra, col motto Ingenium superat vires. Carlo Orsini un pallone sbalzato dal bracciale, col motto Percussus elevor. Francesco Gonzaga di Mantova, accusato d’aver lasciato sfuggire Carlo VIII a Fornovo, poi giustificatone, prese la divisa Probasti me, domine, et cognovisti. Alludendo ai proprj omonimi, Muzio Colonna adottò una mano che arde, e Fortia facere et pati romanum est; e Fabrizio, un vaso di monete d’oro, con Samnitico non capitur auro. Pel duca Cosmo succeduto ad Alessandro si scrisse Uno avulso, non deficit alter. Il magnifico Lorenzo aveva un lauro sempreverde, e Ita et virtus. Luigi Marliano medico milanese inventò per Carlo V le colonne d’Ercole coll’aquila in mezzo, e Plus ultra.

Delle magnificenze italiane presero gusto i Francesi, sì dal vederle qui, sì dalle donne che per matrimonio passarono a quella reggia. Eppure ancora il Castiglioni diceva che «i Francesi solamente conoscono la nobiltà dell’arme, e tutto il resto nulla estimano, di modo che non solamente non apprezzano le lettere, ma le aborriscono, e tutti i letterati tengono per vilissimi uomini, e pare dir gran villania a chi si sia quando lo chiamano clerco». Ma di là già venivano arguti osservatori e beffardi a esaminare i nostri costumi: Rabelais, che doveva alla corte romana affiggere il ridicolo; Montaigne, che col suo buon senso rilevava le stranezze di alcuni costumi italiani: il poeta Marot, che «in questo paese alberato, fertile di beni, beato di donne» imparava a parlar poco, far buona cera, non parlare di Dio, poltrire, e fermarsi un’ora sopra una parola[221]. E certamente moltissimo ci comunicarono i Francesi, dotati del genio della divulgazione, prodighi delle idee proprie quanto vaghi delle altrui, che danno e ricevono a piene mani senza far ragguaglio, che non arrossiscono d’esser obbligati, anzi sembrano credere che gli stranieri devano ringraziarli d’essersi lasciati beneficare.

L’amor de’ piaceri e delle comparse doveva crescere il desiderio dell’oro e dei doni, e la facilità del vendersi. Il cardinale d’Amboise ministro di Francia ricevea cinquantamila ducati di provvigione da varj principi e repubbliche d’Italia, di cui trentamila dalla sola Firenze. A Giovanni Micheli, ambasciador veneto alla Corte inglese, ricercava molti doni mistress Clarenzia cameriera della regina Maria «per bisogno e servizio di sua maestà, oltre un cocchio con i cavalli e tutti li apparecchi, presentato per la voglia che ne aveva la detta cameriera, alla quale la regina il donò: il quale cocchio fatto venire d’Italia, tenevo per mia comodità, avendolo usato tutta questa stagione, che non voglio per modestia dir quello che mi costasse; basta ch’era tale che non disonorava il grado d’ambasciatore»[222].

Tra questi godimenti dell’immaginazione, Italia consolavasi o stordivasi della servitù, o si divezzava dall’aborrirla; e come solennità e allegrie accoppiava alle miserie e ai patimenti, così a quel meriggio d’arti e di lettere accompagnava molti delirj, e le superstizioni che mai non abbondano quanto allo svanire del giusto sentimento religioso. Più delle altre funesta e universale fu la credenza a relazioni immediate fra l’uomo e gli esseri soprannaturali, e che la magia possa legare la potenza divina e la libertà umana, e romper l’ordine morale e fisico del creato con atti materiali senza intelletto nè amore.